• Trapani
    E’ morto Carlo Checchi, interpretò nel film “La scorta” il giudice Francesco Taurisano
    Trapani ritornò sulla scena nazionale dopo la Piovra
    Redazione23 Gennaio 2026 - Attualità
  • Attualità

    Trapani – E’ morto  all’età di 86 anni l’attore Carlo Checco. Nel 1993 interpretò nel film “La scorta” liberamente ispirato ai fatti accaduti al giudice Francesco Taurisano e agli uomini della sua scorta in servizio a Trapani. Il film fu diretto da Ricky Tognazzi. Raccontava la vicenda di un magistrato che conduceva un’inchiesta a Trapani, e le vicende degli uomini della sua scorta.

    Il film ebbe molto successo, erano quelli gli anni delle faide mafiose che stavano attraversando tutta la provincia, degli attentanti in varie parti d’Italia da parte di Cosa Nostra, e delle grandi operazioni antimafia in tutta la Sicilia e in provincia di Trapani in particolare. Da poco era diventato latitante assieme Matteo Messina Denaro che aveva raggiunto il padre don Ciccio.

    La Trama ancora attuale per certi versi

    Il film raccontava che alla Procura della Repubblica di Trapani era stato appena trasferito da Varese il magistrato Michele De Francesco con l’incarico di sostituto procuratore, subentrando al collega Rizzo, appena ucciso. Qui gli viene presentato il brigadiere Andrea Corsale, capo della sua nuova scorta, di cui fanno parte gli appuntati Angelo Mandolesi e Raffaele Frasca, il carabiniere Fabio Muzzi e l’autista Nicola Torre, che conoscerà la mattina dopo. Il clima locale per i nuovi arrivati è tiepido: il giudice De Francesco è accolto con sospetto da un impiegato della Procura, Polizzi, che parla male di lui a Corsale; la scorta, dispone di una sola auto blindata, di solo due giubbotti antiproiettile per tutti i carabinieri, e ha la benzina razionata. Una mattina addirittura il motore dell’auto blindata cede sotto casa del magistrato, e la scorta deve dividersi, con Muzzi, Corsale e Frasca nell’altra macchina insieme al procuratore, mentre Mandolesi e Torre aspettano l’auto blindata sostitutiva. De Francesco riprende l’inchiesta del predecessore sulla concessione delle forniture idriche a imprese private, scoprendo presto delle irregolarità e dispone il sequestro dei pozzi, che sono le sole fonti di approvvigionamento idrico di Trapani. Assume anche l’indagine sulla costruzione di una nuova diga, che sembra coinvolgere il viceprefetto Scavone e il boss mafioso locale Giuseppe Mazzaglia. La sua attività fa molto rumore: la scrivania del suo ufficio viene forzata, i suoi documenti importanti spariscono nell’indifferenza di Polizzi, il solo custode delle chiavi degli uffici, e il procuratore capo Caruso gli toglie l’inchiesta, che continua lo stesso a condurre da solo: ormai si fida solo della sua scorta, diventata nel frattempo quasi una seconda famiglia. Saranno loro a trascrivere le intercettazioni, effettuare i pedinamenti e battere a macchina i verbali. Questo aumenta l’ostilità del personale della Procura nei suoi confronti, che protesta con Caruso.

    La “squadra” del giudice De Francesco fa progressi e scopre un altro personaggio sospetto: è il politico Nestore Bonura, l’unico che aveva difeso pubblicamente il magistrato per il sequestro dei pozzi. Altri ostacoli vengono però frapposti tra De Francesco e la verità: all’uscita da un ristorante sul lungomare, una bomba montata su una delle due auto, destinata alla giovanissima figlia del magistrato (accompagnata dalla scorta), uccide Frasca e attira anche l’attenzione del procuratore Caruso, a pranzo nello stesso ristorante, quando invece avrebbe dovuto incontrare in ufficio De Francesco per l’inchiesta.

    Pochi giorni dopo viene ucciso in un agguato anche il deputato Bonura con l’agente di scorta.

    Si avvicina la fine dell’avventura del magistrato: il procuratore capo Caruso, dopo la morte di Bonura, ha inviato al Consiglio Superiore della Magistratura una denuncia contro De Francesco per «manifesta incompatibilità ambientale», che è stata accolta e che comporta il trasferimento immediato suo e dei carabinieri della scorta. Caruso non sa però che De Francesco lo ha denunciato a sua volta e, di fronte al rischio di un provvedimento contro di lui, preferisce il prepensionamento.





