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    Processo Ruina: Corte d’Appello conferma condanne di primo grado
    Redazione5 Ottobre 2026 - Cronaca
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    Palermo – La terza sezione della Corte d’Appello di Palermo, nell’udienza dello scorso 30 settembre scorso,  ha confermato le pene comminate in primo grado a Giuseppe Aceste e Giuseppe Fanara e l’assoluzione di Stefano Leo, imputati nel processo antimafia denominato “Ruina”, operazione che nel dicembre del 2020 disarticolò la cosca di Calatafimi-Segesta.

    Per Giuseppe Aceste, difeso dall’avvocato Vito Mancuso, è stata confermata la condanna a 13 anni di carcere. Pena confermata a 12 anni e sei mesi, anche per Giuseppe Fanara, difeso dagli avvocati Saro Lauria ed Enrico Sanseverino. La Corte ha confermato l’assoluzione di Stefano Leo, difeso dall’avvocato Vito Di Graziano. Per lui il procuratore generale aveva chiesto una condanna a 12 anni.

    Le motivazioni tra 90 giorni, poi i legali di Aceste e Fanara, ricorreranno in Cassazione.

    In primo grado erano cinque gli imputati comparsi dinanzi al Tribunale. Per tutti l’accusa, rappresentata dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo, aveva chiesto condanne per un totale di 78 anni di carcere; i giudici, tuttavia, ne avevano condannati soltanto due a pene inferiori rispetto alle richieste del Pm.

    L’inchiesta giudiziaria Ruina

    Nel corso dell’Operazione antimafia furono eseguiti 13 provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Palermo nei confronti di soggetti appartenenti a Cosa Nostra, alcuni ritenuti vicini al boss latitante Matteo Messina Denaro. Personaggio chiave dell’inchiesta Nicolò Pidone, già condannato per associazione mafiosa. Pidone, ritenuto a capo della cosca di Calatafimi, organizzava summit di mafia in una dependance fatiscente vicina alla sua masseria; lì secondo gli investigatori venivano assunte le principali decisioni che riguardavano il clan. Pidone sconta una pena a venti anni.

    La scheda di Nicolò Pidone

    Nicolò Pidone nasce a Calatafimi il 10 giugno 1962.

    Il suo nome emerge nelle indagini sulla presenza di Cosa Nostra nel territorio trapanese e, in particolare, nell’area di Calatafimi  che rientra nel mandamento mafioso di Alcamo, mandamento dove insiste anche Castellammare del Golfo.

    Nel 2012 Pidone viene coinvolto nell’operazione antimafia denominata “Crimiso”, un’inchiesta che colpisce la struttura mafiosa operante nel territorio. Pidone verrà successivamente condannato per associazione di tipo mafioso.

    Ma è negli anni successivi che, secondo le ricostruzioni investigative, la sua posizione assume particolare importanza.

    Dopo aver scontato la precedente condanna, Pidone torna infatti al centro dell’attenzione degli investigatori.

    Il 15 dicembre 2020 scatta l’operazione antimafia “Ruina”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e condotta dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato insieme alle Squadre Mobili di Trapani e Palermo.

    Le accuse formulate nell’ambito dell’inchiesta, a vario titolo, comprendono associazione mafiosa, estorsione, incendio, furto, favoreggiamento personale e corruzione elettorale, oltre alle aggravanti contestate dagli investigatori nelle diverse posizioni.

    Uno dei personaggi centrali dell’inchiesta è proprio Nicolò Pidone. Gli investigatori lo indicano in quel momento come capo della famiglia mafiosa di Calatafimi.

    Pidone avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti provenienti da altre realtà mafiose della provincia, circostanza considerata dagli investigatori significativa per comprendere il peso assunto dalla famiglia di Calatafimi.

    L’operazione “Ruina” non si limitò però alla ricostruzione delle dinamiche interne di Cosa Nostra.

    L’inchiesta affrontò anche presunti rapporti tra ambienti mafiosi, attività economiche e politica locale.

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