• Trapani
    Abusi su una turista finlandese: iniziate le arringhe dei legali dei 4 imputati
    Per gli avvocati gli imputati vanno assolti
    Laura Spanò27 Gennaio 2026 - Cronaca
  • tribunale trapani Cronaca

    Trapani – Il processo per la violenza sessuale consumata ai danni di una turista finlandese, abusata in un residence sul Lungomare Dante Alighieri a Trapani la notte del 22 luglio 2022 è alle battute finali. Ieri sono iniziate le arringhe dei difensori degli imputati.

    Sono quattro gli imputati alla sbarra, fra loro Nino Pizzolato, due volte bronzo a Tokyo 2020 e Parigi 2024, con lui: Davide Lupo, Claudio Tutino e Stefano Mongiovi.

    Ieri è stata la volta dell’avvocato Paolo Paladino. «La nostra ricostruzione è altrettanto plausibile di quella rappresentata dalla pubblica accusa – ha detto il difensore al termine dell’udienza – Questo impedisce di ritenere che si sia raggiunta la prova della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, il che obbliga ad una sentenza di assoluzione».

    Nell’ultima udienza, i pm Andrea Tarondo e Giulia Sbocchia al termine della requisitoria hanno chiesto dieci di carcere per ognuno. Alla richiesta è stata applicata l’aggravante della violenza compiuta da più persone.

    I legali dei quattro imputati sostengono invece che non c’è stata violenza sessuale ma la ragazza era consenziente. Per i pm il racconto della vittima è stato invece dettagliato e veritiero definendo inventato quello degli imputati.

    «Le sue dichiarazioni sono state chiare e costanti fin dall’inizio. Attendiamo con serenità la decisione del tribunale» – ha sostenuto Nicola Pellegrino, legale della vittima che con coraggio ha accettato di essere ascoltata in aula, ed è stata presente a diverse udienze del processo.

     

     

     

     





  • Marsala
    Diffamazione aggravata. Il Tribunale di Marsala condanna Francesco Patricolo
    Intanto ieri si è aperto il processo per diffamazione aggravata a carico dei giornalisti de “Le iene”
    Redazione30 Ottobre 2025 -
  • Tribunale di Marsala

    Marsala – Il Tribunale di Marsala, giudice Matteo Torre, ha condannato il trapanese Francesco Patricolo, 59 anni, per diffamazione aggravata.

    E questo dopo la querela presentata dall’avv. Giuseppe Gandolfo del Foro di Marsala, che in un post sul sociale Facebook era stato indicato come “ladro” dal Patricolo. Un commento relativo a un servizio mandato in onda dalla trasmissione televisivo “Le iene”, in materia di “furbetti dell’antimafia”. Patricolo è stato condannato a pagare una multa di 600 euro e a corrispondere spese legali e una provvisionale risarcitoria all’avv. Gandolfo, quale parte offesa, costituitosi nel procedimento come parte civile con l’avv. Francesco Foraci.

    E’ iniziato intanto ieri avanti al Tribunale di Marsala il processo per diffamazione aggravata a carico dei giornalisti de “Le iene”, Filippo Roma e Giulio La Monica, nonché del giornalista Giacomo Di Girolamo e di Laura Agata Pulizzi: i primi due realizzarono il diffamatorio servizio televisivo sui furbetti dell’antimafia che andò in onda su Italia 1 il 28 aprile 2019. Parti civili costituite l’avv. Giuseppe Gandolfo e l’Associazione Antimafie e Antiracket La verità vive.





  • Trapani
    Bucaria, il caso torna in Corte di Appello
    Trapani, l'imprenditore accusato di essere stato mandante di un agguato subito dal cognato: la Cassazione annulla la sentenza di condanna e ordina un nuovo processo
    Rino Giacalone26 Ottobre 2025 -
  • corte cassazione

    Trapani – di Rino Giacalone Le motivazioni ancora non si conoscono, le si potrà conoscere tra trenta giorni. C’è però il dispositivo depositato dai giudici della Corte di Cassazione. Cancellata la condanna a 15 anni dell’imprenditore trapanese Matteo Bucaria, pronunciata l’anno scorso a luglio, dalla Corte di Appello di Palermo, per essere stato il mandante dell’agguato subito dal cognato, Domenico Cuntuliano, nel marzo 2013.

