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    On. Safina: “Una democrazia depotenziata, rimettiamo al centro i bisogni delle comunità”
    Redazione26 Ottobre 2026 - Politica
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    Trapani – Lettera Aperta dell’on. Dario Safina: “La Democrazia dei bisogni, il riscatto del Mezzogiorno e la sfida della giustizia sociale”.

    Caro direttore,

    ti chiedo di ospitare sul tuo quotidiano online una riflessione maturata dopo la tre giorni di lavori di Montepulciano. Vorrei condividerla con un pubblico più ampio di quello che mi segue sui social o che appartiene alla comunità politica di cui faccio parte, perché le questioni che intendo affrontare riguardano il futuro della nostra democrazia e la possibilità di costruire un Paese più giusto.

    E’ oramai palese che viviamo in un tempo in cui la democrazia viene sottilmente svuotata dall’interno. Da parte delle destre, ad ogni latitudine, assistiamo quotidianamente al tentativo di edificare una democrazia depotenziata: una democrazia ridotta a mero simulacro elettorale, buona per ratificare il consenso a intermittenza, alimentare le paure, ma incapace di incidere sulle vere leve del potere economico, di ridurre le disuguaglianze o di dare risposte concrete ai bisogni delle persone.

    È la logica di una delega passiva che alimenta la disillusione, allontana i cittadini dalla partecipazione e rischia di trasformare i diritti fondamentali in concessioni, anziché riconoscerli come garanzie universali. Quando la politica non riesce a migliorare le condizioni materiali di vita, la democrazia perde credibilità e l’astensionismo diventa anche il segnale di una distanza crescente tra cittadini e istituzioni.

    Da Montepulciano è emersa una convinzione chiara: le forze progressiste e democratiche non possono rispondere a questa crisi limitandosi alla nostalgia del passato o alla difesa dell’esistente. Occorre un radicalismo democratico capace di andare alla radice dei problemi, rimettere al centro i bisogni reali delle persone e dimostrare, attraverso le politiche pubbliche, che la partecipazione popolare è una condizione essenziale per il buon funzionamento delle istituzioni democratiche nate dall’esperienza del secondo dopoguerra.

    Naturalmente, un radicalismo democratico autentico non si limita a enunciare principi, ma pretende che le politiche di crescita economica e di sviluppo si traducano nella garanzia inderogabile dei servizi essenziali – sanità pubblica, istruzione, trasporto locale, transizione digitale e sociale – senza alcuna distinzione di classe sociale o di appartenenza territoriale. Non esiste cittadinanza piena se il diritto alla cura, allo studio o alla mobilità dipende dal reddito che si possiede o dal CAP in cui si nasce. La crescita economica che non riduce le distanze e non tutela i beni comuni è solo una falsa promessa; il progresso è reale e democratico soltanto se abbatte le disuguaglianze e rimette al centro la persona, le sue qualità ed il merito.

    Questo significa, prima di tutto, avere l’onestà e il coraggio di metterci in ascolto: le proteste che in questi giorni attraversano le piazze e i territori non possono essere ignorate né, tanto meno, strumentalizzate per convenienza politica. Esprimono spesso un disagio profondo, che riguarda lavoratori, giovani e famiglie alle prese con precarietà, costi crescenti e servizi insufficienti. Un riformismo progressista credibile ha il dovere morale e politico di farsi carico di questo disagio sociale, trasformando la protesta in una proposta di cambiamento reale.

    Il Mezzogiorno: la grande questione nazionale, il cambio della classe dirigente e la scelta strategica del Paese In questo orizzonte, la questione meridionale non può e non deve essere confinata nel recinto angusto di una vertenza territoriale, di una questione assistenziale o di un problema di periferia. Il Mezzogiorno d’Italia è, a tutti gli effetti, una scelta strategica fondamentale per l’intero Paese. Finché continueranno ad ampliarsi le distanze tra i territori, attraverso servizi pubblici inadeguati, una sanità territoriale fragile, insufficienti opportunità di lavoro e disuguaglianze nell’accesso ai diritti, l’intero Paese resterà più debole e perderà occasioni di crescita. Gli squilibri che attraversano la penisola non sono una fatalità geografica, ma il risultato di scelte politiche ed economiche che non sono riuscite a garantire uno sviluppo equilibrato.