  • Palermo
    Processo Hesperia, chiesta condanna per cinque presunti affiliati a cosa nostra trapanese
    Il processo scaturì dall'operazione antimafia effettuata il 6 settembre 2022 e interessò parte della provincia di Trapani
    Redazione12 Novembre 2025 -
  • Tribunale Palermo TpOggi 1

    Palermo – Il procuratore generale della Corte d’appello di Palermo ha chiesto la conferma di cinque delle sette condanne emesse il 23 luglio 2024 dal Tribunale di Marsala nel processo con rito ordinario scaturito dall’operazione antimafia dei carabinieri «Hesperia», che il 6 settembre 2022 vide finire in carcere o ai domiciliari presunti affiliati e fiancheggiatori di Cosa nostra a Marsala, Mazara del Vallo, Campobello di Mazara, Castelvetrano, Paceco.

    Pur riqualificando alcune imputazioni in reati meno gravi e in qualche caso escludendo l’aggravante del metodo mafioso, lo scorso anno il tribunale ha inflitto sette anni di carcere al marsalese Stefano Putaggio 52 anni, agente immobiliare, ex attivista del M5S, processato per estorsione a un imprenditore che si era aggiudicato, per circa 400 mila euro, un immobile a un’asta giudiziaria.

    Il pm della Dda di Palermo Pierangelo Padova aveva invocato 10 anni.

    In aula la presunta vittima di estorsione, l’agente di commercio Giuseppe Sturiano, ha negato, però, di aver subito pressioni.

    Le altre condanne riguardavano

    Vito De Vita, di 47 anni, condannato a sei anni ma nel frattempo è tornato in libertà, accusato della cessione di una partita di droga per 1.300 euro; a cinque anni ciascuno Riccardo Di Girolamo, di 46, e Filippo Aiello, di 77; a tre anni e mezzo Lorenzo Catarinicchia, di 44, anche loro tutti di Marsala. Infine, a un anno e tre mesi ciascuno, con pena sospesa, Nicolò e Bartolomeo Macaddino, di 64 e 60 anni, di Mazara del Vallo, imprenditori del settore ittico, per i quali l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso è stata derubricata in quella meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, confermando però l’aggravante.

    Per questo i difensori Giuseppe De Luca e Giuseppe Tumbiolo hanno fatto ricorso, sostenendo l’assenza del metodo mafioso.

    E il Pg della Corte d’appello ha accolto questa tesi, chiedendo l’assoluzione dei due Macaddino per assenza di querela delle presunte vittime.





  • Trapani
    D’Alì, cercasi misura alternativa alla detenzione in cella Milano
    L'ex sottosegretario è in carcere dal dicembre 2022 per concorso esterno in associazione mafiosa. Parere negativo della Procura di Palermo
    Rino Giacalone22 Ottobre 2025 - Cronaca
  • senatore DAli Cronaca

    Trapani – di Rino Giacalone –  L’ex sottosegretario e senatore Tonino D’Alì potrebbe lasciare il carcere di Opera, a Milano, dove è detenuto dal dicembre 2022. Il noto politico trapanese sta scontando una condanna a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa. In carcere si consegnò spontaneamente il 13 dicembre di tre anni addietro, a poche ore dalla pronuncia della Cassazione che confermò il giudizio di colpevolezza pronunciato nel 2021 dalla Corte di Appello di Palermo.

    La difesa adesso ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Milano, l’applicazione di una misura alternativa alla detenzione in carcere, per finire di scontare l’intera condanna. E’ attesa la decisione del giudice di sorveglianza di Milano, dopo una prima udienza tenutasi nelle scorse settimane. La pronuncia potrebbe essere imminente.

    Chi è Antonio D’Alì

    D’Alì, proprietario e dirigente della Banca Sicula di Trapani, latifondista e tra i maggiori imprenditori siciliani, all’esordio di Forza Italia entrò a Palazzo Madama come senatore dal 1994 e sino al 2018, fedelissimo a lungo di Silvio Berlusconi, con il quale fu dal 2001 al 2006 sottosegretario al ministero dell’Interno, nell’ultimo periodo del suo impegno parlamentare preferì approdare nell’Ncd di Angelino Alfano. Il suo processo cominciò nel 2011, per due volte ne uscì fuori con una sentenza che si potrebbe definire “andreottiana”, una pronuncia simile a quella che ha riguardato il più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, per D’Alì reato prescritto sino al 1993 e assolto per il periodo successivo. Poi però è intervenuta la Cassazione che ha disposto un nuovo processo di Appello, conclusosi nel luglio 2021 con una sentenza di colpevolezza, confermata infine, a dicembre 2022, dalla massima corte.