    Un caso che si era chiuso con l’arresto e la condanna dell’esecutore, un ex operaio del Comune di Trapani, Gaspare Gervasi, e che di colpo si è riaperto nell’agosto 2020 con l’arresto di Matteo Bucaria, un imprenditore parecchio noto in città, a Trapani, anche per il ruolo svolto nell’ambito di indagini antimafia. Il nome di Bucaria è legato ad una stagione investigativa che tra le fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000 portò alla scoperta di un sistema mafioso che pilotava gli appalti. Bucaria contribuì a svelare gli intrecci con le sue rivelazioni.

    Secondo l’accusa c’erano interessi economici dietro l’ordine dato da Bucaria a Gervasi, che solo sul finire della detenzione, per i dodici anni avuti inflitti, si decise di svelare quel segreto tenuto per se per tanti anni, durante le indagini e il processo da lui subito ha sempre respinto l’invito a rispondere alle domande di investigatori, pm e giudici. Tesi accolta dai giudici di primo grado, che lo avevano condannato a 19 anni, e di appello, che avevano ridotto la condanna a 15 anni, ma adesso la Cassazione ha deciso di accogliere il ricorso dei difensori dell’imprenditore, avvocati Gian Domenico Caiazza, Nino Reina e Giovanni Liotti. Disponendo l’annullamento della sentenza e la ripetizione del processo di secondo grado.

    Bucaria frattanto resta ai domiciliari.

    Un caso giudiziario parecchio controverso, che ha visto Cuntuliano costituirsi parte civile nel processo , affidandosi all’avv. Antonio Ingroia, l’ex pm della Procura di Palermo.

    Gaspare Gervasi, l’esecutore, venne arrestato proprio su indicazione del Cuntuliano: l’uomo riuscì infatti a salvarsi dai colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui da colui il quale doveva essere il suo sicario, per fortuna riuscì solo a ferirlo anche gravemente. Proprio sul finire della sua detenzione Gervasi fu intercettato a scrivere dal carcere delle lettere a Bucaria, dove gli chiedeva denaro. Interrogato, rompendo il silenzio che aveva tenuto sin dai giorni del suo arresto e per tutta la durata dei processi dove è stato imputato, svelò che a Cuntuliano aveva sparato su incarico di Matteo Bucaria. Sentito nel processo contro Bucaria ha accusato l’imprenditore quale mandante dell’agguato a Cuntuliano, ed ha raccontato di avere accettato l’offerta di 50 mila euro da parte di Bucaria per uccidere il cognato. Bucaria ha sempre respinto ogni accusa.

    Un ricorso basato su cinque motivi

    In Cassazione i difensori di Matteo Bucaria, avvocati Reina e Caiazza, hanno presentato un ricorso basato su cinque motivi. A cominciare dalle valutazioni date dai giudici al movente, la necessità del Bucaria di coprire le ingenti appropriazioni in denaro fatte a danno del cognato, per la difesa nel processo emerge ben altro e che certamente l’imprenditore non ha sottratto al familiare alcunché. Sottolineati inoltre gli scenari relativi all’improvvisa decisione dei Gervasi di rompere il suo silenzio sull’accaduto, quasi per induzione e vendette personali, la carenza nelle motivazioni di condanna, nella sostanza una sopravvalutazione dei riscontri e l’assenza di valutazione invece dei profili sull’attendibilità del teste, un movente, quello indicato da Gervasi, del tutto infondato, anche per alcune testimonianze raccolte nel processo.

    Secondo le difese emergerebbero prove sull’esistenza di “una calunnia ordita contro Bucaria”, in un primo tempo respinta dal Gervasi, e poi infine chissà come mai accolta. Altre prove di dubbia fondatezza quelle legate all’arma usata da Gervasi per sparare contro Cuntuliano, in quel loro faccia a faccia del 30 marzo 2013 nelle campagne di Xiggiare. Un’arma che Gervasi ha fatto ritrovare solo nel 2020, risultata parecchio vetusta e che all’esito delle perizie inutilizzabile per uccidere, la sua consegna da parte di Bucaria a Gervasi in un luogo, l’azienda dell’imprenditore, sottoposto a controllo video.