    Il riscatto del Mezzogiorno, tuttavia, non può prescindere da un profondo rinnovamento della classe dirigente. Troppi amministratori e potentati locali, a partire dall’esperienza di governo regionale che oggi ha in Renato Schifani il suo emblema più evidente, si sono accontentati dell’esistente, amministrando l’emergenza e l’immobilismo al solo fine di gestire il presente e conservare il proprio potere. È la politica della conservazione e dei piccoli orticelli, sorda ai bisogni reali della collettività, incapace di progettare il futuro e rassegnata a considerare il sottosviluppo come una condizione ineluttabile da cui trarre rendite di posizione.

    Per invertire la rotta serve un radicalismo democratico che azzeri questa logica clientelare e promuova un cambio decisivo della classe dirigente: servono donne e uomini capaci di scommettere sul lavoro stabile, sulla

    transizione ecologica, sulle infrastrutture materiali e immateriali e sulla valorizzazione dei talenti dei nostri giovani, liberando il Sud dalla subalternità e restituendogli il ruolo di motore produttivo della nazione. Un Paese che spezza il proprio asse meridionale è un Paese che abdica al proprio futuro.

    La Giustizia Sociale come bussola programmatica

    Il punto cardine attorno a cui ricostruire un’alternativa di governo credibile è la giustizia sociale. Essa non è un orpello retorico, ma il metro di misura della civiltà democratica. Senza giustizia sociale, la libertà economica si tramuta nella legge del più forte e l’uguaglianza formale dei diritti diventa una beffa per chi lotta per arrivare a fine mese.

    Le forze democratiche devono fermamente sostenere un programma con al centro la giustizia sociale facendone la chiave di volta per riformare il fisco, garantire l’accesso universale alla salute e all’istruzione, e tutelare chi produce ricchezza con il proprio lavoro.

    L’interclassismo per ricostruire un Paese più coeso

    Per vincere questa sfida, dobbiamo avere il coraggio politico di recuperare quella spinta all’interclassismo che ha nobilitato la storia delle maggiori forze politiche popolari del secondo dopoguerra. Quella grande tradizione aveva compreso che la trasformazione della società non si ottiene chiudendosi nella difesa di recinti identitari o di corporazioni separate, ma cucendo insieme i destini dei lavoratori, dei ceti medi impoveriti, dei professionisti, delle piccole imprese e dei giovani in cerca di futuro. Unire le forze produttive sane, il lavoro dipendente e autonomo attorno a un progetto comune di emancipazione sociale significa superare le fratture sociali che indeboliscono il Paese. Significa ricostruire un blocco sociale maggioritario che creda nel valore pubblico dello Stato, nella forza delle istituzioni democratiche e nella cooperazione anziché nella competizione spietata.

    La democrazia non è un lusso da custodire nei periodi di tranquillità. È lo strumento quotidiano attraverso cui i cittadini possono incidere sulle decisioni pubbliche, contrastare le disuguaglianze e migliorare le proprie condizioni di vita. È il momento di riprendere la parola, di ascoltare chi non si rassegna e di restituire alla politica la capacità di indicare una direzione e realizzare un cambiamento concreto. Perché un’Italia più giusta, coesa e solidale, e al suo interno una Sicilia capace di valorizzare tutte le proprie energie, non sono soltanto un obiettivo necessario. Sono una possibilità politica da costruire, giorno dopo giorno, attraverso scelte coraggiose, responsabilità e partecipazione democratica.

    Con determinazione,

    Dario Safina

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