• Trapani
    Apuzzo e Falcetta, per loro chiediamo Verità
    è giusto allo stesso modo che chi è morto, si veda consegnata verità e giustizia
    Rino Giacalone27 Gennaio 2026 - Cronaca
  • casermetta Cronaca

    Trapani – di Rino Giacalone  – Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, due Carabinieri, finiti nell’elenco dei morti ammazzati in quella stagione di trame degli anni 70, esattamente 50 anni fa. È trascorso mezzo secolo è solo depistaggi e bugie hanno coperto quella verità. E non hanno reso giustizia. Senza che poi ci siamo mai stracciate le vesti e il dolore è rimasto privato. Nessuna pubblica indignazione.

    Dove prestavano servizio

    Prestavano servizio presso l’allora esistente casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina. L’ennesimo eccidio che come tanti altri in questo nostro Paese attende una verità che illumini la giustizia. In questi ultimi due giorni a Trapani abbiamo ricordato un’altra vittima delle mafie, il magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Cosa c’entra la storia di Gian Giacomo Ciaccio Montalto ammazzato 43 anni addietro con quella di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta? Un comune denominatore c’è…è quello di una verità a portata di mano che però introdotta in percorsi precisi, temporalmente sempre lunghi, è stata calpestata, rivoltata, distrutta a favore di una verità bugiarda di quelle che , come si dice nel nostro dialetto, mascariano anche, sporcano e uccidono le vittime una seconda, terza volta in più. E come spesso accade in questo nostro Paese in questa maniera le vittime finiscono dimenticate, sottratte al diritto di conoscenza delle comunità che così crescono, cambiano e di generazione in generazione senza alcun passaggio di testimone che possa garantire almeno la persistenza del ricordo. E si finisce col non sapere o meglio solo col sapere fandonie, bugie.

    “Tradire la Memoria”

    Mi piace ricordare don Milani: ogni parola che non sai è un calcio nel culo che ti prendi quando cresci. E’ con amarezza che lo dico. Lo sport nazionale non è il calcio ma un altro, è quello di tradire ogni giorno la “memoria”. C’è una sapiente regia che ci vuole cittadini che ogni giorno devono prendersi un bel calcio nel culo.

    Pensate. In questa nostra realtà, in questa provincia di Trapani ci sono voluti vent’anni per dedicare una via a Mauro Rostagno, 40 anni per cominciare a ricordare Apuzzo e Falcetta. Altro che celebrazioni, oggi dovremmo chiedere scusa perché anche così il ricordo è stato tradito. In questa nostra realtà sono bastati appena 30 giorni per denominare una via a Trapani come via dei grandi eventi per celebrare il cosidetto grande evento della Coppa America, la famosa gara velica disputatasi nel mare delle Egadi nel 2005. Quell’evento sportivo che portò a Trapani in un battibaleno 100 e passa milioni di euro a Trapani, l’ultimo dei grandi affari della mafia che lì in quel denaro affondò le sue mani sporche del sangue di tanti morti ammazzati.

    Movimento antimafia sotto accusa

    Non stiamo messi bene, chi cerca come Libera di far fare ogni giorno a tutti noi cittadini esercizio corretto della memoria è finito sul banco degli imputati. Invece di riconoscere che esiste una magistratura, che assieme ad investigatori capaci sono riusciti a trovare chi ha tradito i propri compiti, anche giudici corrotti, papaveri e colletti bianchi che hanno tradito l’antimafia responsabile, ecco che tutto il movimento antimafia finisce sotto accusa con una durezza di toni che ovviamente mai sono stati dedicati al fenomeno mafioso. Mentre accade il contrario, un politico arrestato per vicende di mafia, per corruzione, è un eroe, un perseguitato, e se non viene arrestato resta seduto dov’era già, se si fa il carcere , torna libero e magari fonda pure un partito. Complice spesso una informazione che generalmente ha deciso di non parlare più di mafia, ma di parlare solo dell’antimafia. Dei professionisti dell’antimafia. Compiendo il dileggio più grave nei confronti non di professionisti ma di partigiani, partigiani dell’antimafia, partigiani che ogni giorno con la parola combattono una nuova resistenza.

    Carmine e Salvatore

    Carmine e Salvatore ci chiedono ancora di non essere dimenticati, chiedono che la brutta pagina di storia che li riguarda venga scritta per bene. In Italia non c’è stata la trattativa tra Stato e Mafia ci sono state le trattative, e l’eccidio della casermetta di Alcamo è una di queste tante trattative.

    A me vien da sorridere ma poi mi faccio subito serio quando sento dire a proposito dei morti ammazzati dalla mafia, i morti eccellenti, che si tratta di omicidi di mafia e non solo di mafia, come quasi a voler dire che in fin dei conti la mafia da sola è poca cosa. Ed invece la mafia è essa stessa tante cose, è fatta da mafiosi ma anche da massoni, colletti bianchi, servizi deviati, giudici corrotti e investigatori infedeli, sono tutti assieme dentro un’unica cosa, dentro Cosa nostra. Non ci sono stanze separate c’è un unico salotto dove tutti questi sono stati seduti e siedono ancora a decidere strategie di morte. Carmine e Salvatore sono stati ammazzati nel 1976 perché l’ordine è arrivato da quella stanza e in quella stanza sono stati decisi i depistaggi. Gian Giacomo Ciaccio Montalto fu ucciso nel 1983 perché aveva anche scoperto che il collega della porta accanto era stato corrotto dai mafiosi. Gian Giacomo fu tradito anche da certi suoi colleghi. Carmine e Salvatore sono stati anche loro traditi da loro colleghi, da altri uomini che indossavano la loro stessa divisa. Chi di questi uomini, quei magistrati finti amici di Ciaccio, o i carabinieri che tradirono Carmine e Salvatore, è ancora in vita non è stato mai giudicato, ne ga ricevuto segni di disprezzo morale. La memoria di Carmine e Salvatore, come quella di Ciaccio Montalto, anche in questo modo sono state sporcate un’altra volta.

