Trapani
Trapani Calcio: il Consiglio di Stato respinge il ricorso di Antonini
Due le ipotesi che potrebbero arrivare il 22 gennaio, o la penalizzazione o l'esclusione dal campionato
Attualità
Trapani – L’ultima tegola riguardante lo sport a Trapani è legata al calcio. Anche il Consiglio di Stato ha respinto l’istanza del Trapani e il prossimo 22 gennaio, può arrivare un’altra penalizzazione ma potrebbero esserci gli estremi per una esclusione dal campionato come nel basket. Il verdetto del Consiglio di Stato potrebbe rappresentare l’ultimo passaggio per fare chiarezza definitiva sulla vicenda.
Un fatto questo che se dovesse avverarsi cancellerebbe in un sol colpo lo sport in città.
Intanto il Comune di Trapani si appresterebbe a cancellare la cittadinanza onoraria conferita a gennaio dello scorso anno a Valerio Antonini, presidente degli Shark e del Trapani Calcio. Era per meriti sportivi, ora quella motivazione, sottolinea il sindaco Giacomo Tranchida, non c’è più, spiegando che non sussistono più i presupposti che avevano portato al riconoscimento. «Era legata esclusivamente ai meriti sportivi – ha chiarito – ma oggi quelle motivazioni non esistono più». Una decisione che certifica il cambio di clima in città dopo il ciclone che ha travolto basket, calcio e l’economia locale. La presa di distanza dell’amministrazione comunale arriva all’indomani dell’esclusione della Trapani Shark dal campionato di Serie A di basket.
Da quel momento, l’attenzione si è spostata sul Palasport di piazzale Ilio, diventato area sorvegliata speciale. E intanto appaiono inopportune le foto che riprendono una grigliata all’interno del palazzetto avvenuta qualche ora dopo l’esclusione della società dal campionato da parte della federazione e circolate sul web.

Sono tre le foto che riprendono una grigliata all’interno del Palasport, con i cinque giocatori rimasti, uomini dello staff e personale. Al tavolo anche l’ex assessore allo sport Emanuele Barbara, tutto questo mentre la città perde il basket e migliaia di abbonati chiedono rimborsi.
Trapani
Vicenda Trapani Calcio. Il Tar respinge ricorso dell’imprenditore Valerio Antonini
L’ordinanza, è stata depositata oggi 23 dicembre
Cronaca
Roma – Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha respinto l’istanza cautelare presentata da Valerio Antonini e dalla FC Trapani 1905 per sospendere la penalizzazione di 8 punti inflitta alla società sportiva dalla giustizia federale.
L’ordinanza, è stata depositata oggi 23 dicembre. Siamo di fronte ad un altro duro colpo rappresenta per il club granata, che sperava in un provvedimento urgente per annullare la sanzione. Il TAR, pur riconoscendo la propria competenza sulla questione e prendendo atto della complessità del caso, ha rigettato la richiesta di sospensiva in quanto:
- Non ci sono i presupposti per l’accoglimento dell’istanza cautelare, nemmeno in via teorica.
- Il ricorso risulta inammissibile per un vizio formale: la mancata notifica alle altre società del Girone C di Serie C, parte necessaria del contraddittorio.
- Nel merito, la penalizzazione appare fondata, perché applicata in base all’articolo 85 delle NOIF e all’articolo 33 del Codice di Giustizia Sportiva FIGC, con una sanzione “minima” (2 punti per violazione), già utilizzata in altri casi simili.
Il Tribunale ha comunque deciso di compensare le spese, considerando la peculiarità della vicenda, e ha evidenziato che l’inibizione di sei mesi inflitta ad Antonini e Giacalone ha già esaurito i suoi effetti, iniziando lo scorso 4 giugno 2025.
Il commento di Valerio Antonini
“Incredibilmente, nonostante la sentenza della Commissione tributaria di Brescia avesse chiaramente aperto la via della verita, il Tar del Lazio si dichiara non idoneo ad entrare nel merito rimandando di fatto al Consiglio di Stato ma compensando stranamente le spese; Ci aspetta un’altro grado di giudizio più la commissione tributaria, la verita’ dovrà emergere senza alcun dubbio, cosi come e’ successo per il Brescia. Sia per il Trapani Calcio che per la Shark la partita è lunghissima ancora e non mollerò sino a che non avrò riavuto tutti i punti di penalizzazione, sino a che non avranno tolto ogni sanzione accessoria e non ci avranno ricompensato i danni giganteschi subiti”.