    Un processo. cominciato nel 2011, con la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura distrettuale di Palermo, svoltosi con il rito abbreviato e in tutti i gradi di giudizio e nei processi i Pubblici Ministeri della dda di Palermo e la Procura Generale, hanno sempre chiesto la condanna del politico a sette anni e quattro mesi, per i suoi rapporti fin troppo ravvicinati con la cupola mafiosa trapanese, in particolare con i famigerati Messina Denaro, Francesco e Matteo, padre e figlio, i padrini più noti di Cosa nostra in provincia di Trapani. I primi giudici, il gup in primo grado e la IV sezione della Corte di Appello di Palermo in secondo grado, hanno però respinto le richieste di condanna. La Cassazione però contestò la divisione temporale, ritenendo invece che non era possibile riconoscere alcuna interruzione nella condotta del politico.

    E così nel gennaio 2018 la sentenza di prescrizione e assoluzione venne cancellata: nelle motivazioni fu scritto che i giudici avevano “illogicamente e immotivatamente svalutato il sostegno elettorale di Cosa Nostra a D’Alì“. La nuova pronuncia è arrivata nel luglio 2021, da parte della III sezione penale della Corte di Appello di Palermo, ed è stata di piena colpevolezza. Condanna quindi per concorso esterno in associazione mafiosa diventata definitiva nel dicembre 2023, con l’interdizione di tre anni dai pubblici uffici.

    Un politico secondo le motivazioni che hanno accompagnato la sua condanna che è stato a disposizione dei Messina Denaro, colpevole di aver “contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione dei boss il ruolo istituzionale.

    Nel 2017, mentre era candidato a sindaco di Trapani, D’Alì fu anche raggiunto da una misura di prevenzione, per pericolosità sociale, con l’applicazione del divieto di dimora a Trapani, decisione confermata dal Tribunale di Sorveglianza nel’agosto 2019 e però poi riformata in senso opposto negli altri gradi di giudizio, ipotesi di pericolosità sociale respinta.

    Durante la sua detenzione ad Opera, D’Alì è stato più volte protagonista in iniziative dei radicali e dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, intervenendo su vicende riguardanti la realtà della carcerazione in Italia.

    La Procura antimafia di Palermo però rispetto alla richiesta avanzata dai legali di D’Alì ha dato un parere contrario, cosa che comunque non ha indotto il giudice di sorveglianza a pronunciare già il rigetto. L’udienza è andata avanti e la decisione finale pare dovrebbe arrivare a fine mese





  • Trapani
    Cracolici: “A Trapani una mafia intraprendente ma silenziosa capace di persistere anche dopo Messina Denaro”
    “Qui 70 interdittive antimafia, spia di un sistema capace di infiltrarsi e avere relazioni”
    Redazione17 Luglio 2025 - Cronaca
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    Trapani – Una mafia intraprendente ma silenziosa, pronta a infiltrarsi nell’economia legale: è il quadro che emerge dalla tappa a Trapani della commissione regionale Antimafia, presieduta da Antonello Cracolici, che ha sottolineato le specificità di cosa nostra nel territorio: “Negli ultimi nove mesi in questa provincia ci sono state 70 interdittive, questa è la spia di un sistema capace di infiltrarsi e intrattenere relazioni – ha detto Cracolici – Cosa nostra qui resiste e persiste, a prescindere dalla fine di Matteo Messina Denaro, e continua ad avere quella caratteristica peculiare di intraprendenza, una vera riserva economica in settori come il turismo, la trasformazione agricola, la logistica, mantenendo quella predisposizione imprenditoriale storicamente avuta in tanti ambiti, come quello energetico. La quantità di interdittive ci dice comunque che qui la mafia ha il fiato sul collo”.

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    Sugli equilibri interni a cosa nostra trapanese il presidente Cracolici ha aggiunto: “I mandamenti operativi qui sono 4 e non ci risulta che siano andati in ferie o si siano messi a riposo. C’è stato un tentativo di ricambio della vecchia famiglia mafiosa ad Alcamo, colpita dalle operazioni degli inquirenti, tentativo bloccato, ma questo fa parte delle dinamiche e della storia di cosa nostra”. Con una specificità che connota la mafia trapanese che “ha bisogno di essere estremamente silenziosa – ha concluso Cracolici – tanto da non far sentire neanche l’idea di fare rumore con le armi”.





  • Trapani
    Processo Scialandro. Quelle dichiarazioni spontanee di Pietro Armando Bonanno
    "Presidente da più di 20 anni non ha alcun rapporto con nessun genere di criminalità"
    Laura Spanò9 Luglio 2025 -
  • Tribunale Trapani

    Trapani – La quarta udienza del processo “Scialandro” davanti al Tribunale, presidente giudice Troja a latere Marroccoli e Cantone, sta quasi per chiudersi. Dopo quasi tre ore, il controesame del maggiore dei carabinieri, Vito Cito da parte dell’avvocato Fabio Sammartano, legale di Pietro Armando Bonanno, si è concluso, ma ecco che dal carcere di Parma, al presidente del Tribunale, viene fatta una richiesta. “Presidente l’imputato Pietro Armando Bonanno ha delle dichiarazioni spontanee da fare”.