    Ma va anche riconosciuto che Carmine e Salvatore vivono nel lavoro e nell’impegno diuturno di altri loro colleghi coraggiosi quelli che hanno messo le manette a Matteo Messina Denaro, si complici, che hanno arrestato il politico per corruzione e che ogni giorno dicono di non arrendersi , che combattono davvero le mafie e le mafie di questa terra. Così come Ciaccio Montalto che conta sul lavoro di altri suoi colleghi.

    Le conclusioni

    Concludo. E’ vero la mafia non ha vinto, ma la partita non è finita. Il pubblico in gradinata ha capito e tifa per la squadra dell’antimafia, ciò che mio fa spavento è il silenzio di chi sta seduto in tribuna. Non tifano per nessuno, ma invece il loro silenzio foraggia la mafia e c’è anche chi dalla tribuna qualcuno ogni tanto protesta per il fuorigioco inesistente della squadra dell’antimafia. E quindi è per la mafia che fa il tifo. In questa terra abbiamo sentito dire proprio da chi siede nelle tribune che contano, che Matteo Messina Denaro non era il primo dei problemi, abbiamo sentito dire che la mafia non esiste più, lo abbiamo sentito dire davanti ai morti ammazzati e lo sentiamo oggi mentre intere aziende e imprese muoiono, lo abbiamo sentito dire mentre i pizzini di Matteo Messina Denaro riuscivano a passare da mafioso a mafioso fino ad arrivare anche nelle stanze di qualche politico.

    E’ giusto che i non colpevoli di quel delitto lontano 50 anni si vedano restituita la verità, ma è giusto allo stesso modo che chi è morto, si veda consegnata verità e giustizia. Carmine e Salvatore devono vedersi restituita la verità e la giustizia, che non è solo quella che può essere sancita da una sentenza ma anche dalla voce della comunità. Se ascoltate bene i colpi di arma da fuoco che li hanno uccisi li possiamo ancora sentire. Non ripetiamo quello che si è fatto 50 anni fa, non giriamoci dall’altra parte udendo quei colpi. Abbiamo capito che in questa terra la mafia ha garantito ad apparati dello Stato l’esercizio di trattative criminali a livello internazionale avendone per tornaconto l’impunità. C’è una sentenza che questo ce lo racconta molto bene ed è la sentenza che dopo 25 anni ha sancito che Mauro Rostagno fu ammazzato nel 1988 dalla mafia perché aveva scoperto gli affari più segreti di Cosa nostra, gli appalti truccati, la politica corrotta e i traffici di armi. Gridiamola questa verità, lo dobbiamo intanto a Carmine e a Salvatore. Gridiamo che la mafia è una montagna di merda e ogni mafioso vivo o morto che sia è un gran bel pezzo di merda. Noi sappiamo e ciò che conosciamo va consegnato alla comunità. Io so e per questo sto dalla parte di chi come Luigi Ciotti ogni giorno ci regala impegno e ci consegna verità.





  • Palermo
    Nomi da ricordare: Natale Mondo, prima infangato e poi ucciso dalla mafia
    Un essere umano è libero quando ha la possibilità di scegliere. Nella complessità del mondo in cui viviamo non a tutti è data questa possibilità. Al contrario, molti di coloro che possono scegliere, invece, spesso non lo fanno. E' un diritto. Ed è questo diritto che ha sempre esercitato nella sua vita Natale Mondo, palermitano, poliziotto. Venne assassinato dalla mafia a Palermo, il 14 gennaio 1988
    Redazione14 Gennaio 2026 - Cronaca
  • Natale Mondo, poliziotto della Squadra Mobile di Palermo Cronaca

    Natale Mondo era nato in una famiglia molto semplice il 21 ottobre del 1952 a Palermo, nel quartiere popolare dell’Arenella. E’ una borgata alle porte di Palermo, annessa alla città dopo l’espansione del secondo dopo guerra. Una borgata sorta e sviluppatasi soprattutto per la presenza della Tonnara Florio, con una costa di sabbia bianca finissima. Aveva sempre scelto nella sua vita da che parte stare: quella della giustizia e della difesa dei più deboli. Il suo sogno era sempre stato quello di indossare la divisa e a soli 20 anni si arruola in Polizia, è il 1972.
    La sua prima destinazione è Roma e il ritorno nella sua amata Sicilia: Siracusa e poi Trapani. E’ in questa città che avviene l’incontro che cambierà per sempre la sua vita, quello con il vice questore aggiunto Ninni Cassarà. Imparano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro, Cassarà si fida di Natale Mondo tanto da volerlo al suo fianco quando sarà chiamato a dirigere la squadra mobile di Palermo.

    Dopo 10 anni finalmente Natale ritorna nella sua città per mettere a frutto ciò che ha imparato in questi anni, per contribuire con la sua esperienza a liberare la sua Palermo dalla mafia. Una città di cui è profondamente innamorato, come lo è di sua moglie Rosalia e delle sua figlie, Dorotea e Loredana. Rosalia ha un negozio di giocattoli all’Arenella, il quartiere in cui Natale è tornato a vivere e costruisce lì la sua famiglia.
    La situazione della Squadra mobile di Palermo nel 1982 è difficilissima. Nel 1979 è stato ucciso Giorgio Boris Giuliano, che aveva dato un’importante svolta alle indagini di mafia, i poliziotti si sentono soli e abbandonati, cercando di sconfiggere un nemico che gode di silenzi e connivenze. Ad aprile di quell’anno è stato ucciso Pio La Torre, segretario regionale del PCI, insieme al suo uomo di fiducia Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo la strage di via Carini, in cui furono trucidati il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo.