    Il movente del gesto criminale raccontato dal Gervasi, per la difesa del Bucaria, “dissimula quello vero e di natura inconfessabile”, un movente per i difensori dell’imprenditore da cogliere nei rapporti diretti tra Gervasi e Cuntuliano e che le sentenze “liquidano in modo superficiale”. L’incontro tra quei due in campagna , le parole stesse di Gervasi, il racconto di Cuntuliano, dimostrerebbero che non vi fu alcuna volontà omicidiaria, Gervasi arrivò lì solo con l’intento di ferire l’uomo, ipotesi che quindi farebbe cadere l’ipotesi del mandato ricevuto per uccidere. Movente che Gervasi stranamente decide di rivelare solo a fine carcerazione. In carcere, durante la detenzione, confidandosi con un compagno di cella, Gervasi avrebbe raccontato di aver cercato di uccidere Cuntuliano “per ritorsione” per la promessa non mantenuta di “aiutarlo ad aprire un panificio”.

    Poi, per le difese, è stata organizzata una scena diversa, solo e soltanto per “colpire” l’imprenditore Matteo Bucaria. Le motivazioni con le quali la Cassazione ha annullato la condanna e ordinato un processo di Appello bis, si conosceranno fra trenta giorni.





  • Trapani
    “Io faccio il malandrino per campare”
    Mafia, processo "Eirene": la voce del presunto boss Giosuè Di Gregorio intercettata dalla Squadra Mobile di Trapani. I ricordi della faida mafiosa di Alcamo, la guerra dei Greco contro i clan Milazzo e Melodia
    Rino Giacalone14 Ottobre 2025 -
  • tribunale trapani

    Trapani – di Rino Giacalone –  Prosegue dinanzi al Tribunale di Trapani, presidente giudice Franco Messina a latere le giudici Roberta Nodari e Chiara Badalucco, il processo scaturito dall’operazione antimafia della Polizia, denominato “Eirene”.

    A rispondere alle domande del pm Pierangelo Padova è ancora l’ispettore della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Cuciti. Il dibattimento è impegnato oramai da diverse udienze ad ascoltare l’investigatore chiamato a dare nomi e cognomi alle voci intercettate durante le indagini e trascritte nella voluminosa informativa che poi ha portato la Polizia a eseguire decine di misure cautelari disposte dal gip del Tribunale di Palermo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo dell’isola.

    A emergere ancora una volta il nome di uno dei principali indagati, Giosuè Di Gregorio, 55 anni, ancora detenuto, segue dal carcere in video conferenza il dibattimento, che agli interlocutori si presentava come “rappresentante della famiglia (mafiosa ndr) di Alcamo” e spiegava che a Trapani, dove abitava e per un periodo gestiva anche un ristorante, “ne curava gli interessi”.

    “Io faccio il malandrino per campare” è stato sentito dire, mentre si vantava di essere “un sorvegliato speciale”.

    Con Giosuè Di Gregorio gli interlocutori di turno andavano a parlare di “controversie da sistemare, estorsioni” ha sottolineato l’ispettore Cuciti rispondendo a una specifica domanda del pm Padova. Dalla voce del Di Gregorio anche i ricordi del passato: diversi i suoi riferimenti alla guerra di mafia scoppiata ad Alcamo nei primi anni ’90. Una sanguinosa faida segnata da decine di morti ammazzati. Giosuè Di Gregorio così ha ricordato di quando lui e il suo gruppo stavano dalla parte dei Greco, che sfidarono le potenti famiglie mafiose dei Milazzo e dei Melodia. “Erano quelli di San Giuseppe Jato che venivano a sparare, noi poi ci siamo messi da parte”.

    Tra le contestazioni trattate nel corso dell’udienza la presunta estorsione subita dal gestore del centro ippico “Horsing Jumping Ranch” di Alcamo, Graziano Silaco, conseguente ai contrasti insorti tra questi e un suo socio Giuseppe Caruso; vicenda che vede coinvolto l’ex vice sindaco di Alcamo, l’imprenditore Pasquale Perricone intervenuto contro Silaco, avvalendosi del Di Gregorio, per tutelare Caruso, suo genero. “Pasquale – così è stato sentito dire Giosuè Di Gregorio parlando con Perricone di Silaco – questo quando ci vede si piscia addosso”.

    L’investigatore si è soffermato sulle intercettazioni riguardanti un’altra presunta estorsione ai danni del titolare di una officina meccanica e l’assunzione fittizia presso una impresa di un giovane pregiudicato trapanese, Ivan Randazzo. Tra le vicende trattate anche quelle inerenti un intenso traffico di droga e il possesso di armi e munizioni da parte di alcuni degli indagati.

    L’indagine

    L’indagine risale tra il 2021 e il 2023, coordinata dalla Procura di Palermo, è stata condotta dalla Polizia di Stato, dalle Squadre Mobile di Trapani e Palermo, dal Sisco e dal Servizio Centrale Operativo. Gli imputati sono a vario titolo accusati , di associazione a delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale politico mafioso, estorsione e spaccio di stupefacenti aggravati dal metodo e dall’agevolazione mafiosa, nonché traffico di influenze, violazione di segreto d’ufficio e porto e detenzione illegale di armi.