    Richiesta accolta e così l’imputato inizia a ribattere su quanto fino a quel momento il maggiore Cito aveva detto.

    Le dichiarazioni spontanee di Pietro Armando Bonanno

    In particolare si sofferma su alcune delle affermazioni dell’ufficiale dei carabinieri. Precisa di non avere avuto mai due cellulari, chiarendo che quello in suo possesso lo aveva cambiato con un altro più tecnologico perchè gli arrivavano messaggi da altre donne. Poi a riprova che lui non è il mafioso di cui si scrive e non tratta con mafiosi, ha ricordato al tribunale, cosa aveva scritto di lui nel 2016 il magistrato di sorveglianza: “Bonanno da più di 20 anni non ha alcun rapporto con nessun genere di criminalità”. Ripercorre sempre rivolgendosi al presidente, il momento in cui iniziò a lavorare a Reggio Emilia in una macelleria “perchè qua signor presidente non trovai lavoro”. Ad un certo punto ha anche precisato di avere intrapreso da tempo un percorso che lo ha portato a rifiutare la mafia: “nel 1994 signor presidente io ho denunciato alcuni mafiosi davanti al dottor De Francisci, ma poi non andai avanti nelle denunce, ma ho portato a conoscenza chi era il capomafia dell’epoca di Trapani, che era Vincenzo Virga. Io mafioso lo sono stato fino al 1992 poi non ho avuto più contatti, anche quando ora mi hanno arrestato non avevo nulla a che fare con i mafiosi. Io avevo il vizio del bere e nel ’92 fui allontanato per questo dalla mafia. Allora Vincenzo Virga voleva eliminarmi e a salvarmi la vita fu Francesco Genna. Io non faccio parte della mafia da più di 20 anni”.

    Ha spiegato perchè gli fu tolta la semilibertà: “non perchè mia moglie mi denunciò disse che ero un po’ nervoso, ma che non l’avevo mai toccata e così poi fu tutto archiviato”. L’imputato ha detto di conoscere alcuni degli imputati “dei galantuomini”, di avere visto per la prima volta Mariano Minore (imputato in questo processo presente in aula) per la prima volta nel 2004 “l’ho conosciuto per un minuto” e di averlo rivisto tempo dopo nel negozio di frutta e verdura dove lavorava.

    In videoconferenza anche: Giuseppe Maranzano, Mario Mazzara, Francesco Todaro, Francesco Lipari e Gaetano Gigante tutti imputati.

    Tra le domande poste dall’avvocato Sammartano al teste: i rapporti tra i fratelli Bonanno, del prestito chiesto dall’imputato al fratello Francesco (estraneo e non indagato come ha precisato il teste) e da questi rifiutato, della macelleria che Bonanno stava realizzando con la compagna a Bonagia (Valderice); del matrimonio di Bonanno. I rapporti tra Bonanno e i due Buzzitta, Andrea e Antonino. Se vi erano stati e quando incontri tra Bonanno e i Buzzitta. Tutte domande alle quali il teste ha risposto in maniera esaustiva o ha rimandato ad altre forze dell’ordine poiché non aveva lui stesso operato.





  • Trapani
    “Non ci sono stati contatti con i mafiosi”
    Papania , la difesa punta sull'assenza di intercettazioni che provano i rapporti tra l'ex senatore e i boss
    Rino Giacalone5 Luglio 2025 -
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    Trapani – di Rino Giacalone – Con l’udienza di ieri davanti al Tribunale, presieduto dal giudice Enzo Agate, si è concluso l’esame dell’investigatore dello Sco, il commissario Mauro Riccitelli appartenente allo Sco (Servizio Centrale Operativo) della Polizia. Si tratta del processo scaturito dall’operazione antimafia “Eirene” che nell’autunno 2024 vide arrestate, con le accuse di mafia, diverse persone tra Alcamo, Calatafimi e Trapani. Una indagine della Polizia che vide in campo investigatori dello Sco, Sisco, Squadra Mobile di Trapani e Palermo e che fotografò la dinamicità di una organizzazione mafiosa del tutto non timorosa dell’incalzare dell’azione giudiziaria nel tempo condotta contro Cosa nostra.

