• Palermo
    “Servo Suo”… di Claudio Fava
    Fava: "Questo governo dovrebbe dimettersi, certo. Ma non perché glielo chiede codesta opposizione"
    Trapani Oggi9 Novembre 2025 - Politica
  • claudio fava Politica

    Catania – In un post su Facebook intitolato “Servo suo” l’ex presidente della Commissione Antimafia regionale critica aspramente l’area politica che lo candidò solo pochi anni fa a Palazzo D’Orleans: «Ha partecipato al banchetto dell’ultima finanziaria spartendosi (con poche, lodevolissime eccezioni) cento milioni di euro per regalie ad amici & devoti»

    Servo Suo – di Claudio Fava

    Quali titoli morali ha in Sicilia questo centrosinistra per chiedere le dimissioni del governo Schifani? Ha partecipato al banchetto dell’ultima finanziaria spartendosi (con poche, lodevolissime eccezioni) cento milioni di euro per regalie ad amici & devoti, senza passare attraverso un solo bando di gara. Ha frequentato per anni assiduamente i cenacoli del consociativismo, ha partecipato alla distribuzione dei posti di sottogoverno – da parenti poveri, certo, dovendosi accontentare delle minuzzaglie – senza mai la decenza di indicare, per nome e cognome, i direttori e i dirigenti imposti da certa politica (tanto, poi a fare i nomi ci pensa la Procura).È stato questo centrosinistra a inaugurare il cursus honorum dell’assessore Sammartino, candidato di punta del PD prima di transumare nei partiti del centrodestra.

    In questo partito militavano (e militano) i dirigenti politici che frequentavano le terrazze romane e nissene del gran capo dell’antimafia Antonello Montante. È stato Il PD a pretendere come candidata alla presidenza della Regione un ex assessore di Lombardo che se n’è coerentemente andata col centrodestra un quarto d’ora dopo essere stata sconfitta (e nessuno del gruppo dirigente, che mi risulti, ne ha pagato pegno). Dopo anni di opposizione di cartapesta, il centrosinistra adesso grida allo scandalo e chiede che il governatore vada a casa: ripeto, con quale legittimità morale?

    Questo governo dovrebbe dimettersi, certo. Ma non perché glielo chiede codesta opposizione. Hanno titolo per chiederglielo quel 34 per cento di famiglie stabilmente sull’orlo della soglia di povertà, le centinaia di malati siciliani costretti a cercare cure e rimedi a mille chilometri da qui, le settemila piccole e medie aziende agricole assetate da una eterna carenza idrica nella regione con più dighe per abitante di tutto il creato. Dovrebbero chiederne le dimissioni i pendolari ostaggi di una viabilità da terzo mondo e di una rete di trasporti pubblici con tempi di percorrenza d’anteguerra, dovrebbero farsi sentire gli esuberi sociali delle 28 mila aziende chiuse in cinque anni. Loro, solo loro, hanno diritto ad alzare la voce.

    Negli anni è stata praticata un’idea servile dell’opposizione, una postura mentale da partito degli eletti che vantavano una solo pretesa: essere invitati al gran ballo del maxiemendamento ad ogni capodanno. È agli atti che ogni denuncia politica si è alzata un istante dopo (mai un istante prima) che le magagne venissero smascherate dalla Procura di turno. E adesso, con millimetrica puntualità, il nome di Totò Cuffaro torma ad essere il lenzuolo lercio con cui l’opposizione cerca di nascondere le proprie miserie.
    Certo, Cuffaro è un nome utile e rumoroso, evoca antiche malefatte e assolve d’incanto il centrosinistra dalla propria ignavia. Non a caso questa opposizione, la più silente nella storia siciliana, si è trasformata in pochi giorni in un carnevale di sdegnate dichiarazioni, ultimatum, furenti anatemi. L’antifascismo comodo di piazzale Loreto…
    Questa vicenda giudiziaria ci consegna un’altra verità, forse perfino più grave dei fatti che vengono contestati: non è più il denaro il motore malato di questa politica. Non sono le mazzette trasmesse di mano in mano. È il potere in sé. Meglio: l’esercizio del potere che da solo si fa premio e ricompensa senza bisogno di tangenti, il potere di governare le carriere, decidere assetti pubblici e privati. Il potere di governare nell’ombra, che di tutte le forme di governo è quella più antica e meno nobile.
    Ci viene quasi da rimpiangere i tempi in cui un politico milanese si disfaceva a Milano della mazzetta ricevuta buttandola nel cesso. Adesso il potere s’è fatto immateriale, si sublima nelle cartelline d’archivio dedicate ai propri protetti, nel gioco dell’oca delle nomine e delle carriere. E si gioca con fiches di plastica, non servono più denari veri.

