Cronaca
Cinisi (Palermo) – di Rino Giacalone – Se ne è andato avendo appena compiuto 82 anni. Era nato il 16 agosto del 1943, e negli anni ’60 era diventato con Peppino Impastato il protagonista di quella stagione di contrasto a Cosa nostra a Cinisi, in un periodo in cui la mafia era riuscita a alimentare la propria inesistenza e nel frattempo controllava tante cose, ed era artefice di migliaia di malefatte. Era la mafia che diventava impresa e inquinava politica e istituzioni. Salvo Vitale, perché è di lui che purtroppo oggi dobbiamo scrivere, è stato sempre esempio di quell’impegno e ne è poi diventato testimone, di quelli indiscutibili. Mai un passo indietro, sempre …cento passi avanti a tutti.
Difficile scrivere oggi di una persona che non è mancato giorno nel quale non te la sei trovata vicino, così era Salvo, professore di storia e filosofia, ma che con Peppino Impastato era stato la voce di Radio Aut, era lui che veniva a cercarti, a chiederti cosa poteva fare. Non aveva perduto mai nulla di quel suo impegno giovanile, sinistra extraparlamentare, Lotta Continua, Giornalismo. Oggi aveva un suo blog, lo alimentava di continuo, poi la sua costante presenza a tele Jato, la tv di Pino Maniaci.
L’anno era il 1966, a Cinisi nasce un giornale “L’Idea”, il primo titolo stampato è di quelli che faranno la storia, “La mafia è una montagna di merda”. Immaginate quello che accadde, no non dovete immaginare nulla, perché tanti di voi lettori sanno come andò a finire. Uccisero Peppino Impastato la notte del 9 maggio 1978, i mafiosi allestirono la scena, Peppino terrorista ucciso dalla bomba che voleva piazzare sui binari della ferrovia Palermo- Trapani. Cosa nostra pensava di avere chiuso un capitolo, Salvo Vitale invece fu tra quelli che quella storia hanno contribuito a scriverla nel modo giusto. Ci volle tempo, passarono anni, ma alla fine Cosa nostra ha dovuto togliersi la maschera di merda che portava. Si è vero in tutti quegli anni trascorsi nella bugia, i mafiosi si sono fatti più forti, hanno esercitato quel potere che difendevano con le armi e il depistaggio, ci sono stati altri morti ammazzati, ma l’invincibilità e l’inesistenza di Cosa nostra sono state sconfitte. E Salvo Vitale questa stagione l’ha vissuta in pieno, ma non è mai salito su di un palcoscenico, è rimasto in mezzo alla gente, nello stesso posto in cui con Peppino Impastato era facile sempre trovarlo.
Non ha perduto mai un attimo nel continuare quel lavoro di denuncia organizzato nella Cinisi della mafia di Tano Badalamenti e dell’antimafia di Peppino Impastato: “demolire l’aria di rispetto che circondava il mafioso, per farlo diventare proprio autenticamente quello che era ovvero un delinquente, un assassino, un mascalzone. E’ in questo che la definizione di pezzo di merda ha un senso”.
Sono parole sue, pronunciate in quel processo da me subito per aver dato del pezzo di merda al mafioso Mariano Agate, lui faceva parte di quella montagna, non poteva non essere quindi un pezzo rilevante. Salvo Vitale venne a testimoniare in quel processo che in primo grado si concluse con una assoluzione (pronunciata dal giudice Visco in nome dell’articolo 21 della Costituzione), riformata però in appello con una condanna. Pensate per avere offeso la reputazione di un mafioso, stragista, i pm avevano chiesto la mia condanna a 4 mesi. In quel processo Salvo Vitale venne a dire che l’affermazione “pezzo di merda” è rivolta non ad una persona, ma ad un mafioso.