    Gli imputati

    Tra i principali imputati ci sono due politici di rango, l’ex senatore Nino Papania e l’ex vice sindaco di Alcamo Pasquale Perricone. Con loro soggetti alcuni conclamati mafiosi tornati in auge dopo antiche condanne. Tra gli imputati tre in particolare: Francesco Coppola, indicato dalla Procura antimafia di Palermo quale nuovo capo della famiglia mafiosa di Alcamo, il commerciante di origini castellammaresi ma residente a Trapani, Giosuè Di Gregorio e Giuseppe Diego Pipitone, una sorta di “rais” nel rione popolare San Giuliano di Erice.

    Quasi tutti gli indagati sono ancora in carcere, compresi Papania e Perricone, ieri presenti in udienza collegati in video conferenza da Palermo dal carcere di Pagliarelli. E’ toccato alle difese concludere l’esame dell’investigatore, e i due avvocati, Lauria e Di Graziano, hanno parecchio puntato su un aspetto processualmente noto e cioè l’assenza di contatti diretti tra Papania e il gruppo di presunti mafiosi finiti imputati con il politico. Papania e Perricone, ex vice sindaco di Alcamo, sono accusati di voto di scambio politico mafioso.

    I legali dell’ex senatore

    Alle domande dei due legali, il commissario Riccitelli, ha risposto “di non aver accertato alcun incontro tra Papania e Di Gregorio”, “di non aver accertato alcuna promessa da parte Papania a Di Gregorio, nemmeno tramite Perricone, circa la disponibilità a concedere una qualche utilità allo stesso o ai suoi amici”. E’ la linea della difesa, nell’udienza di ieri parecchio sottolineata, quasi come se il dibattimento fosse giunto già alla fase della discussione, tanto che il presidente Agate ha anche richiamato i difensori sul fatto che venivano ripetute le stesse domande, cos’ da ottenere una risposta scontata. Già nella fase delle domande del pm Padova, il commissario Ricciuti aveva escluso l’esistenza di contatti diretti, ma aveva anche risposto evidenziando che da altre intercettazioni è emersa la consapevolezza di Papania di approcciarsi con un contesto mafioso. L’assenza di contatti diretti ha fatto presumere agli investigatori la tesi dell’accortezza dell’ex senatore ad escludere contatti diretti, durante il periodo della “caccia al voto” per sostenere il proprio candidato, Angelo Rocca, alle regionali del 2017.

    Ma la difesa ha insistito, le parole di Di Gregorio, ascoltato in una conversazione con suo fratello, esprimevano solo per ipotesi il coinvolgimento loro nella campagna elettorale per favorire Papania. Tra le domande poste dalla difesa anche quella sui clienti del ristorante gestito da Di Gregorio a Trapani, per far dire al teste che tra i clienti c’era anche un magistrato.

    Le intercettazioni

    Dalla parte dell’accusa restano i pronunciamenti giudiziari( dal gip sino alla Cassazione, dal riesame sino alla decisione dell’odierno collegio giudicante) che hanno riconosciuto fondata la misura cautelare del carcere ancora oggi applicata al senatore Papania. Esistono altre intercettazioni, come quella nella quale Papania si lamenta di Perricone che gli avrebbe fatto spendere “duemila euro per organizzare una pizziata con un gruppo di spacciatori”, o ancora quella nella quale il politico si mostra, parlando con il suo autista Piccichè, ben consapevole della congrega mafiosa.

    Mafia e colletti bianchi

    A Roma l’associazione mafiosa veniva indicata come il “mondo di mezzo”, dove la mafia si incontrava con la politica e i “colletti bianchi”, a Trapani alcune indagini su connessioni tra Cosa nostra e borghesia, indussero gli inquirenti che se ne occupavano a parlare di “terra di mezzo”, dove risiedeva e risiede ancora quell’area grigia fatta di soggetti pronti a dare manforte agli interessi mafiosi, l’indagine “Eirene” ha svelato una nuova identificazione letteraria della consorteria mafiosa, “mondo collaterale”. E’ questa la frase finita ascoltata durante le intercettazioni, e a pronunziarla sarebbe stato l’ex senatore alcamese Nino Papania. Insomma sono ancora tanti gli aspetti sui quali il dibattimento si dovrà soffermare, prima di arrivare alla sentenza. Il processo continua il 18 luglio





  • Marsala
    Sequestro di beni a coppia marsalese
    L'attività è stata eseguita dai carabinieri
    Redazione4 Giugno 2025 - Cronaca
  • Sequestro beni Cronaca

    Marsala – Eseguito dai Carabinieri del Comando Provinciale di Trapani  un decreto di sequestro – ai fini della eventuale confisca – di beni immobili (un terreno e due fabbricati per un valore complessivo di 200 mila euro) nei confronti di due coniugi marsalesi. Si tratta di Leonardo Casano e Giuseppa Prinzivalli.

