Cronaca
Palermo – Operazione antimafia congiunta di carabinieri e polizia nella notte a Palermo. Trentadue le persone indagate.
Tra i 32 fermi anche Nino Sacco che uscito dal carcere a maggio del 2024 era tornato a prendere il controllo del mandamento. Il boss scarcerato insieme agli altri 31 indagati sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, reati in materia di armi, trasferimento fraudolento di valori e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, oltre a ulteriori delitti aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione dell’associazione mafiosa.
Rivelata anche una metamorfosi strategica, dove Cosa Nostra non ha rinnegato la propria vocazione violenta e il controllo militare del territorio ma ha affiancato ad essi una moderna inclinazione affaristica, declinandola in chiave manageriale e comprendendo come il controllo di una parte importante del mercato legale può generare ricavi più remunerativi con molti meno rischi.
Oltre all’esecuzione dei fermi, sono in corso numerose perquisizioni personali e locali disposte dall’ Autorità Giudiziaria ed è stata data esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo riguardante aziende, immobili, conti correnti in relazione a ipotesi di autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.
I 32 indagati sono accusati a vario titolo di estorsione aggravata, droga e associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori. Ecco i nomi:
Giuseppe Vulcano, 37 anni, di Palermo. In azione nella zona di Brancaccio e Sperone i carabinieri del Reparto operativo e agenti di polizia della squadra mobile e dello Sco, coordinati dalla procura, diretta da Maurizio de Lucia. L’attività ha visto interessati i quartieri Brancaccio e Sperone.
Nel corso delle indagini alcuni imprenditori taglieggiati hanno collaborato. Ricostruite diverse richieste di pizzo agli esercenti. L’organizzazione aveva anche acquistato alcune case bandite per fallimenti facendo andare deserte le aste.
Nel sistema messo in piedi dal mandamento di Brancaccio, accanto a prestanome e faccendieri, spicca una figura ancora più delicata: quella di un dipendente dell’Agenzia delle Entrate.
Per gli investigatori, l’uomo metteva le proprie competenze e l’accesso privilegiato agli archivi al servizio del clan. Il suo compito: falsificare documenti immobiliari e fiscali, rendendoli formalmente inattaccabili. Contribuiva a ripulire operazioni illecite, dando una parvenza di regolarità amministrativa. Un passaggio decisivo, ad esempio, nelle operazioni di appropriazione delle case di defunti senza eredi o nella costruzione di identità finanziarie credibili per i prestanome.
In cambio il funzionario riceveva compensi provenienti dal circuito economico del clan, che grazie a lui riusciva ad aggirare controlli e procedure.