    Ma è l’anno in cui arrivano a prestare il loro servizio alla squadra mobile due dirigenti che attuano una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della Questura: Beppe Montana e Ninni Cassarà. I due dirigenti si circonderanno solo di persone di estrema fiducia e Natale Mondo è una di queste e per i tre anni successivi si occuperà soltanto di indagini sulle cosche mafiose. I due dirigenti Montana e Cassarà hanno introdotto un nuovo modello investigativo, basato sulla frequentazione e conoscenza del territorio, in cui cercare i latitanti. Erano certi che un capomafia non poteva allontanarsi per troppo tempo dal suo territorio, perché così facendo avrebbe perso il suo potere.
    Sono tanti i successi raggiunti da questo gruppo di uomini e di donne con pochi mezzi e tanta intraprendenza; le giornate, e a volte persino le notti, scorrono tra gli inseguimenti su Alfette moribonde o auto private. Si pagano gli informatori di propria tasca, persino i computer scarseggiano. Il commissario Montana ha acquistato di tasca propria un binocolo da utilizzare nelle operazioni di ricerca dei latitanti. Ma l’operazione più importante condotta da questa squadra è quella che portava la firma di Cassarà, stretto collaboratore del pool antimafia di Giovanni Falcone, il “Rapporto dei 162”. Era stato ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e il Rapporto getta le basi per l’istruzione del Maxiprocesso.
    Un poliziotto con la P maiuscola, finito nel tritacarne delle infamie all’indomani dell’omicidio di Ninni Cassarà, verrà colpito dal sospetto di essere stato complice dei killer, quel giorno quando Cassarà, che era stato capo della Squadra Mobile a Trapani, venne ucciso nell’estate rovente del 1985 a Palermo, c’era anche lui, riuscì a schivare i colpi mortali, che colpirono oltre che Cassarà anche l’altro agente che lo accompagnava, Rosario Antiochia.

    Su Natale Mondo scattò una sorda campagna di diffamazione, sottotraccia. Aveva la colpa di essersi salvato, e su di lui si abbatté la calunnia d’aver fatto da talpa. Cassarà era chiuso da giorni in Questura, a indagare sull’omicidio mafioso del capo della sezione catturandi, Beppe Montana, e sulla morte misteriosa, in questura, del giovane Salvatore Marino, sospettato d’avere avuto un ruolo in quel delitto. Mondo, secondo il pm che l’accusò, avrebbe avvertito il commando di killer – 9 uomini armati di kalashnikov appostati da giorni in via Croce Rossa – che Cassarà si stava muovendo, stava tornando a casa.
    Mondo fu arrestato con 27 altre persone, insieme al clan guidato da un guardaspalle di Gerlando Alberti, e fu accusato anche di traffico di stupefacenti.
    In suo favore, intervennero le deposizioni della vedova del capo della Mobile, Laura Cassarà, e di altri colleghi: Mondo s’era infiltrato tra i clan dell’Arenella, il quartiere dove viveva e dove la moglie aveva un negozio, su ordine dello stesso Cassarà. A difendere l’agente, fu poi un amico d’infanzia di Cassarà, l’avvocato Sergio Monaco.
    Su Natale Mondo restò tuttavia lo stigma del sospetto. Smise di lavorare. Di tanto in tanto, ha raccontato il dirigente della sezione investigativa della Mobile di allora, Saverio Montalbano, passava dalla Questura a ritirare un sussidio. Pure Montalbano fu processato e assolto dall’accusa di favoreggiamento e falso ideologico: due suoi agenti, questa l’accusa, avevano continuato a frequentare il negozio di Mondo, all’Arenella, consentendo alla mafia di scoprire il suo doppio gioco.

    Non si può fare a meno di pensare che Natale Mondo sia stato ucciso, tre anni dopo l’assassinio di Cassarà e Antiochia, per avvalorare l’infamia che gli era stata abilmente cucita addosso: di esser lui la talpa. Ma la talpa c’era e aveva un altro nome e un altro volto.
    Mondo fu ucciso poco dopo l’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco: omicidio tardivo, anche in questo caso, quasi quattro anni dopo le accuse contro il sistema politico mafioso depositate in commissione antimafia e ripetute a Giovanni Falcone. I due omicidi non hanno un nesso diretto che li unisca, ma la regia di Cosa Nostra li accosterà, uno dopo l’altro, forse per confondere le acque. Il pm che aveva arrestato Natale Mondo, Domenico Signorino, si suiciderà il 3 dicembre del ’92, dopo le accuse di collusione con la mafia rivolte a lui e ad altri magistrati dai pentiti Drago e Mutolo.





  • Custonaci
    A Custonaci nel ricordo di Giuseppe Di Matteo e l’intitolazione di un parco giochi a Giuseppe Montalto
    Due omicidi della mafia, il primo come reazione alla scelta del padre del piccolo di diventare un collaboratore, il secondo un regalo ai boss dell'Ucciardone
    Laura Spanò9 Gennaio 2026 - Cronaca
  • cusotnaci Cronaca

    Custonaci – Due storie di morte accomunate da un unico comune denominatore, qui ci sono due vittime innocenti uccise per mano mafiosa. Da un lato il piccolo Giuseppe Di Matteo, 12 quando venne rapito a Villabate da un commando di mafiosi travestiti da forze dell’ordine e poi tenuto prigionierio 799 giorni e infine strangolato e sciolto nell’acido. Una atrocità commessa per punire il padre del bambino Santino diventato collaboratore di giustizia. Il secondo l’agente scelto di polizia penitenziaria, Giuseppe Montalto ucciso dalla mafia il 23 dicembre del ’95 a Palma, frazione di Trapani. un regalo ai boss detenuti all’Ucciardone.