    Diceva qualche giorno fa l’ex ministro Provenzano che c’è bisogno di uno scatto d’orgoglio, di una svolta. Orgoglio, svolta: magari parliamo di questo invece di pensare che il rimedio siano le dimissioni di Schifani.





  • Italia
    Attentato Ranucci. Senatrice Rando: “Si colpisce un giornalista che, con coraggio e indipendenza, è alla ricerca della verità”
    l'uso di esplosivi, che non si vedeva in Italia dai primi anni '90, è un messaggio chiaro contro la libertà di stampa
    Redazione18 Ottobre 2025 - Cronaca
  • rando Cronaca

    Roma – “L’esplosione che ha distrutto l’auto di Sigfrido Ranucci e di sua figlia è un attacco di gravità inaudita che ci riporta ai momenti più drammatici della nostra storia. Si colpisce un giornalista che, con coraggio e indipendenza, serve il Paese attraverso il Servizio Pubblico alla ricerca della verità. A Ranucci, alla sua famiglia e alla redazione di Report va la mia piena solidarietà. Ma non basta la solidarietà di
    fronte a un fatto così grave: l’uso di esplosivi, che non si vedeva in Italia dai primi anni ’90, è un messaggio chiaro contro la libertà di stampa. È necessario che forze dell’ordine e magistratura facciano piena luce sui responsabili e sui moventi di un attentato che, per le sue modalità, lancia un segnale inquietante e simbolico. Un segnale che pesa ancora di più nel clima di attacchi e delegittimazioni politiche subiti da Ranucci e dal suo programma”.

    Lo dichiara la senatrice Enza Rando, componente della Commissione parlamentare Antimafia e
    responsabile nazionale Legalità e lotta alle mafie del Partito Democratico.





  • Italia
    Caselli, dietro morte Borsellino non c’è indagine mafia-appalti
    Ex procuratore di Palermo: 'non strumentalizzare tesi'
    Redazione1 Agosto 2025 - Cronaca
  • WhatsApp Image 2025 08 01 at 08.18.55 Cronaca

    Roma – “Non ci sono elementi per dire che la strage via D’Amelio sia collegata all’indagine mafia-appalti e, inoltre, nè prima del mio arrivo alla procura di Palermo nè dopo c’è stata una cattiva gestione di quell’indagine. Ridurre la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, eroi moderni di epica grandezza, al tentativo di fermare l’inchiesta mafia-appalti significa ridimensionare il loro valore storico. Entrambi, sia Falcone che Borsellino, sono stati uccisi per una vendetta postuma di Cosa nostra che li riteneva i suoi peggiori nemici. In più Borsellino fu fermato per impedire che riferisse ai magistrati di Caltanissetta, qualora mai l’avessero convocato, quanto a sua conoscenza sull’attentato a Falcone”.

    Lo ha detto l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli nel corso della sua audizione davanti alla commissione nazionale antimafia nell’ambito delle attività d’indagine svolte sulla strage costata la vita al giudice Borsellino e alla sua scorta.

    “Trovo ingiusto strumentalizzare una tesi a discapito di altre”, ha aggiunto.

    Caselli, che ha retto al Pocura di Palermo dopo le stragi mafiose del ’92 (dal 1993 al 1999), ha anche ricordato i successi dell’azione della magistratura di quegli anni.