Il commento della società
Italia
Sicurezza e linguaggio pubblico: la lezione silenziosa del Consiglio di Stato
Un’altra magistratura – quella amministrativa, di ultimo grado – ha assunto una posizione diametralmente diversa
Attualità
Roma – di Sergio Miseria – Il dibattito acceso seguito alla decisione della Corte d’Appello di Torino sulla liberazione dell’imam Mohamed Shahin ha riportato al centro della scena un copione noto: la politica che accusa la magistratura di ostacolare la sicurezza, la magistratura che rivendica l’autonomia del giudizio, l’opinione pubblica divisa tra paura e garantismo. Le parole della Presidente del Consiglio, che si è chiesta come sia possibile “difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici”, hanno dato voce a un disagio politico evidente.
Eppure, mentre questo scontro si consuma sul terreno della magistratura ordinaria, un’altra magistratura – quella amministrativa, di ultimo grado – ha assunto una posizione diametralmente diversa, offrendo una risposta che non indulge né nel conflitto né nella comprensione indulgente, ma richiama con fermezza i pilastri dell’ordinamento repubblicano.
La sentenza n. 1004 del 2025 del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato, presieduta da Ermanno de Francisco ed estesa da Sebastiano Di Betta, non riguarda immigrazione o terrorismo, ma tocca un nervo altrettanto scoperto: il rapporto tra libertà, linguaggio e sicurezza quando a parlare è chi indossa l’uniforme. Ed è proprio per questo che la sua portata va ben oltre il caso deciso.
Il Collegio muove da un’affermazione che taglia corto con ogni equivoco: la libertà sindacale dei militari esiste, ma non è una libertà “civile travestita”. È una libertà “funzionalmente integrata in un ordinamento speciale“, nella quale la parola non è mai neutra, perché incide direttamente sul prestigio dell’istituzione e sulla fiducia dei cittadini. La sentenza lo chiarisce senza attenuanti: “la parola, il linguaggio, la forma del dissenso sindacale assumono un rilievo non accessorio, ma strutturale“.
Qui emerge la distanza culturale tra due modelli di giurisdizione. Da un lato, il giudice chiamato a valutare la pericolosità individuale, ancorandosi a parametri strettamente tipizzati; dall’altro, il giudice amministrativo che guarda alla tenuta complessiva dell’ordinamento, al modo in cui il linguaggio pubblico può trasformarsi in fattore di destabilizzazione istituzionale. Non antagonismo verso il Governo, ma consapevolezza del ruolo dello Stato.
È in questo contesto che la sentenza utilizza immagini forti, tutt’altro che casuali. Il Collegio mette in guardia contro la costruzione simbolica di una frattura tra il “noi” delle truppe e il “loro” del “Palazzo”, contro l’idea di un “popolo in armi” contrapposto alle istituzioni democratiche. Quando la critica si trasforma in invettiva, quando il dissenso diventa delegittimazione, “il limite oltre il quale l’ordinamento non protegge più l’esercizio di un diritto risulta superato“.
Il passaggio più netto riguarda la difesa della Patria. Il Consiglio di Stato afferma che l’espressione di “sfiducia verso il governo”, se proveniente da un militare in servizio, “non può considerarsi lecita in alcun caso, né consentirsi per alcun motivo e in alcun contesto“. Non per difendere un governo in quanto tale, ma perché chi è chiamato a difendere la Patria deve essere pronto a farlo indipendentemente dal colore politico dell’esecutivo. L’apoliticità non è un limite alla libertà: è la sua condizione.
Qui la sentenza diventa una lezione che parla anche ai cittadini. Le libertà non sono garantite da apparati che prendono posizione contro il “Palazzo”, ma da forze che restano leali all’ordinamento repubblicano, proprio perché così garantiscono tutti, anche chi dissente. Il “popolo in armi”, se si percepisce come corpo separato o antagonista, non rafforza la democrazia: la mette in pericolo.
Non sorprende allora che il Collegio ribadisca come il militare-sindacalista “non cessa, in alcun momento, di essere integralmente soggetto alla disciplina e alla gerarchia“. Non è repressione del dissenso, ma difesa dell’equilibrio costituzionale. Anche la sanzione disciplinare viene letta come atto di delimitazione, non di censura: l’Amministrazione “non ha inteso recidere il diritto di associazione sindacale, ma tracciare la linea oltre la quale la parola diventa strumento di corrosione del rapporto di fiducia con i vertici istituzionali”.