    Le iniziative commemorative si inseriscono nel trentesimo anniversario dell’uccisione di Giuseppe Montalto e del piccolo Giuseppe Di Matteo, due simboli della violenza di Cosa nostra.

    Nel corso della sua lunga prigionia, avvenuta in condizioni disumane, Giuseppe Di Matteo, per circa due mesi, fu tenuto anche nella frazione di Purgatorio, tra Custonaci e San Vito Lo Capo. La figura del bambino la cui storia rimane uno dei capitoli più bui di cosa nostra viene ricordata da tempo dalle amministrazioni dei due comuni e dalle scuole in una piazzetta a lui dedicata e dove dallo scorso anno è presente un murales che lo raffigura. Quest’anno con il Prefetto i familiari e diverse autorità militari e civili, anche il presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo e il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove.

    A seguire ancora a Custonaci è stato inaugurato il parco giochi dedicato a Giuseppe Montalto

    Alla cerimonia hanno partecipato la vedova di Montalto, Liliana Riccobene, il sottosegretario alla Giustizia con delega alla polizia penitenziaria Andrea Delmastro Delle Vedove, la presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo, il provveditore regionale Maurizio Veneziano, autorità civili e della polizia penitenziaria. militari.

    Nel corso dell’iniziativa, il presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo ha sottolineato come nel territorio trapanese persista “una complicità ancora inaccettabile con la criminalità organizzata”. Dai lavori della Commissione emerge che nel 2025 sono state decine le operazioni di forze dell’ordine e magistratura che hanno coinvolto fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. “Altrimenti non avremmo persone nate nel 1992 che favorivano la sua latitanza”, ha aggiunto.

     






  • Trapani
    Oggi a Trapani si sono svegliati tutti artisti, scultori, urbanisti, RUP
    𝐋𝐞 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐮 𝐮𝐧’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐨𝐯𝐯𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐞 e non esiste una posizione giusta o sbagliata. Ma 𝐢𝐧 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐞𝐬𝐞𝐠𝐞𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐬𝐭𝐚𝐥𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
    Redazione3 Novembre 2025 - Cronaca
  • auto palermo2 Cronaca

    Trapani – di Paolo Petralia – Alcuni anni fa, con l’associazione Drepanensis di cui ero presidente, avevamo immaginato il recupero della macchina della scorta del magistrato Carlo Palermo e, per farla breve, avevamo pensato proprio ad una collocazione centrale e dirompente. Perché potró sembrare ripetitivo, ma le nuove generazioni vanno pian piano dimenticando cosa è stata la violenza e la volgarità mafiosa in questa terra.

    auto palermo

     

    Ci sono voluti anni per la realizzazione e la messa a terra, e ritengo non scontato l’impegno dell’amministrazione comunale in questo senso.
    In altre parole, 𝐢𝐥 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐚𝐧𝐝𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐨𝐭𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞, perché è un pugno dritto in faccia per ricordare e per fare memoria che – lo rammento – per noi siciliani non dovrebbe mai essere data per scontata.
    Per il resto, ho poco da dire. Divertitevi a sbraitare sui social, ma a volte – prima di urlare – fermatevi un attimo e provate a capire il senso delle cose.





  • Trapani
    Un ufficio (mafioso) disbriga faccende
    Processo “Eirene”: prosegue la testimonianza dell’investigatore Cuciti
    Rino Giacalone26 Settembre 2025 - Cronaca
  • Tribunale Trapani Cronaca

    Trapani – di Rino Giacalone  – Si è concentrata sulle intercettazioni dei colloqui tra i presunti appartenenti al gruppo mafioso capeggiato dall’alcamese Ciccio Coppola, la testimonianza di martedì scorso in Tribunale dell’ispettore Giuseppe Cuciti appartenente alla Squadra Mobile di Trapani. Cuciti si è occupato delle indagini antimafia oggi oggetto del processo “Eirene”, che si sta svolgendo davanti al collegio presieduto dal giudice Messina con a latere i giudici Badalucco e Nodari. L’ispettore per quasi sette ore ha risposto alle domande del pm Pierangelo Padova, ripercorrendo il contenuto delle intercettazioni e dando i nomi dei protagonisti per ognuna di esse.

    In particolare oggetto della testimonianza sono stati i colloqui tra Coppola e Giosuè Di Gregorio, tutti e due tra gli imputati. Dialoghi dai quali è venuto fuori come il clan operava anche per sbrigare faccende ordinarie, una sorta di “mafia di prossimità” alla quale rivolgersi per i più disparati motivi. I due parlavano tra loro non celando l’appartenenza, rivendicando la guida del “mandamento” o della “famiglia”, termini propri dell’organizzazione mafiosa. Facendo anche nomi.

    E’ venuto fuori dalle intercettazioni il nome del conclamato mafioso Mariano Asaro, tornato libero dopo una lunga detenzione. Di Gregorio parlando di Asaro lo ha indicato come “boss buono”.

    Insomma un personaggio che almeno ai tempi dell’intercettazione, nel 2022, avrebbe avuto ancora un ruolo nell’organizzazione.