    “Dopo la reazione dello Stato seguita agli attentati del ’92 c’è stato il più alto numero di collaborazioni con la giustizia, segno di un cambio di egemonia politica e sociale perché il mafioso si pente quando si fida dello Stato – ha spiegato – non dimentichiamo poi i successi contro l’ala militare di cosa nostra, che ha subito colpi durissimi (come le condanne a 650 ergastoli e centinaia di anni di carcere), e le indagini sul lato oscuro dei rapporti tra pezzi Stato e boss”. Caselli ha rivendicato dunque i meriti e i successi della sua Procura. “Quei magistrati – ha spiegato – hanno diritto a rispetto autentico e spargere fango non è compito della commissione Antimafia”. (fonte Ansa)





  • Italia
    Bombe del 1993, il ricordo non basta
    In Commissione nazionale antimafia giovedì verrà sentito Gian Carlo Caselli, già Procuratore di Palermo dal 1993 al 1999
    Redazione28 Luglio 2025 - Cronaca
  • caselli Cronaca

    Roma – La settimana che sta iniziando lascerà un segno profondo sul terreno dello scontro che si consuma in Commissione Antimafia tra la verità storica ed il revisionismo strumentale voluto dalla destra: giovedì infatti verrà sentito Gian Carlo Caselli, già Procuratore di Palermo dal 1993 al 1999.

    Questa settimana comincia nel ricordo della notte da incubo che fu quella tra il 27 ed il 28 Luglio 1993, con le bombe che quasi contemporaneamente esplosero tra Milano e Roma facendo morti e feriti.

    La retorica depistante della destra che esibisce commozione per nascondere ogni elemento di inquietante verità ovviamente non ha perso l’occasione nemmeno questa volta e così leggiamo contriti le nuove parole ispirate della presidente Colosimo sui suoi profili social:“… Oggi a distanza di trent’anni non dimentichiamo le vittime innocenti di quella stagione di violenza mafiosa. Ne onoriamo la memoria rinnovando il nostro impegno…” e bla, bla, bla.

    Opporsi a questo vergognoso tentativo di riscrittura della storia passa anche da un particolare agghiacciante di quella notte, uno di quei particolari che da solo basta a segnalare che Riina, Brusca e Graviano (del quale dovremo occuparci ancora) non possono aver fatto tutto da soli e che nemmeno possono essere stati aiutati semplicemente da qualche “vipera” annidata nel Tribunale di Palermo. Alludo al black out delle linee telefoniche di Palazzo Chigi: il Governo quella notte restò isolato dal resto del Paese, tanto che l’allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, ritenne che fosse in corso un colpo di Stato.

    C’è una intervista del 2010, concessa da Ciampi a Giannini per La Repubblica, che serve ad illuminare quanto accadde, ne riprendo per questo alcuni passaggi: “Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”

    “Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

    “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

    “Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni – commenta Giannini nel pezzo di 15 anni fa – è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

    La presidente Colosimo sa di non poter rispondere a queste domande, ecco perché non le ascolterà e non darà loro accesso in Commissione. Sarà compito nostro vigilare e “non lasciare dormire la polvere”.
    Intanto per Giovedì sarà il caso di far sentire a Gian Carlo Caselli che il peso che porta ce lo carichiamo anche sulle nostre gambe. *fonte Articolo 21.org





  • Italia
    Dieci domande a Meloni e Colosimo sulla lotta alle mafie – di Walter Verini
    Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere
    Redazione20 Luglio 2025 - Politica
  • WhatsApp Image 2025 07 20 at 19.00.25 Politica

    Roma –  di Walter Verini – Deputato Pd capigruppo commissione nazionale antimafia. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia. Per questo rivolgiamo qualche domanda alla premier Meloni e alla presidente della commissione Antimafia Colosimo.

    “Parlate di mafia”, è il titolo della iniziativa di Fratelli d’Italia. Si tiene da tre anni, nei giorni dell’anniversario della strage di Via d’Amelio.

    I gravissimi fatti corruttivi che hanno investito esponenti del partito della Meloni in Sicilia, ne hanno consigliato il trasloco da Palermo a Roma. Una scelta dettata da evidente imbarazzo. Non è mancato l’omaggio alla memoria di Borsellino e della sua scorta. Come tutti gli anni, sono in prima fila negli anniversari.

    Ci mancherebbe non fosse così. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia.

    Per questo rivolgiamo qualche domanda alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo:

    1) Non pensate che indebolire presidi di lotta alla corruzione, alla criminalità, come limitare a 45 giorni le intercettazioni per gravi reati contro la pubblica amministrazione, o rendere difficile il sequestro degli smartphone contenga (parole del Procuratore Nazionale Antimafia) il rischio di «apertura di pericolosi spazi di sostanziale impunità di gravi fenomeni criminali»?