    La misura di prevenzione patrimoniale è stata emessa dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo in virtù degli accertamenti svolti dai militari sulla sperequazione economica del nucleo familiare e sulla pericolosità sociale del 52enne Casano, che, attualmente detenuto, era stato raggiunto nel settembre del 2022 da misura cautelare nell’ambito dell’operazione “Hesperia”.

    Operazione con la quale i Carabinieri del Comando Provinciale di Trapani avevano tratto in arresto 35 persone (23 in carcere e 12 ai domiciliari) appartenenti ai mandamenti mafiosi di Mazara del Vallo, Trapani e Castelvetrano.

    Nel contesto dell’attività, nei confronti della coniuge 51enne Giuseppa Prinzivalli  è stata inoltre data esecuzione all’ordine di espiazione della pena di 1 anno e 9 mesi di detenzione domiciliare a seguito della condanna per il reato di riciclaggio, per aver fatto confluire sul proprio conto corrente i proventi dell’attività di spaccio di stupefacenti.





  • Petrosino
    Petrosino. In Appello assolti dall’accusa di voto di scambio
    I due Marco Buffa e Michele Buffa erano rimasti coinvolti in una indagine dei carabinieri
    Redazione30 Maggio 2025 -
  • Tribunale Palermo TpOggi 1

    Petrosino – La seconda sezione della Corte d’appello di Palermo ha assolto dall’accusa di voto di scambio politico-mafioso alle ultime elezioni comunali di Petrosino (Trapani), il presunto mafioso Marco Buffa e l’ex consigliere comunale Michele Buffa.

    I due, il 21 febbraio 2024, erano stati condannati a 15 anni di carcere dal Tribunale di Marsala. Una sentenza ora ribaltata in secondo grado. Marco Buffa rimane, comunque, in carcere nell’ambito di un altro procedimento penale. Marco Buffa è difeso da Luisa Calamia, Michele Buffa dal penalista Nicola Clemenza.

    L’indagine fu condotta dai carabinieri. Dopo l’arresto, Michele Buffa si era dimesso da consigliere comunale.

    Per l’accusa, Marco Buffa, presunto «capo decina» all’interno di  Cosa nostra, già condannato per aver favorito in passato la latitanza dei vertici del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, poi arrestato nell’operazione «Hesperia» (con condanna, in primo e secondo grado, a 11 anni e 4 mesi), avrebbe «procurato voti in favore del candidato Michele Buffa, consentendogli di essere eletto a consigliere comunale di Petrosino. Questo in cambio dell’erogazione di denaro e di altre utilità, nonché della disponibilità a soddisfare gli interessi e le esigenze dell’associazione mafiosa».





  • Trapani
    Dia: “Cosa nostra tra avvicendamenti e tentativi di stabilizzazione tra le nuove e le vecchie generazioni”
    Senza una vera leadership la mafia continua ad essere presenza silenziosa ma incisiva nell’economia legale
    Redazione27 Maggio 2025 - Cronaca
  • Agente Dia TpOggi 1 Cronaca

    Trapani – Cosa nostra non è sconfitta, ma è viva, radicata e ancora organizzata secondo un modello verticistico. È questo quanto emerge dalla Relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), presentata dal Direttore, Generale di Corpo d’Armata Michele Carbone.  Una relazione che offre una mappa dettagliata delle mafie presenti su tutto il territorio nazionale, con un’attenzione particolare anche alle organizzazioni criminali straniere attive in Italia.

    In Sicilia riflettori accesi sulle province di Palermo, Trapani e Agrigento.

    Inquietante il report tracciato dalla relazione annuale 2024 della Direzione Investigativa Antimafia. La provincia di Trapani si conferma territorio ad alta densità mafiosa, con un radicamento storico delle consorterie di Cosa nostra, ancora oggi operative attraverso metodi raffinati e una presenza silenziosa ma incisiva nell’economia legale.

    A testimoniarlo i 3.315 provvedimenti interdittivi antimafia emessi dalla Prefettura di Trapani nei confronti di società che operano nei settori più sensibili e redditizi dell’economia locale.

    Le interdittive colpiscono imprese attive nel comparto agricolo: coltivazione di vite, frutti oleosi e cereali, del movimento terra, edilizia, autotrasporti, lavorazioni agroalimentari, commercio all’ingrosso di ortofrutta e perfino agenzie funebri. Settori apparentemente ordinari che, secondo l’analisi della DIA, si sono rivelati terreno fertile per infiltrazioni mafiose e strategie di mimetizzazione criminale.