    Tra le vicende emerse anche quella di un medico, Giacinto Raspanti, che si sarebbe rivolto a Coppola, per risolvere i rapporti con Ignazio Melodia, altro soggetto coinvolto in passato indagini di mafia, parente dei famigerati Melodia, esponenti di punta della famiglia mafiosa alcamese, omonimo del più famoso Ignazio Melodia, medico, morto da qualche tempo. Raspanti aveva dato in affitto una casa a Ignazio Melodia che però non era stato puntuale nel pagamento della locazione.

    Nessuna collusione del medico con il clan, ha spiegato l’ispettore, la conoscenza con Coppola, al quale lui si era rivolto, derivava dal fatto che questo era un suo paziente. Altra vicenda emersa quella riguardante un altro medico, nel frattempo scomparso, Guido Faillace, che risultò tra gli indagati dell’inchiesta, a proposito di un concorso all’Asp di Trapani, che Coppola avrebbe tentato di mediare a favore di una propria conoscente.

    La testimonianza proseguirà nella prossima udienza fissata per il 14 ottobre, quando è prevista venga affrontata la posizione di uno degli imputati più importanti del processo, l’ex senatore Nino Papania, accusato di voto di scambio politico mafioso





  • Italia
    Torna a far parlare di se il figlio di Totò Riina con una intervista delirante
    Il presidente Antimafia Sicilia: «Non offenda la nostra terra»
    Redazione19 Settembre 2025 - Cronaca
  • giuseppe riina Cronaca

    Milano – Delirante intervista quella rilasciata a Lo Sperone podcast da Giuseppe Salvatore Riina, il figlio del capo di Cosa nostra, Totò Riina. Dopo aver scontato una condanna a 8 anni per associazione mafiosa, Riina jr. non sembra mostrare segni di ravvedimento o critiche verso la sua famiglia. Anzi, continua a difendere la figura del padre e a promuovere la narrazione di Cosa Nostra come una «vittima di un sistema più grande». «Non ha ucciso il piccolo Di Matteo, è stato arrestato perché dava fastidio». E partono gli applausi

    «Mio padre non ha mai ordinato l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Giovanni Falcone, quando l’hanno ammazzato, non dava più fastidio alla mafia o a Totò Riina, ma ad altri dietro le quinte». E ancora- «L’antimafia è un carrozzone composto da gente che ha bisogno di stare sotto i riflettori e a dimostrarlo sono i casi della giudice Silvana Saguto e dell’imprenditore Antonello Montante, finti e antimafiosi di facciata».

    Ecco cosa ha detto

    Nel corso dell’intervista riferendosi sempre alla figura del padre ha poi ribadito – «Non mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue, è stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia». Lo stesso non ha esitato a lodarlo. «Era un uomo con la U maiuscola. Una persona che ha sempre combattuto il sistema. Un uomo serio e onesto. Non l’ho mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue. È stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia».

    Parlando di sé stesso

    Giuseppe Salvatore Riina si paragona ai bambini che vivono a Gaza «Perché come i piccoli palestinesi, da bambino ho vissuto sempre cose fossi in perenne emergenza. Anche se, quando dovevamo scappare da un rifugio all’altro con papà, per me era come una festa perché conoscevo posti nuovi e gente nuova. D’altra parte non mi è stato mai proibito di uscire di casa. Sono pure nato nella clinica Noto, la più famosa di Palermo, col nome e cognome di mio padre. E tutti lo sapevano».

    Sui magistrati e l’antimafia

    Giuseppe Salvatore Riina sostiene: «Mi chiedono continuamente dove si trova il “tesoro” di mio padre. Io so solo che lo hanno arrestato quando avevo 14 anni e non parlava con me di queste cose. Quando l’hanno preso ero in sala giochi con mio fratello. Negli anni hanno fatto tanti sequestri a mio padre. Se chiedete all’intelligenza artificiale, sommerà almeno un miliardo di euro. Ma io non ne so nulla ed è inutile che me lo continuino a chiedere».

    Nella stessa sala giochi Giuseppe Salvatore Riina si trovava il 23 maggio 1992, «Dove ho saputo della morte di Giovanni Falcone. I pentiti raccontano che lo ha fatto ammazzare mio padre per vendetta. Ma così dicono loro. C’era altra gente dietro. E ad ammazzare Giovanni Falcone, così come il piccolo Giuseppe di Matteo, in pratica è stato solo Giovanni Brusca, che poi è diventato pentito. Non mio padre Totò Riina». «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano due magistrati che sapevano cosa volevano e volevano lavorare. Nessuno dopo Falcone ha più utilizzato il suo metodo di indagine basato sul “seguire i soldi”»,

    E il futuro?

    Giuseppe Salvatore Riina ha anticipato che presto uscirà un suo secondo libro, dove racconterà vil suo punto di vista sugli ultimi anni del mondo della mafia e dell’antimafia.

    Durissima la replica di Antonello Cracolici, presidente Antimafia Sicilia

    «Non sentivamo il bisogno di ascoltare le opinioni del figlio di Totò Riina, convinto di spiegarci che uomo buono era suo padre. Non offenda la nostra terra. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano».

     





  • Trapani
    Ciotti e quell’anima trapanese
    Buon Compleanno don Luigi
    Rino Giacalone10 Settembre 2025 - Attualità
  • Luigi Ciotti Attualità

    Trapani – di Rino Giacalone – Luigi Ciotti? Non ho dubbi, dovrebbe avere consegnata la tessera di giornalista ad honorem causa. La sua suola delle scarpe è consumata, come quella che ogni giornalista dovrebbe avere. Con lui e grazie a lui sono centinaia i chilometri percorsi per le vie delle città, alla ricerca di quella verità che non è nascosta ma basta solo cercarla per trovarla.