    L’inchiesta avrebbe consentito di documentare gli assetti e il rinnovato dinamismo criminale delle “famiglie” mafiose di Alcamo e Calatafimi, e i loro riferimenti nell’ambito del capoluogo trapanese, dove attività commerciali avrebbero fatto da paravento agli interessi criminali nel settore della distribuzione alimentare e del mercato immobiliare, nel settore dell’edilizia, del movimento terra e della compravendita di autovetture. I poliziotti hanno anche scoperto il ruolo dell’alcamese Francesco Coppola, ritenuto il reggente del mandamento di Alcamo

    L’inchiesta ha inoltre documentato l’esistenza di un connubio affaristico – mafioso in occasione di competizioni elettorali, reato contestato oltre che a Perricone anche all’ex senatore Nino Papania, imputati di voto di scambio politico mafioso.





  • Trapani
    Processo passaporti trafugati, il Pm chiede due condanne ed una assoluzione
    La vicenda riguarda la sottrazione dalla questura di Trapani di 400 passaporti
    Redazione8 Ottobre 2025 - Cronaca
  • Tribunale Cronaca

    Trapani – Due condanne e un’assoluzione. È quanto invocato dal Pm Rosa Tumbarello, al termine della requisitoria del processo per la vicenda relativa ai passaporti e ai permessi di soggiorno in bianco sottratti alla Questura per essere poi rivenduti clandestinamente. Il processo, iniziato nel maggio 2021 davanti al giudice monocratico Massimo Corleo, oggi si tiene davanti al giudice Roberta Nodari

    Due anni e mezzo di reclusione sono stati chiesti per l’ex assistente capo di polizia Angelo Patriarca, 64 anni, in servizio al Commissariato di Marsala fino al 15 marzo 2018, quando fu arrestato da suoi colleghi mentre era a Roma e rinchiuso a Regina Coeli. Patriarca che ora è in pensione, fu arrestato, poi rimesso in libertà e infine sospeso dal servizio

    Tre anni e 4 mesi, invece, sono stati chiesti per il marocchino Rachid Dalal, di 39 anni, e l’assoluzione per la moglie Vita Annalisa Daunisi, residenti a Marsala.

    Inizialmente, le accuse contestate ai tre furono associazione per delinquere finalizzata al peculato, furto, ricettazione e corruzione. Poi, la difesa del poliziotto riuscì, con ricorso al Tribunale del Riesame, a far riqualificare l’accusa nella meno grave truffa pluriaggravata e continuata ai danni dello Stato (pena massima: 5 anni). Derubricazione confermata dalla Cassazione.

    La Procura di Trapani ha contestato il primo comma dell’articolo 476 cp, che prevede da uno a sei anni di carcere.

    Secondo l’accusa, Angelo Patriarca si presentò ai colleghi della Questura “sotto falso nome” ed esibendo un’istanza del Commissariato di Mazara del Vallo “contraffatta” si fece consegnare 400 moduli di passaporto in bianco. E solo due di questi furono, poi, recuperati. Dopo l’arresto, il poliziotto ammise di avere ricevuto denaro in cambio di “atti contrari ai doveri d’ufficio”.

    Fu una indagine che all’epoca fece molto scalpore e venne avviata quando negli aeroporti di Roma e Milano due extracomunitari vennero fermati in possesso di passaporti originali apparentemente regolari: c’era la filigrana della Repubblica Italiana, le firme, le foto, il numero di serie, ma al vaglio della lettura informatica il microchip non dava alcun risultato, nessun dato. Tutto faceva presagire che i passaporti non erano stati rilasciati legalmente. Interrogati dalla polizia di frontiera, uno dei due extracomunitari fermati ammise di aver pagato 3 mila euro per quel documento illegale. Vennero controllati i numeri di serie dei documenti e si scoprì che facevano parte dei 400 passaporti poco tempo prima prelevati alla Questura di Trapani.