    Quattro gli storici mandamenti di Cosa nostra trapanese – Castelvetrano, Trapani, Mazara del Vallo e Alcamo. Insieme avrebbero messo in campo una rete articolata per condizionare il mercato, pilotare appalti, e occultare capitali di provenienza illecita.

    Secondo i dati forniti dalla Dia, la maggior concentrazione di attività mafiose sarebbe concentrata nella zona sud della provincia, tra Mazara e Castelvetrano, aree che – evidenzia la relazione – costituivano l’ambito operativo privilegiato di Matteo Messina Denaro, morto nel 2023, ma il cui potere criminale continua a produrre effetti attraverso la cosiddetta gestione “dinastica” degli affari mafiosi.

    La DIA sottolinea inoltre che numerosi soggetti colpiti da interdittiva erano già stati destinatari in passato di analoghi provvedimenti o erano legati a persone condannate per reati di mafia o sottoposte a misure di prevenzione. In molti casi, le società erano state riorganizzate formalmente per aggirare i controlli, mentre gli interessi delle consorterie venivano protetti attraverso intestazioni fittizie e operazioni collusive con imprenditori e funzionari compiacenti.

    Le maggiori operazioni antimafia nel territorio trapanese

    Tante le operazioni effettuate nel 2024 nel territorio trapanese che vanno dalla repressione del traffico di stupefacenti e delle estorsioni al contrasto della mafia imprenditoriale. Tra queste: l’operazione “Olegna” contro gli intrecci tra mafia, politica e affari; “Scialandro” che ha colpito le famiglie di Custonaci, Valderice e Trapani; e il maxi sequestro di aziende agroalimentari coinvolte in frodi fiscali e riciclaggio.

    Infine, un intero capitolo è dedicato agli atti intimidatori e agli episodi violenti avvenuti nel 2024, tra cui attentati incendiari, danneggiamenti ad aziende e strutture pubbliche, e una fitta attività investigativa contro gruppi criminali stranieri attivi nel favoreggiamento dell‘immigrazione clandestina.

    L’allarme lanciato dalla DIA è chiaro: la criminalità organizzata a Trapani non solo non arretra, ma si trasforma e si adatta, sfruttando le debolezze del sistema economico e amministrativo per continuare a generare profitto e consenso sociale. Un fenomeno che, pur agendo spesso sottotraccia, influisce sul rispetto della legalità e sullo sviluppo del territorio e chiede una reazione coordinata e determinata da parte delle Istituzioni e della società civile.

    Palermo: otto mandamenti, una struttura ancora verticale

    Il quadro tracciato è chiaro: nonostante decenni di azioni repressive condotte da magistratura e forze dell’ordine, le articolazioni territoriali di Cosa nostra sono pienamente operative. A Palermo città, i mandamenti restano otto, a cui si aggiungono sette nel resto della provincia. La struttura mafiosa continua a funzionare con vertici ben identificati, famiglie e gerarchie interne, anche se si registrano tentativi – finora incompleti – di ricostituire un organismo direttivo unitario sul modello della tradizionale commissione.

    Un’organizzazione adattiva: meno violenza, più dialogo

    Secondo la DIA, la mafia palermitana ha sviluppato strategie adattive alla pressione giudiziaria: predilige un coordinamento orizzontale tra i mandamenti, che consente una gestione condivisa delle attività criminali e una composizione non violenta delle controversie interne, sempre più frequente nelle ultime operazioni di polizia giudiziaria. La violenza viene mantenuta come estrema ratio, ma la sua minaccia resta uno strumento fondamentale per esercitare potere sul territorio. Oltre al controllo sociale e al traffico illecito, Cosa nostra guarda sempre più all’infiltrazione nel mondo dell’impresa. L’interesse è duplice: da un lato, ripulire i proventi criminali; dall’altro, acquisire influenza nei settori produttivi, approfittando anche delle difficoltà di alcune aziende locali. Un fenomeno già noto, ma che il report della DIA sottolinea come in crescita e da monitorare con la massima attenzione.

    La Stidda e Agrigento

    La stidda si caratterizza per una struttura orizzontale, composta da gruppi autonomi storicamente nati in contrapposizione a cosa nostra, ma che attualmente hanno attuato con quest’ultima intese di condivisione e spartizione degli affari illeciti. In Sicilia orientale, e in particolare nella città di Catania, la pluralità delle consorterie – che comprende articolazioni di cosa nostra nonché altre formazioni mafiose distinte ma affini a quest’ultima per natura – ha generato una coabitazione criminale in cui la resilienza e la flui- dità strutturale rappresentano i tratti distintivi di cosa nostra catanese. Quest’ultima, diversamente dalla rigida organizzazione palermita- na, si caratterizza per un marcato dinamismo affaristico alternando con le altre organizzazioni di tipo mafioso periodi di pacifica convi- venza, ovvero di non belligeranza, a momenti di frizione che talvolta degenerano in momenti di fibrillazione tra clan.