    I suoi ottanta anni rappresentano oggi per Noi tante cose, la prima di tutti aver saputo essere eretici, di scegliere la parte dove stare. Luigi Ciotti ha il merito di averci aperto gli occhi sulla difesa della legalità, oggi ci dice che un’altra lezione da imparare presto è quella del saperci indignare dinanzi alla legalità che è stata annacquata. Ci sono tanti pozzi che sono stati inquinati, per restituire alla collettività l’idea che tanto di tutto quello che è stato fatto è sbagliato. Certuni vogliono rimettere indietro gli orologi della storia, con il loro senso di legalità che è conseguenza piena delle peggiori illegalità.

    L’anima trapanese di don Luigi

    L’anima trapanese di don Luigi Ciotti è in questa considerazione. Trapani dove Cosa nostra è diventata sentimento culturale, quello che serviva a portare alla negazione della sua esistenza, Trapani dove Cosa nostra ha trasformato l’illegalità in legalità, Trapani dove Cosa nostra ha sempre saputo sparare bene quando è stato ora di sparare e votare bene quando è stato ora di votare, portando a sedere sui banchi di Governo chi dava lavoro ai mafiosi, cacciava via prefetti, pretendeva che i poliziotti lasciassero perdere la ricerca dei latitanti e degli appalti truccati. Luigi Ciotti è stato il primo ad avere netta percezione di questo stato di cose, perché si è reso conto che da qui doveva cominciare come è cominciato, il cammino dell’Italia per sfuggire via alle peggiori trame criminali. Un cammino che non si è concluso. E che trova ostacolo in chi ogni giorno tira fuori le favole sulle mafie che a Trapani non ci sono e che l’antimafia è peggio della mafia.

    Trapani il 21 marzo 2025

    Trapani il 21 marzo 2025 ha accolto i familiari delle vittime innocenti delle mafie, nella celebrazione della XXX giornata nazionale a loro dedicata. “Il vento della memoria semina la giustizia”. Scopriamo ogni giorno che il vento non è sufficiente, ne serve molto di più. Le mafie non sono più solo mafie, sono diventate altro, sono corruzione, depistaggi, il mascariare, sporcare, l’altro. E quel che è peggio che affianco ad ogni azione di questo genere c’è subito chi dipinge tutto di verità mettendo a fianco la parolina legalità.

    Ed allora il regalo di compleanno per Luigi è consegnargli la promessa che questa legalità non ci appartiene, non è nostra. Non è legalità permettere ai mafiosi di continuare a fare i mafiosi indossando l’abito dei manager, hanno dismesso coppole e lupare, non è legalità far morire in mare le persone che fuggono via da guerre e carestie, non è legalità girarsi dall’altra parte mentre gli echi delle guerra sono arrivati alle nostre spalle, non è legalità attaccare l’informazione ogni giorno, e non è legalità produrre una informazione che si è messa il bavaglio o che inventa di sana pianta notizie.

    Gli 80 anni di Luigi Ciotti coincidono con una nuova Resistenza responsabile. Questo è per Luigi il nostro regalo.





  • Palermo
    L’impegno e la testimonianza. I Cento Passi di Salvo Vitale
    La lotta antimafia perde un protagonista
    Rino Giacalone19 Agosto 2025 - Cronaca
  • Salvo Vitale Cronaca

    Cinisi (Palermo) – di Rino Giacalone  – Se ne è andato avendo appena compiuto 82 anni. Era nato il 16 agosto del 1943, e negli anni ’60 era diventato con Peppino Impastato il protagonista di quella stagione di contrasto a Cosa nostra a Cinisi, in un periodo in cui la mafia era riuscita a alimentare la propria inesistenza e nel frattempo controllava tante cose, ed era artefice di migliaia di malefatte. Era la mafia che diventava impresa e inquinava politica e istituzioni. Salvo Vitale, perché è di lui che purtroppo oggi dobbiamo scrivere, è stato sempre esempio di quell’impegno e ne è poi diventato testimone, di quelli indiscutibili. Mai un passo indietro, sempre …cento passi avanti a tutti.

    Difficile scrivere di una persona che te la sei trovata vicino

    Difficile scrivere oggi di una persona che non è mancato giorno nel quale non te la sei trovata vicino, così era Salvo, professore di storia e filosofia, ma che con Peppino Impastato era stato la voce di Radio Aut, era lui che veniva a cercarti, a chiederti cosa poteva fare. Non aveva perduto mai nulla di quel suo impegno giovanile, sinistra extraparlamentare, Lotta Continua, Giornalismo. Oggi aveva un suo blog, lo alimentava di continuo, poi la sua costante presenza a tele Jato, la tv di Pino Maniaci.

    Anno 1966 a Cinisi nasce un giornale L’Idea

    L’anno era il 1966, a Cinisi nasce un giornale “L’Idea”, il primo titolo stampato è di quelli che faranno la storia, “La mafia è una montagna di merda”. Immaginate quello che accadde, no non dovete immaginare nulla, perché tanti di voi lettori sanno come andò a finire. Uccisero Peppino Impastato la notte del 9 maggio 1978, i mafiosi allestirono la scena, Peppino terrorista ucciso dalla bomba che voleva piazzare sui binari della ferrovia Palermo- Trapani. Cosa nostra pensava di avere chiuso un capitolo, Salvo Vitale invece fu tra quelli che quella storia hanno contribuito a scriverla nel modo giusto. Ci volle tempo, passarono anni, ma alla fine Cosa nostra ha dovuto togliersi la maschera di merda che portava. Si è vero in tutti quegli anni trascorsi nella bugia, i mafiosi si sono fatti più forti, hanno esercitato quel potere che difendevano con le armi e il depistaggio, ci sono stati altri morti ammazzati, ma l’invincibilità e l’inesistenza di Cosa nostra sono state sconfitte. E Salvo Vitale questa stagione l’ha vissuta in pieno, ma non è mai salito su di un palcoscenico, è rimasto in mezzo alla gente, nello stesso posto in cui con Peppino Impastato era facile sempre trovarlo.