Mentre la politica reagisce con inquietudine a una decisione della magistratura ordinaria, la magistratura amministrativa di ultimo grado mostra un volto diverso della giurisdizione: non oppositivo, non emotivo, non indulgente, ma rigoroso, consapevole, persino severo. Un giudice che non si chiede se una decisione “piacerà”, ma se salvaguarda la Patria come spazio comune e la libertà come responsabilità.
La n. 1004 del 2025 lo ricorda con una sobrietà che pesa più di molte polemiche: la sicurezza non nasce dal conflitto tra poteri, ma dalla loro disciplina reciproca
Trapani
Tagli all’assistenza ASACOM a Trapani: famiglie e associazioni denunciano un atto discriminatorio
Ciminnisi e Trapani (M5S): «inaccettabile che diritti fondamentali vengano messi in discussione per mere questioni di bilancio»
Attualità
Trapani – La vicenda ASACOM a Trapani diventa un banco di prova cruciale: prevale la logica del bilancio o il diritto allo studio e all’inclusione? Con la delibera n. 342/2025 il Comune di Trapani ha ridotto le ore di assistenza ASACOM (assistenza all’autonomia e alla comunicazione), misura che sta già creando forti disagi a famiglie e studenti con disabilità. Un provvedimento che solleva pesanti dubbi di legittimità e che, secondo le associazioni, mina diritti fondamentali.
Il Comune ha giustificato la scelta richiamando il principio di “accomodamento ragionevole”, che vieta oneri eccessivi a carico dell’ente e soprattutto di non sovrapporre insegnanti di sostegno e assistenti ASACOM per non sprecare risorse. Ma questa interpretazione, tra ambiguità di norme, circolari e linee guida regionali, secondo molti osservatori, lascia ai Comuni un potere discrezionale ampio e potenzialmente arbitrario.
«Il rischio – commenta Francesca Trapani, coordinatrice del Gruppo Territorale M5S – è che l’ambiguità normativa diventi un alibi per tagliare servizi essenziali. Il Comune di Trapani, e tutti gli altri comuni del Distretto D5O di cui il capoluogo e capofila, citano a sostegno una sentenza del Consiglio di Stato che riconosce un margine di valutazione agli enti. Ma numerose altre pronunce vanno in direzione opposta: il Piano Educativo Individualizzato, ricordano i giudici, è vincolante e rappresenta un diritto immediatamente esigibile da parte delle famiglie».
«Dietro i numeri ci sono bambini lasciati soli – denuncia Francesca Trapani -: il taglio delle ore di assistenza è un atto grave e discriminatorio, in netto contrasto con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Chiediamo tavoli istituzionali permanenti e garanzie concrete. Nessun bambino deve essere lasciato indietro. Ogni ora tolta equivale a un pezzo di vita negato. I Comuni hanno un obbligo morale e giuridico: garantire l’assistenza, non ridurla».

A fianco delle famiglie e delle associazioni anche il deputato regionale trapanese del M5S, Cristina Ciminnisi, che attacca duramente il Governo regionale: «Lo avevamo detto già detto prima della approvazione della manovra di agosto: gli stanziamenti erano insufficienti. Oggi, purtroppo, la realtà conferma i nostri timori: l’anno scolastico è stato avviato tra tagli, disagi e incertezze per centinaia di famiglie e bambini con disabilità. Non è discrezionalità: è una scelta politica precisa. Il Governo regionale non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Con la manovra quater, in discussione in questi giorni, deve assumersi le proprie responsabilità e garantire le risorse necessarie a coprire il servizio in tutti i Comuni siciliani: o si stanziano i fondi necessari o sarà chiaro che conti e bilanci valgono più dei diritti. È inaccettabile che un diritto fondamentale, come quello all’inclusione scolastica, venga messo in discussione per mere questioni di bilancio
Italia
Sanremo, la Rai sfida il Comune in tribunale
Il Festival di Sanremo conteso: la Rai minaccia denunce, il Comune tira dritto
Spettacolo
Sanremo senza Rai? Uno scenario che diventa realtà
Sanremo – Chi l’avrebbe mai detto? Il Festival di Sanremo, da sempre fiore all’occhiello della Rai, potrebbe presto cambiare casa. Il Comune della città dei fiori ha aperto le porte a una gara pubblica per decidere chi organizzerà e trasmetterà il Festival. Una mossa che ha fatto infuriare la Rai, pronta a tutto pur di difendere “il suo” Sanremo.