    2) È coerente allentare – come il governo ha fatto – presidi di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata? Citiamo a memoria: più basse le soglie per affidamenti diretti, estensioni alla pratica dei subappalti, con rischi di penetrazione delle mafie e per la stessa sicurezza del lavoro. Alte le soglie per l’uso del contante con aumento della facilità del riciclaggio dei proventi del narcotraffico, dell’usura, del gioco d’azzardo, delle estorsioni.

    3) Ed è coerente il tentativo da voi esercitato (sventato grazie alle proteste delle opposizioni e di reti di antimafia sociale e soprattutto grazie ad un decisivo intervento di “moral suasion” degli Uffici del Quirinale) di attenuare controlli antimafia nell’esecuzione di grandi e discusse opere, come il Ponte sullo Stretto?

    4) Non ritenete che allentare quotidianamente sistemi di controllo, controlli preventivi, concomitanti sull’attività della Pubblica amministrazione sia rischioso? Oltre a indebolire e colpire l’indipendenza della magistratura ordinaria (penso alla separazione delle carriere) la vostra “riforma” della Corte dei Conti, non colpisce incrostazioni ma indebolisce i controlli, fondamentali in democrazia. La necessaria velocità nell’eseguire opere, deve andare di pari passo con il rispetto delle regole e della legalità.

    5) Ed è coerente con il doveroso omaggio alle vittime smontare reati come l’abuso di ufficio, il traffico di influenze? O tagliare fondi per norme fondamentali come quelle che riguardano la confisca dei beni alle mafie? O dare continui segnali (in linea del resto con il famigerato meloniano «le tasse sono pizzo di stato») per i quali rispettare le regole è un optional, tanto arrivano i condoni?

    6) La Commissione Antimafia è da tempo impegnata sul contesto, le cause, le accelerazioni della strage di Via D’Amelio. Con un obiettivo predefinito dalla destra dall’inizio: tutto dipese dall’intreccio mafia-appalti. Che c’era, eccome, pesantissimo e ramificato non solo in Sicilia. Ma il tentativo è quello di riscrivere la storia di quegli anni. Di “cancellare” i rapporti evidenti tra mafie, estremismo nero e stragista, certi settori della politica. Quegli anni, quelle stragi, quegli attentati (Capaci e Via D’Amelio, ma anche Georgofili, Velabro, Via Palestro…e prima l’omicidio Mattarella…) avevano anche una regia ed un fine politico. Che si vuole occultare. È questo il modo giusto per ricordare le vittime di mafia?

    7) Non pensate che bisognerebbe indignarsi davanti a inaudite affermazioni fatte in Antimafia dal generale Mori e dal Colonnello De Donno, auditi in per supportare queste tesi? Ebbene, nella stessa Commissione nella quale sedettero nel tempo grandi personalità antimafia: un nome per tutti, Pio La Torre) i due auditi hanno avuto parole di apprezzamento per condannati definitivamente per associazione mafiosa («….stimavo e stimo Marcello Dell’Utri» , ha affermato De Donno). «…Io disprezzavo la Procura di Palermo…», ha rincarato Mori. Perché non si sente il bisogno di prendere le distanze da queste incredibili affermazioni?

    8) In Commissione è in corso un tentativo per “espellere” dalla trattazione di questi temi due magistrati antimafia come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho. Il tentativo consiste in una sgangherata e incostituzionale proposta di legge della maggioranza sul “conflitto di interesse”. Che dovrebbe valere solo per la Commissione Antimafia (si badi, non è una legge seria e sempre necessaria sul conflitto di interessi erga omnes). Che dovrebbe essere deciso dalla maggioranza di turno, senza criteri e perimetri chiari ed oggettivi. Una vergogna, destinata probabilmente su un binario morto. Ma intanto ci provano. Motivi di opportunità, in Antimafia come nelle altre Commissioni, ci possono essere, sempre. Ma a deciderli devono essere i parlamentari stessi, eletti dal popolo, le cui prerogative non possono essere colpite dalla maggioranza di turno. E nel caso, la maggioranza in Antimafia vorrebbe impedire a due ex-magistrati Antimafia di offrire il proprio contributo. Presidente Meloni, presidente Colosimo, non pensate che questo tentativo sia davvero molto grave?