Ma oggi è di Salvo Vitale che dobbiamo scrivere. Un solo articolo non basta, una sola pagina è poco. Ma c’è l’emozione che ti assale, l’incredulità per la perdita. Me lo immagino mentre mi dice di riordinare le idee e ripartire. Questo è quello che cercheremo di fare in una epoca in cui la mafia è tornata a inabissarsi, a alimentare la sua invincibilità e l’informazione che spesso sembra fare più passi indietro che avanti. Salvo Vitale avrebbe potuto pretendere di essere sui palcoscenici, vantando tanti meriti di essere protagonista e invece te lo trovavi sempre in mezzo ai giovani, lontano dai riflettori, pronto a prendere la penna e mettere nero su bianco i suoi pensieri, le strategie da opporre a Cosa nostra che dalle terre è passata ad alimentare i grandi canali del business, ricca come lo è diventata grazie anche al tempo perduto per combatterla. Pensavano che Peppino Impastato fosse stato un terrorista, mentre Cosa nostra riusciva a ingrandirsi. A farsi ingravidare e mettere alla luce nuovi mafiosi. Salvo Vitale ci ha indotto ogni giorno a non arrendersi mai. Ed è quello che dobbiamo continuare a fare. Militanza e impegno, ogni giorno, contro Cosa nostra. Ogni giorno ciascuno di noi deve riuscire a fare cento passi in avanti
Cronaca
Roma – “Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale. Ha incarnato, con straordinaria coerenza, il significato più pieno della testimonianza quotidiana. Nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale. Ha saputo tenere viva la memoria collettiva, trasformandola in azione. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità. Ha accompagnato intere generazioni nel comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi. Il suo esempio continuerà a orientarci e a sostenere il cammino di chi crede nella giustizia e nella democrazia. Libera in una nota ricorda Salvo Vitale, protagonista insieme con Peppino Impastato della stagione di contrasto a Cosa nostra a Cinisi”. Così l’associazione Libera contro le mafie. (Ansa)
Trapani – Se Cosa nostra non lo avesse ucciso quante volte, ogni giorno, a Peppino Impastato sarebbe stato chiesto come si fa buon giornalismo? O ancora come far la giusta politica? Mettendoci la faccia, senza nascondersi dietro pseudonimi, non inseguendo like e social, senza creare le fake news. Non ordendo segreti complotti, mischiando le carte vere con quelle truccate. Immaginiamo queste possibili risposte. Conoscendolo grazie ai suoi scritti e alle testimonianze di chi lo ha conosciuto, immaginiamo che non potrebbero esserci risposte diverse. Restiamo orfani della sua voce,, perché Peppino Impastato, giornalista di Cinisi, cronista senza tessera, ma più serio dei “titolati”, è stato ammazzato in maniera atroce il 9 maggio del 1978. L’abilità della mafia è notoria, sfuggire per anni ai processi creando depistaggi: e per anni la morte di Peppino Impastato, dilaniato da una bomba sul binario della ferrovia, venne fatta passare come conseguenza di un attentato terroristico che lui stesso stava preparando. Solo dal 2002 la matrice della sua morte è certa, fu un omicidio di Cosa nostra. Se lui fosse vivo sappiamo, e con certezza, il nostro territorio sarebbe diverso, anche se per una parte di società lui oggi sarebbe qualificato come un “professionista dell’antimafia”. Perché ancora oggi c’è chi fingendo di voler parlare e scrivere contro la mafia, finisce puntualmente con il mettere sotto accusa il mondo dell’antimafia, cominciando dal puntare l’indice contro quella sociale, che ha fatto danno, alla mafia, quasi quanto quella giudiziaria, perché alle malefatte sono stati attribuiti nomi e cognomi. L’atto di nascita del movimento antimafia in Sicilia, ricordiamolo, porta anche la firma di Peppino Impastato.
Peppino Impastato venne ucciso mentre era candidato alle elezioni comunali di Cinisi, dal seggio consiliare avrebbe urlato contro Tano Badalamenti, “Tano seduto” lo chiamava dalla sua Radio Aut, e i suoi complici. Lui impersonava la politica senza ambiguità, lontano da galà e festini, rifiutando l’ipocrita dovere della mediazione e della giustificazione istituzionale. E di questi tempi, mentre dai social emergono visioni completamente opposte alla verità e al fare informazione, noi vogliamo ricordare Peppino con le sue parole: “La mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente”. Peccato che per sentenza passata in giudicato non si possa dare del pezzo di merda ad ogni uomo che fa parte di questa collina merdosa.
Ricordiamo oggi Peppino Impastato, fatto saltare in aria dalla mafia a Cinisi il 9 maggio 1978, e non c’è niente di più vero che quella fu l’inizio della notte buia della nostra Repubblica. Nelle stesse ore di quel giorno, il terrorismo brigatista uccideva a Roma Aldo Moro uno Statista che mai avrebbe permesso le degenerazioni criminali della Politica e delle istituzioni Parlamentari, la mafia ammazzava in Sicilia Peppino Impastato che mai avrebbe scelto il silenzio dinanzi alle commistioni criminose e criminogene che in quegli anni ’70 stavano prendendo forma. Peppino Impastato lo aveva ben compreso come Cosa nostra era riuscita a frequentare i migliori red carpet, a infiltrarsi nel tessuto sociale.
Peppino Impastato, vittima innocente di mafia, far memoria della sua vicenda umana ci esorta a non restare in silenzio, a ribellarci, a non cedere alla rassegnazione.
Non dobbiamo temere di chiamare le cose con il proprio nome. Perché in un paese che vuole essere normale la prima cosa da fare è riuscire a chiamare le cose con il loro nome. Così è se vi pare.