“Guai a toccare i marchi del Festival”
La risposta della Rai non si è fatta attendere: una diffida indirizzata al Comune di Sanremo per impedire che i marchi storici del Festival vengano concessi ad altri. Secondo l’emittente pubblica, quei simboli non sono solo loghi, ma parte integrante della storia italiana. E soprattutto, appartengono a un racconto televisivo cucito su misura da decenni.
Mediaset e Discovery pronte a subentrare?
Nel frattempo, si fanno avanti nomi importanti. Mediaset, Discovery e altre reti potrebbero entrare in scena, con progetti ambiziosi per un Sanremo tutto nuovo. Una rivoluzione che fa tremare i palinsesti Rai e agita le acque dell’industria musicale, che già manifesta preoccupazioni per l’assenza di coinvolgimento nei processi decisionali.
Il Festival messo all’asta: è scontro aperto
Il bando pubblicato dal Comune è il risultato di una sentenza del TAR della Liguria, che ha imposto all’amministrazione di non affidare direttamente l’organizzazione alla Rai. La Rai ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, ma intanto Sanremo ha deciso di difendersi: il Comune si costituirà in giudizio e porta avanti la sua linea, nel nome della trasparenza e della libera concorrenza.
Il clima si fa teso, i fan del Festival restano col fiato sospeso
Tra carte bollate, diffide e ricorsi, chi ama Sanremo si chiede: cosa ne sarà del Festival? Riuscirà a restare lo spettacolo che tutti conosciamo, tra fiori, musica e polemiche, oppure assisteremo a una trasformazione radicale? Il rischio che Sanremo perda l’anima Rai è oggi più concreto che mai.
E ora che succede?
Tocca al Consiglio di Stato decidere il futuro del Festival. Nel frattempo, la Rai alza la voce, il Comune tira dritto e le altre emittenti preparano le contromosse. Intanto, il pubblico guarda con stupore questo nuovo “teatrino” fuori dal palco, sperando che la musica – almeno quella – resti protagonista.
Italia
Sanremo 2026, Rai fuori: cambia il Festival?
Il Consiglio di Stato respinge il ricorso Rai: ora il futuro di Sanremo passa da un bando pubblico
Spettacolo
Sanremo, svolta storica: il Festival ora in gara di assegnazione
Roma – Una sentenza che fa rumore. Il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso presentato dalla Rai, confermando l’illegittimità dell’assegnazione diretta dell’organizzazione del Festival della Canzone Italiana. La decisione, che segue quella del TAR Liguria, apre ufficialmente a nuovi scenari per la gestione della kermesse più amata d’Italia. La parola d’ordine è: trasparenza. Il Comune di Sanremo, proprietario del marchio dal 2000, ha già pubblicato un bando pubblico per l’edizione 2026.
La decisione del Consiglio di Stato
Il ricorso Rai è stato considerato infondato. L’ordinanza sottolinea che non esistono motivi per sospendere quanto già stabilito dal TAR. L’udienza di merito è fissata per il 22 maggio 2025, ma intanto resta valida la necessità di assegnare l’organizzazione del Festival attraverso una gara pubblica, per garantire correttezza e concorrenza.
I punti chiave del bando
- Base d’asta: 6,5 milioni di euro
- Percentuale sui ricavi: 1%
- Durata: minimo 3 edizioni, con possibile estensione fino a 5
- Obbligo di continuità: il vincitore dovrà garantire almeno tre edizioni consecutive
Quale futuro per Sanremo in Rai?
Il format televisivo del Festival e l’edizione 2025, vinta da Olly con “Balorda Nostalgia”, restano saldamente nelle mani della Rai. Tuttavia, dal 2026 in poi, la gestione non è più scontata. Per la prima volta nella sua storia, l’evento simbolo della musica italiana potrebbe non essere prodotto dalla TV di Stato.
Ipotesi e reazioni
C’è chi teme che l’asta possa andare deserta, chi spera che le offerte alternative risultino meno competitive. Ma l’idea di un Sanremo su un’altra rete televisiva appare ancora difficile da immaginare. Il presidente del TAR Liguria, Giuseppe Caruso, ha ribadito: “Abbiamo emesso una sentenza giusta. Se qualcuno pensa il contrario, interverrà”.
La Rai e il marchio Sanremo: una lunga storia
Fino ad oggi, Rai ha organizzato il Festival sulla base di una convenzione con il Comune di Sanremo. Il TAR ha giudicato irregolari solo le delibere con cui il Comune ha concesso l’uso esclusivo del marchio alla Rai, non la titolarità del format né la gestione dell’edizione 2025.
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Redazione 16 Febbraio 2025
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