     





  • Italia
    Si apre il processo per l’omicidio di Angelo Vassallo, Asmel è parte civile
    Il fratello Dario: «Confido che il suo esempio venga seguito dallo Stato»
    Redazione9 Settembre 2025 - Cronaca
  • angelo vassallo 2 Cronaca

    Salerno – Il 16 settembre 2025 prenderà avvio a Salerno l’udienza preliminare del processo per l’omicidio di Angelo Vassallo, il «sindaco pescatore» di Pollica, ucciso nel 2010 per il suo instancabile impegno a favore della legalità, della trasparenza e della tutela del territorio. Nonostante i quindici anni trascorsi, gran parte delle indagini restano ancora coperte dal segreto istruttorio e si è lontani ancora dalla verità.

    In questo momento cruciale, Asmel, l’Associazione per la Sussidiarietà e la Modernizzazione
    degli Enti Locali, che ne raggruppa 4.600 in tutt’Italia, ribadisce la decisione di costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario. Questa scelta rappresenta un profondo atto di responsabilità e di devozione alla memoria di Angelo Vassallo, ma anche un impegno concreto verso la sua famiglia, le istituzioni e soprattutto i cittadini, affinché la ricerca della verità e della giustizia non venga mai abbandonata.

    La decisione di Asmel, assunta all’unanimità nel corso dell’Assemblea di dicembre 2024, nasce
    dalla convinzione che mantenere viva la figura di Angelo significhi non solo onorare un uomo che ha sacrificato la propria vita difendendo valori universali, ma anche riaffermare il dovere collettivo di tutelare la legalità e promuovere un’amministrazione trasparente. In un’epoca in cui il coraggio civile è sempre più merce rara, il suo ricordo diventa un faro per tutti i sindaci e amministratori locali che ogni giorno si confrontano con difficoltà e pressioni, e che devono agire con coerenza e responsabilità.

    Il sacrificio del «sindaco pescatore» non può e non deve essere dimenticato. «Costituirci parte civile è un segnale forte – dice Francesco Pinto, Segretario generale Asmel -, che ribadisce la nostra ferma volontà di sostenere la ricerca della verità. Vogliamo che la sua battaglia sia da esempio per tutti, e che si trasformi in un’eredità concreta per la costruzione di istituzioni più giuste, trasparenti e coraggiose. Accanto all’impegno processuale, intendiamo tradurre i valori incarnati da Angelo Vassallo in iniziative concrete a sostegno degli amministratori locali, attraverso progetti di formazione sulla gestione trasparente del territorio, campagne di sensibilizzazione contro le infiltrazioni mafiose e il rafforzamento delle reti di collaborazione tra sindaci impegnati sul fronte della legalità e della tutela ambientale».
    Dario Vassallo, fratello di Angelo, ha voluto esprimere il suo pensiero con una battuta che riflette la tensione e la speranza di questa fase processuale: «Apprezzo enormemente il gesto di Asmel, confido che ii suo esempio venga assunto anche dallo Stato e dall’Arma dei Carabinieri affinché si costituiscano parte civile nel processo, sottolineando come sia essenziale un impegno istituzionale forte e inequivocabile».





  • Palermo
    Appello Bonafede. Corte acquisisce sentenza Lanceri
    Udienza rinviata
    Laura Spanò9 Luglio 2025 -
  • Tribunale Palermo

    Palermo – Ieri davanti la II sezione della corte d’appello di Palermo presidente, giudice Fernando Sestito era prevista l’arringa dell’avvocato Tommaso De Lisi, legale di Andrea Bonafede, ex operaio del comune di Campobello di Mazara accusato di aver fatto da “postino sanitario” tra Matteo Messina Denaro e il medicio Alfonso Tumbarello nel periodo in cui il boss era in cura per il cancro al colon.

    Bonafede è stato condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione.

    Ieri l’avvocato De Lisi ha chiesto alla corte di acquisire la sentenza della corte d’appello sezione I – di Lorena Lanceri, amante del boss. “La Lanceri – dice l’avvocato De Lisi – in primo grado era stata condannata per partecipazione all’associazione mafiosa e in appello assolta per questo reato è condannata solo per favoreggiamento aggravato e procurata inosservanza di pena, dunque siccome le posizioni processuali della Lanceri e del Bonafede sono sovrapponibili ritengo che questo è un documento importante per la difesa del mio assistito”.

    La corte ha acquisito il documento rimandando l’udienza al 16 luglio per quella data oltre all’arringa difensiva è prevista la sentenza.

    La richiesta del PG Manzella

    Il procuratore generale Carlo Manzella alla fine della sua requisitoria aveva chiesto per Andrea Bonafede 12 anni di reclusione, puntando a far riconoscere l’appartenenza piena a Cosa nostra, alla luce del suo ruolo funzionale alla sopravvivenza del boss in clandestinità.