    Sicilia orientale

    Anche a Catania, le innumerevoli azioni investigative e le condanne comminate hanno costretto, nel tempo, le diverse organizzazioni mafiose ad un ricorrente ricambio nelle posizioni apicali sebbene tutte siano comunque sempre riuscite a mantenere perlopiù inalterata la loro operatività. Considerate le complesse relazioni tra le famiglie di cosa nostra e gli altri clan presenti nella Sicilia orientale, gli attuali equilibri si configurano, infatti, come assetti a “geometria variabile”, in ragione della fluidità delle leadership criminali e dei business illeciti oggetto di contesa, ele- menti che generano alleanze e tregue tra i diversi clan. Nei territori di Siracusa e Ragusa si evidenziano, inoltre, le influenze della cosa no- stra catanese e, in misura minore, della stidda gelese, mentre a Messina le consorterie presentano un modus operandi che, da un lato, si ri- fanno all’ortodossia di cosa nostra palermitana e, dall’altro, risente dell’influenza dei gruppi criminali etnei.

    Cosa nostra manifesta una presenza capillare su tutta l’isola, con proiezioni che, già nei decenni passati, si sono estese all’estero.

    Interforze e ruolo delle Prefetture

    La relazione documenta anche l’impegno della DIA nei Gruppi Interforze antimafia attivi presso ogni Prefettura (istituiti con il D.M. del 21 marzo 2017) e il supporto alle autorità prefettizie nell’applicazione delle misure amministrative antimafia previste dal Codice Antimafia. Un’attività parallela e preventiva, volta a bloccare sul nascere le possibili infiltrazioni nei contratti pubblici, nelle concessioni e nei finanziamenti.

    Il messaggio

    Il messaggio della DIA è chiaro: le mafie non arretrano, cambiano pelle. Cosa nostra, in particolare, resta una presenza organizzata, silenziosa ma efficace, capace di riprodurre potere e consenso anche in contesti mutati. La lotta non è finita. E continua su più fronti: investigativo, economico e culturale.

     





  • Partanna
    Mafia. Colpita la “famiglia mafiosa” di Partanna. Cinque gli arresti
    L'operazione è stata portata a termine dai carabinieri del Comando Provinciale di Trapani coordinati dalla Dda di Palermo
    Laura Spanò7 Maggio 2025 - Cronaca
  • cara tp Cronaca

    Partanna – L’hanno battezzata operazione “Alba”. A indicare l’alba di un nuovo giorno, quando finalmente la provincia di Trapani verrà liberata definitivamente dal cancro della mafia ed il lavoro instancabile degli investigatori e dei magistrati è proteso verso questo fine. Nel corso delle perquisizioni trovati armi e soldi in contanti.

    In quest’ultima operazione antimafia hanno operato i carabinieri del Comando provinciale di Trapani con il supporto dello Squadrone Eliportato, dei Cacciatori di Sicilia e dei colleghi delle varie stazioni interessate. L’operazione ha colpito la “famiglia mafiosa” di Partanna da sempre vicina ai Messina Denaro.

    Cinque le persone raggiunte da ordine di custodia: tre in carcere, per due obbligo di dimora con presentazione all’A.G.

    Tutti sono indagati a vario titolo di: associazione mafiosa, porto abusivo di armi, tentata estorsione e favoreggiamento personale. Colpita la famiglia mafiosa di Partanna, da sempre vicina all’ormai ex boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro.

    Gli investigatori hanno riscontrato quella che viene definita una “convergenza di illeciti interessi tra esponenti di spicco dalla famiglia mafiosa e imprenditori del settore edile e oleario per il controllo delle attività imprenditoriali”.

    A cominciare dalla turbativa procedura concorsuale indetta dal Tribunale di Sciacca per l’acquisizione di capannoni industriali; il condizionamento aggiudicazione appalti pubblici in favore degli stessi indagati o soggetti contigui al sodalizio mafioso; l’assunzione di familiari in imprese olivicole ricorrendo alle forme di intimidazione nei confronti dei legali rappresentanti.

    Tra i destinatari della misura cautelare anche Giovanni Luppino, 60 anni, già tratto in arresto il 16 gennaio 2023, pochi minuti dopo Messina Denaro, e già condannato. Luppino secondo gli investigatori, si sarebbe reso responsabile di un tentativo di estorsione ai danni di un imprenditore del settore oleario allo scopo di garantire sostegno economico all’ex latitante. Ai Luppino, nelle scorse settimane sono stati sequestrati i beni. 

     






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