    9) Molti, troppi, sono stati nel tempo i giornalisti ammazzati in Italia dalle mafie. Da De Mauro a Impastato, a Pippo Fava; da Spampinato a Siani a Francese….). Perché quotidianamente provate fastidio, sferrate attacchi al giornalismo d’inchiesta? Querele a giornalisti e scrittori come Saviano e reiterati attacchi a trasmissioni come Report; limitazioni alla pubblicabilità delle notizie attraverso leggi restrittive della libertà di informazione; rifiuto di approvare norme contro le querele temerarie ai danni dei giornalisti. Chi – come l’informazione e i giornalisti – accende luci sul malaffare, sulle opacità del potere, sui rapporti tra mafie e certa politica, certi amministratori (sono queste le vere carriere da separare!) non va difeso e tutelato?

    10) Infine, non ritenete di dover concentrare sforzi sulle più recenti frontiere delle mafie? Sulla difesa delle piattaforme e dei dati sensibili sotto attacco; sulla cybersicurezza e l’attacco alle piattaforme criptate delle organizzazioni criminali, sulla penetrazione nell’economia legale, nelle zone di degrado sociale e culturale, dispersione scolastica e povertà educativa, contro le pratiche – dove non arriva lo Stato – di welfare criminale?
    Fornire risposte a domande, a questioni come queste, darebbe coerenza alla necessaria celebrazione e memoria di chi ha pagato con la vita il proprio impegno per la legalità e quindi la difesa della convivenza civile.

    Walter Verini – Deputato Pd Capigruppo Commissione Nazionale Antimafia /https://www.editorialedomani.it





  • Trapani
    Cracolici: “A Trapani una mafia intraprendente ma silenziosa capace di persistere anche dopo Messina Denaro”
    “Qui 70 interdittive antimafia, spia di un sistema capace di infiltrarsi e avere relazioni”
    Redazione17 Luglio 2025 - Cronaca
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    Trapani – Una mafia intraprendente ma silenziosa, pronta a infiltrarsi nell’economia legale: è il quadro che emerge dalla tappa a Trapani della commissione regionale Antimafia, presieduta da Antonello Cracolici, che ha sottolineato le specificità di cosa nostra nel territorio: “Negli ultimi nove mesi in questa provincia ci sono state 70 interdittive, questa è la spia di un sistema capace di infiltrarsi e intrattenere relazioni – ha detto Cracolici – Cosa nostra qui resiste e persiste, a prescindere dalla fine di Matteo Messina Denaro, e continua ad avere quella caratteristica peculiare di intraprendenza, una vera riserva economica in settori come il turismo, la trasformazione agricola, la logistica, mantenendo quella predisposizione imprenditoriale storicamente avuta in tanti ambiti, come quello energetico. La quantità di interdittive ci dice comunque che qui la mafia ha il fiato sul collo”.

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    Sugli equilibri interni a cosa nostra trapanese il presidente Cracolici ha aggiunto: “I mandamenti operativi qui sono 4 e non ci risulta che siano andati in ferie o si siano messi a riposo. C’è stato un tentativo di ricambio della vecchia famiglia mafiosa ad Alcamo, colpita dalle operazioni degli inquirenti, tentativo bloccato, ma questo fa parte delle dinamiche e della storia di cosa nostra”. Con una specificità che connota la mafia trapanese che “ha bisogno di essere estremamente silenziosa – ha concluso Cracolici – tanto da non far sentire neanche l’idea di fare rumore con le armi”.





  • Palermo
    Dopo 30 anni ritrovati i brogliacci dell’inchiesta Mafia e appalti
    A trovarli la Guardia di Finanza di Caltanissetta. Erano in "quattro buste di colore giallo ancora recanti i timbri apposti nel 1992"
    Redazione5 Luglio 2025 - Cronaca
  • guardia di finanza 1 690x362 1 Cronaca

    Palermo – I militari del GICO della Guardia di Finanza di Caltanissetta, su delega della locale DDA, hanno compiuto alcune attività di ricerca e acquisizione documentale alla sede di Palermo.

    Nel corso delle attività, disposte, come detto dalla DDA nissena è stato finalmente possibile ritrovare i brogliacci delle intercettazioni effettuate negli anni ’90 circa le infiltrazioni di Cosa Nostra nel settore imprenditoriale e, in particolare, nelle aziende già appartenenti al Gruppo Ferruzzi.