    Salvo e il suo lavoro di denuncia

    Non ha perduto mai un attimo nel continuare quel lavoro di denuncia organizzato nella Cinisi della mafia di Tano Badalamenti e dell’antimafia di Peppino Impastato: “demolire l’aria di rispetto che circondava il mafioso, per farlo diventare proprio autenticamente quello che era ovvero un delinquente, un assassino, un mascalzone. E’ in questo che la definizione di pezzo di merda ha un senso”.

    Sono parole sue, pronunciate in quel processo da me subito per aver dato del pezzo di merda al mafioso Mariano Agate, lui faceva parte di quella montagna, non poteva non essere quindi un pezzo rilevante. Salvo Vitale venne a testimoniare in quel processo che in primo grado si concluse con una assoluzione (pronunciata dal giudice Visco in nome dell’articolo 21 della Costituzione), riformata però in appello con una condanna. Pensate per avere offeso la reputazione di un mafioso, stragista, i pm avevano chiesto la mia condanna a 4 mesi. In quel processo Salvo Vitale venne a dire che l’affermazione “pezzo di merda” è rivolta non ad una persona, ma ad un mafioso.

    Per ricordare Salvo Vitale non basta un solo articolo

    Ma oggi è di Salvo Vitale che dobbiamo scrivere. Un solo articolo non basta, una sola pagina è poco. Ma c’è l’emozione che ti assale, l’incredulità per la perdita. Me lo immagino mentre mi dice di riordinare le idee e ripartire. Questo è quello che cercheremo di fare in una epoca in cui la mafia è tornata a inabissarsi, a alimentare la sua invincibilità e l’informazione che spesso sembra fare più passi indietro che avanti. Salvo Vitale avrebbe potuto pretendere di essere sui palcoscenici, vantando tanti meriti di essere protagonista e invece te lo trovavi sempre in mezzo ai giovani, lontano dai riflettori, pronto a prendere la penna e mettere nero su bianco i suoi pensieri, le strategie da opporre a Cosa nostra che dalle terre è passata ad alimentare i grandi canali del business, ricca come lo è diventata grazie anche al tempo perduto per combatterla. Pensavano che Peppino Impastato fosse stato un terrorista, mentre Cosa nostra riusciva a ingrandirsi. A farsi ingravidare e mettere alla luce nuovi mafiosi. Salvo Vitale ci ha indotto ogni giorno a non arrendersi mai. Ed è quello che dobbiamo continuare a fare. Militanza e impegno, ogni giorno, contro Cosa nostra. Ogni giorno ciascuno di noi deve riuscire a fare cento passi in avanti





  • Italia
    Libera, con gratitudine e tristezza salutiamo Salvo Vitale ‘Il suo un impegno costante contro le mafie’
    Così l'associazione Libera contro le mafie
    Redazione19 Agosto 2025 - Cronaca
  • S Vitale Cronaca

    Roma – “Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale. Ha incarnato, con straordinaria coerenza, il significato più pieno della testimonianza quotidiana. Nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale. Ha saputo tenere viva la memoria collettiva, trasformandola in azione. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità. Ha accompagnato intere generazioni nel comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi. Il suo esempio continuerà a orientarci e a sostenere il cammino di chi crede nella giustizia e nella democrazia. Libera in una nota ricorda Salvo Vitale, protagonista insieme con Peppino Impastato della stagione di contrasto a Cosa nostra a Cinisi”. Così l’associazione Libera contro le mafie. (Ansa)





  • Italia
    Dieci domande a Meloni e Colosimo sulla lotta alle mafie – di Walter Verini
    Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere
    Redazione20 Luglio 2025 - Politica
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    Roma –  di Walter Verini – Deputato Pd capigruppo commissione nazionale antimafia. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia. Per questo rivolgiamo qualche domanda alla premier Meloni e alla presidente della commissione Antimafia Colosimo.

    “Parlate di mafia”, è il titolo della iniziativa di Fratelli d’Italia. Si tiene da tre anni, nei giorni dell’anniversario della strage di Via d’Amelio.

    I gravissimi fatti corruttivi che hanno investito esponenti del partito della Meloni in Sicilia, ne hanno consigliato il trasloco da Palermo a Roma. Una scelta dettata da evidente imbarazzo. Non è mancato l’omaggio alla memoria di Borsellino e della sua scorta. Come tutti gli anni, sono in prima fila negli anniversari.

    Ci mancherebbe non fosse così. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia.

    Per questo rivolgiamo qualche domanda alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo:

    1) Non pensate che indebolire presidi di lotta alla corruzione, alla criminalità, come limitare a 45 giorni le intercettazioni per gravi reati contro la pubblica amministrazione, o rendere difficile il sequestro degli smartphone contenga (parole del Procuratore Nazionale Antimafia) il rischio di «apertura di pericolosi spazi di sostanziale impunità di gravi fenomeni criminali»?