    Secondo la ricostruzione dell’accusa, Bonafede avrebbe fatto da “postino” a Messina Denaro, occupandosi soprattutto di farsi prescrivere e di ritirare le ricette mediche per garantirgli le cure, a seguito della diagnosi di tumore che, il 25 settembre del 2023, dopo l’arresto, lo aveva poi stroncato. L’imputato era stato arrestato poche settimane dopo la cattura del latitante e in manette era finito anche il medico di base del boss, Alfonso Tumbarello.

    L’imputato avrebbe fatto la spola tra lo studio del medico per farsi prescrivere farmaci e visite, oltre a ritirare ricette. Furono quasi 140 quelle individuate dagli investigatori. L’imputato si era difeso sostenendo di aver fatto “una cortesia” al cugino omonimo, che “voleva nascondere la sua malattia alla sua famiglia”. In realtà, però, il vero Andrea Bonafede non è affetto da alcun tumore, ma i suoi dati sono stati utilizzati da Messina Denaro per accedere alle cure del Servizio sanitario nazionale





  • Favignana
    Favignana. La perdita di gasolio da un serbatoio della centrale elettrica non causò inquinamento ambientale nell’isola
    Sentenza tribunale assolve SEA Favignana e l’amministratore Filippo Giuseppe Accardi
    Redazione8 Luglio 2025 -
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    Favignana – La perdita di gasolio da un serbatoio della centrale elettrica non causò inquinamento ambientale nell’isola di Favignana. Lo ha decretato la sentenza del Tribunale di Trapani, giudice Roberta Nodari, a conclusione di un lungo e articolato processo penale, che ha assolto con formula piena la Società Elettrica Favignana e l’amministratore, il professore Filippo Giuseppe Accardi.

    Entrambi erano stati accusati di aver contaminato circa novantaquattromila mila metri quadrati di territorio, a causa di una perdita di gasolio da un serbatoio della centrale elettrica avvenuta negli anni Ottanta.

    La Procura di Trapani aveva anche contestato la mancata bonifica dell’area, e per tali reati il Comune di Favignana e alcuni abitanti dell’isola si erano costituiti parte civile.

    Il collegio difensivo di Filippo Giuseppe Accardi, composto dagli avvocati Angelo Mangione e Stefano Pellegrino, insieme al difensore della società, l’avvocato Antonio Reina, ha invece dimostrato la correttezza dell’operato della SEA, che gestisce la centrale elettrica dell’isola, e soprattutto l’efficacia degli interventi di bonifica messi in campo dall’amministratore nel contenere la perdita di gasolio ed
    evitare la contaminazione del suolo e dell’area marina di Favignana.

    Le analisi dell’ARPA hanno successivamente accertato lo stato di salubrità dei pozzi d’acqua delle abitazioni confinanti con la centrale elettrica, escludendo qualsivoglia ipotesi di contaminazione ai danni degli abitanti dell’isola.

    Dopo un processo durato anni, la sentenza mette la parola fine a un caso che aveva alimentato voci e diffuso preoccupazioni rivelatesi, alla riprova dei fatti, prive di ogni fondamento.






  • Maradona, 12 ore di agonia prima della morte
    Il medico legale Cassinelli accusa: “Nessuna cura durante le sue ultime ore”
    Redazione29 Marzo 2025 -
  • Diego Armando Maradona e Michel Platini

    Maradona agonizzò 12 ore: rivelazione shock in aula

    Buenos Aires, – “Diego Armando Maradona è rimasto agonizzante per 12 ore prima di morire”.
    La frase, pronunciata dal medico legale Carlos Mauricio Cassinelli, ha scosso l’aula del tribunale di Buenos Aires, dove è in corso il processo sulla morte di Diego Armando Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020.
    Secondo l’autopsia, il quadro clinico del campione argentino era grave e progressivo, e si era già delineato nei giorni precedenti al decesso. Una verità che accusa duramente l’intero staff medico che avrebbe dovuto assisterlo.

    Le parole del medico legale: “Agonia lunga, nessuna cura”

    Durante la sua deposizione, Cassinelli — uno dei cinque periti incaricati dell’esame autoptico — ha parlato di un coagulo nel cuore, prova concreta di una lunga agonia.

    Si tratta di una massa rossastra che si forma solo in presenza di sofferenza prolungata, fino a 12 ore, senza alcun trattamento sanitario”,
    ha spiegato l’esperto, rafforzando la tesi dell’accusa che punta il dito contro la negligenza del team medico.

    Le cause della morte e le accuse allo staff

    L’autopsia ha confermato che Maradona è morto per edema polmonare acuto, causato da insufficienza cardiaca congestizia e cardiomiopatia dilatativa. Un quadro clinico già evidente almeno dieci giorni prima della morte, durante la convalescenza post-operatoria per un ematoma subdurale.

    Nel mirino ci sono sette imputati, tra cui il neurochirurgo Leopoldo Luque, accusati di omicidio semplice con dolo eventuale. L’accusa sostiene che Maradona sia stato abbandonato a se stesso, nonostante i segnali di aggravamento.

    Processo in corso: la battaglia per la giustizia

    Il processo è seguito con enorme attenzione mediatica. In Argentina, ma anche nel resto del mondo, la vicenda continua a suscitare emozione e rabbia.
    Fuori dal tribunale, striscioni e cori chiedono giustizia per Diego, considerato non solo una leggenda del calcio, ma un’icona popolare.

    Mentre il processo prosegue, cresce l’attesa per sapere se ci sarà una condanna esemplare per i responsabili o se la morte di Diego Armando Maradona resterà senza colpevoli.





  • Trapani
    “Era politica clientelare…giammai una violazione di legge”
    Processo Artemisia: la parola è alle difese
    Rino Giacalone2 Marzo 2025 - Cronaca
  • Tribunale generico TpOggi 1 Cronaca

    Trapani – Sono proseguite ieri le arringhe nell’aula del Tribunale di Trapani dove è giunto al momento della discussione il processo scaturito dall’indagine dei Carabinieri del Reparto Operativo, denominata “Artemisia”. Nell’udienza di venerdì il pm Sara Morri ha concluso chiedendo le condanne per sedici dei diciassette imputati, per complessivi 155 anni di carcere. Subito dopo la parola è passata ai difensori che si sono cominciati ad alternare dinanzi al collegio presieduto dal giudice Franco Messina, a latere i giudici Bandiera e Cantone.

    Gli avvocati Roberto Tricoli e Massimiliano Miceli

    Oggi hanno concluso con una richiesta di assoluzione gli avvocati Roberto Tricoli e Massimiliano Miceli, difensori del commercialista Gaspare Magro, per il quale l’accusa ha chiesto otto anni per i reati di corruzione e di violazione della legge Anselmi, per la presunta partecipazione ad una associazione segreta. Magro avrebbe agito in accordo con il politico Giovanni Lo Sciuto, per l’accusa deus ex machina di un cerchio magico che avrebbe agito inquinando istituzioni e pubblica amministrazione, fin dentro l’aula parlamentare regionale dove sedeva da deputato, e con Paolo Genco, questi a capo di uno dei maggiori enti di formazione professionale, l’Anfe. Magro, che è risultato far parte della massoneria, dalla quale però poi si sarebbe allontanato, mettendosi come suol dirsi “in sonno”, auto sospeso insomma, avrebbe ottenuto anche l’incarico di componente del collegio dei revisori dei conti dell’Asp, in quota all’on. Lo Sciuto. Ma su questo punto l’arringa dell’avvocato Tricoli ha cercato di smontare la tesi d’accusa, evidenziando che quella nomina venne decisa dall’allora ministro della Sanità Lorenzin, e che risulta frutto dell’indicazione dell’allora senatrice Simona Vicari. Per Tricoli questo sarebbe già sufficiente per dimostrare l’assenza di intese tra Lo Sciuto e Magro: “in una intercettazione – ha evidenziato Tricoli – è possibile ascoltare Lo Sciuto che su questa nomina si sente scavalcato…se tra i due ci fosse stata intesa queste parole non le avremmo ascoltate”. L’avvocato Tricoli ha anche escluso rapporti di dipendenza tra Magro e l’Anfe, “svolgeva semmai incarichi di consulenza nemmeno direttamente affidati, ma semmai assegnati allo studio dove Magro lavorava”. Il difensore ha più volte sottolineato la stura professionale di Magro, “notoriamente apprezzata” e quindi “l’ingiusta accusa”. “Le risultanze processuali – ha aggiunto a sua volta l’avvocato Miceli – dicono altro – Mago si è sempre mosso nel rispetto della legge”. Sui comportamenti dell’on. Lo Sciuto che possono aver coinvolto Magro, Miceli ha riconosciuto che “si è potuto trattare di una politica clientelare, ma giammai una violazione di legge”. E infine sulla presunta partecipazione ad una associazione segreta, l’avv. Miceli ha ritenuto che “di segreto non c’era nulla e l’associazione creata da Lo Sciuto, esisteva grazie ad un atto finanche registrato all’agenzia delle Entrate”. I due difensori poi parecchio si sono soffermati sulle decisioni pregresse assunte durante l’istruttoria dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione, intervenuti sulla misura cautelare. modificandone il contenuto, ma su questo lo stesso pm aveva evidenziato che nello sviluppo delle indagini quelle decisioni non trovavano più sostegno.