    2) È coerente allentare – come il governo ha fatto – presidi di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata? Citiamo a memoria: più basse le soglie per affidamenti diretti, estensioni alla pratica dei subappalti, con rischi di penetrazione delle mafie e per la stessa sicurezza del lavoro. Alte le soglie per l’uso del contante con aumento della facilità del riciclaggio dei proventi del narcotraffico, dell’usura, del gioco d’azzardo, delle estorsioni.

    3) Ed è coerente il tentativo da voi esercitato (sventato grazie alle proteste delle opposizioni e di reti di antimafia sociale e soprattutto grazie ad un decisivo intervento di “moral suasion” degli Uffici del Quirinale) di attenuare controlli antimafia nell’esecuzione di grandi e discusse opere, come il Ponte sullo Stretto?

    4) Non ritenete che allentare quotidianamente sistemi di controllo, controlli preventivi, concomitanti sull’attività della Pubblica amministrazione sia rischioso? Oltre a indebolire e colpire l’indipendenza della magistratura ordinaria (penso alla separazione delle carriere) la vostra “riforma” della Corte dei Conti, non colpisce incrostazioni ma indebolisce i controlli, fondamentali in democrazia. La necessaria velocità nell’eseguire opere, deve andare di pari passo con il rispetto delle regole e della legalità.

    5) Ed è coerente con il doveroso omaggio alle vittime smontare reati come l’abuso di ufficio, il traffico di influenze? O tagliare fondi per norme fondamentali come quelle che riguardano la confisca dei beni alle mafie? O dare continui segnali (in linea del resto con il famigerato meloniano «le tasse sono pizzo di stato») per i quali rispettare le regole è un optional, tanto arrivano i condoni?

    6) La Commissione Antimafia è da tempo impegnata sul contesto, le cause, le accelerazioni della strage di Via D’Amelio. Con un obiettivo predefinito dalla destra dall’inizio: tutto dipese dall’intreccio mafia-appalti. Che c’era, eccome, pesantissimo e ramificato non solo in Sicilia. Ma il tentativo è quello di riscrivere la storia di quegli anni. Di “cancellare” i rapporti evidenti tra mafie, estremismo nero e stragista, certi settori della politica. Quegli anni, quelle stragi, quegli attentati (Capaci e Via D’Amelio, ma anche Georgofili, Velabro, Via Palestro…e prima l’omicidio Mattarella…) avevano anche una regia ed un fine politico. Che si vuole occultare. È questo il modo giusto per ricordare le vittime di mafia?

    7) Non pensate che bisognerebbe indignarsi davanti a inaudite affermazioni fatte in Antimafia dal generale Mori e dal Colonnello De Donno, auditi in per supportare queste tesi? Ebbene, nella stessa Commissione nella quale sedettero nel tempo grandi personalità antimafia: un nome per tutti, Pio La Torre) i due auditi hanno avuto parole di apprezzamento per condannati definitivamente per associazione mafiosa («….stimavo e stimo Marcello Dell’Utri» , ha affermato De Donno). «…Io disprezzavo la Procura di Palermo…», ha rincarato Mori. Perché non si sente il bisogno di prendere le distanze da queste incredibili affermazioni?

    8) In Commissione è in corso un tentativo per “espellere” dalla trattazione di questi temi due magistrati antimafia come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho. Il tentativo consiste in una sgangherata e incostituzionale proposta di legge della maggioranza sul “conflitto di interesse”. Che dovrebbe valere solo per la Commissione Antimafia (si badi, non è una legge seria e sempre necessaria sul conflitto di interessi erga omnes). Che dovrebbe essere deciso dalla maggioranza di turno, senza criteri e perimetri chiari ed oggettivi. Una vergogna, destinata probabilmente su un binario morto. Ma intanto ci provano. Motivi di opportunità, in Antimafia come nelle altre Commissioni, ci possono essere, sempre. Ma a deciderli devono essere i parlamentari stessi, eletti dal popolo, le cui prerogative non possono essere colpite dalla maggioranza di turno. E nel caso, la maggioranza in Antimafia vorrebbe impedire a due ex-magistrati Antimafia di offrire il proprio contributo. Presidente Meloni, presidente Colosimo, non pensate che questo tentativo sia davvero molto grave?

    9) Molti, troppi, sono stati nel tempo i giornalisti ammazzati in Italia dalle mafie. Da De Mauro a Impastato, a Pippo Fava; da Spampinato a Siani a Francese….). Perché quotidianamente provate fastidio, sferrate attacchi al giornalismo d’inchiesta? Querele a giornalisti e scrittori come Saviano e reiterati attacchi a trasmissioni come Report; limitazioni alla pubblicabilità delle notizie attraverso leggi restrittive della libertà di informazione; rifiuto di approvare norme contro le querele temerarie ai danni dei giornalisti. Chi – come l’informazione e i giornalisti – accende luci sul malaffare, sulle opacità del potere, sui rapporti tra mafie e certa politica, certi amministratori (sono queste le vere carriere da separare!) non va difeso e tutelato?

    10) Infine, non ritenete di dover concentrare sforzi sulle più recenti frontiere delle mafie? Sulla difesa delle piattaforme e dei dati sensibili sotto attacco; sulla cybersicurezza e l’attacco alle piattaforme criptate delle organizzazioni criminali, sulla penetrazione nell’economia legale, nelle zone di degrado sociale e culturale, dispersione scolastica e povertà educativa, contro le pratiche – dove non arriva lo Stato – di welfare criminale?
    Fornire risposte a domande, a questioni come queste, darebbe coerenza alla necessaria celebrazione e memoria di chi ha pagato con la vita il proprio impegno per la legalità e quindi la difesa della convivenza civile.

    Walter Verini – Deputato Pd Capigruppo Commissione Nazionale Antimafia /https://www.editorialedomani.it





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