    L’avvocato Paolo Paladino

    L’avvocato Paolo Paladino è a sua volta intervenuto, anche lui con una richiesta di assoluzione, sulla posizione dell’ex assessore comunale di Castelvetrano Luciano Perricone, per il quale l’accusa ha chiesto due anni e sei mesi per partecipazione ad associazione segreta. “L’istruttoria processuale – ha sostenuto l’avvocato Paladino – ha determinato la sottrazione di elementi d’accusa, siamo stati in presenza di una erosione continua delle prove fornite dal pm al Tribunale”. “Quelli con l’on. Lo Sciuto erano rapporti personali che non sfociavano in altro, l’associazione segreta presuppone la creazione di un contro potere, fattispecie che non investe il Perricone che si è sempre posto lontano da interferenze”. anzi, l’avvocato Paladino ha messo in evidenza l’azione politica di Perricone “che da consigliere comunale fu artefice dell’autoscioglimento del Consiglio comunale di Castelvetrano all’esplodere del cosiddetto caso Giambalvo”, il consigliere comunale finito indagato per suoi presunti rapporti con l’allora latitante Matteo Messina Denaro.

    L’avvocato Gianni Caracci

    Di debolezza dell’accusa ha parlato invece l’avvocato Gianni Caracci, difensore del poliziotto, in servizio alla Dia, Salvatore Virgilio, per il quale il pm ha chiesto la condanna a sette anni e sei mesi per i reati di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Dinanzi all’accusa che Virgilio sarebbe stata una “talpa”, l’avvocato Caracci ha chiesto l’assoluzione insistendo sulla “debolezza dell’accusa…le conversazioni smentiscono le colpe attribuite”.

    L’avvocato Maurizio Sinatra

    Ultimo a intervenire nell’udienza odierna è stato l’avvocato Maurizio Sinatra difensore di Giuseppe Angileri e Maria Luisa Mortillaro, per i quali il pm ha chiesto condanne rispettivamente a sette anni per il primo e due anni e una multa di 1500 euro per la seconda. Angileri è accusato di corruzione e truffa, quest’ultimo reato contestato anche alla Mortillaro. I due avrebbero avuto un ruolo nell’entourage dell’on. Lo Sciuto, di mezzo una docenza che la Mortillaro avrebbe dovuto avere nei corsi di formazione dell’Anfe e una assunzione (fittizia) come portaborse del politico quando era deputato all’Ars. “Non c’è stato alcuno scambio di utilità – ha sostenuto l’avvocato Sinatra – perché la Mortillaro non poteva essere assunta all’Anfe in quanto esclusa dall’elenco dei docenti e per questa ragione aveva intentato contenzioso contro l’assessorato regionale…la Mortillaro è estranea anche all’assunzione come portaborse, è provato che l’on. Lo Sciuto apponeva firme false e lo avrebbe fatto anche nel contratto di assunzione e nella successiva lettera di dimissione della Mortillaro”. Ancora l’avvocato Sinatra ha escluso che la sua assistita fosse a conoscenza di quella assunzione, “le uniche pezze giustificative sono rappresentate da un rimborso spese che l’ars ha elargito direttamente a Lo Sciuto e giammai alla Mortillaro, è notorio – ha proseguito – che i portaborse vengono pagati dal deputato e non attraverso la tesoreria del Parlamento”. A proposito dei soldi ricevuti da Angileri il legale ha evidenziato che si trattava di un rimborso che l’on. Lo Sciuto gli doveva per la organizzazione di conviviali a Marsala. “Se fosse vera la ricostruzione dell’accusa e cioè che quel denaro era legato all’assunzione come portaborse della Mortillaro, siamo in presenza per la prima volta di un pagamento anticipato, considerato che i soldi vengono consegnati a dieci giorni dalla data di assunzione, assunzione – ha ripetuto il legale – della quale Angileri e la Mortillaro non sapevano assolutamente nulla”.





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