    I brogliacci sono stati rinvenuti in quattro buste di colore giallo ancora recanti i timbri della Guardia di Finanza apposti nel 1992, ricoperti di polvere e lasciati a terra in archivi da tempo non utilizzati. Il ritrovamento dei brogliacci è stato ottenuto al termine di ricerche durate più di due anni e che hanno comportato la consultazione di più di 2000 faldoni con centinaia di migliaia di pagine di documenti.

    Il contenuto dei brogliacci è attualmente al vaglio delle Autorità inquirenti.

    Mafia e appalti

    Negli ultimi anni l’inchiesta Mafia e appalti è tornata alla ribalta della cronaca. Da tempo l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, e i due ex alti ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno  indicano il dossier come il movente segreto detro l’eliminazione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

    Una tesi rilanciata negli ultimi mesi anche durante le audizioni in Commissione antimafia. E che esclude la cosiddetta “pista nera”, cioè quella che collega la strage di via d’Amelio alla strategia di destabilizzazione cominciata a Capaci.

    Individuare Mafia e appalti come unico movente delle bombe ha anche un altro pregio: cancella quanto ipotizzato in alcune inchieste poi archiviate. Come per esempio le indagini che legano la morte di Borsellino a informazioni che lo stesso magistrato poteva aver avuto sui legami tra Cosa Nostra e l’entourage di Silvio Berlusconi.

    Mafia e appalti è l’indagine alla base dell’antica frattura che – tra veleni e fughe di notizie – ha contrapposto il Ros ai pm di Palermo. La principale contestazione avanzata dai carabinieri e rilanciata da Trizzino è che i pm archiviarono l’inchiesta sui legami tra boss e imprenditori dopo aver arrestato solo 7 persone. Borsellino, però, era molto interessato a quell’indagine: è per questo motivo che sarebbe stato assassaninato. Il rapporto del Ros, sempre secondo la tesi di Mori e Trizzino, venne dunque insabbiato.





  • Italia
    L’esibizione della borsa semi carbonizzata di Borsellino a Montecitorio mi turba profondamente – di Davide Mattiello
    Davide Mattiello -"Non è possibile non riflettere sulla circostanza che l’inaugurazione della macabra esposizione arrivi pochi giorni dopo la clamorosa operazione della procura di Caltanisetta"
    Redazione1 Luglio 2025 - Cronaca
  • borsa borsellino Cronaca

    Roma – di Davide Mattiello – L’esibizione della borsa semi carbonizzata del giudice Paolo Borsellino nel “transatlantico” di Montecitorio mi turba profondamente: non riesco a non pensare che sia l’ennesima mossa spettacolare della strategia posta in essere da questa destra spudorata, intenta a riscrivere la storia.

    Lo scrivo col rispetto che sento non soltanto per la borsa in se’ che è sacra reliquia di un gigantesco sacrificio umano, ma per i famigliari del magistrato, per il Presidente della Repubblica e per la Camera dei Deputati, cuore della nostra ormai pallida democrazia. Ma se è vero che ogni depistaggio che si rispetti muove sempre da pezzi di verità, adoperati in maniera deformata e deformante, è altresì vero che ogni operazione revisionista, che è una forma sofisticata di depistaggio, deve incardinarsi su elementi di verità e di sincera, collettiva, emozione proprio come quelli alimentati dalla borsa del giudice.

    Infatti non è possibile non riflettere sulla circostanza che questa esposizione consenta di spostare ancora una volta l’attenzione dell’opinione pubblica dalle gravi accuse mosse dalla puntata di Report di una settimana fa relative alle ipotizzate manovre del gen. Mori di abusare della Commissione parlamentare anti mafia ed in particolare della strage di Via D’Amelio volte a realizzare il proprio piano di vendetta contro coloro che, soprattutto i magistrati della Procura di Palermo, lo hanno indagato e processato per anni ovvero di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inaccettabile silenzio accondiscendete della Presidente Colosimo a seguito delle deprecabili esternazioni di Giuseppe De Donno e di Mario Mori in Commissione anti mafia, con le quali esibivano sempiterna stima per quel galantuomo di Dell’Utri e disprezzo totale per i magistrati di Palermo, dopo essere stati messi davanti alle intercettazioni delle telefonate tra De Donno e Marcello Dell’Utri e De Donno e Mori.

    Grida vendetta, più di Mori, il corto circuito vergognoso tra la simpatia manifestata verso Marcello Dell’Utri e le parole precise, ancorche misurate dal doveroso riserbo per indagini in quel momento in corso, di Paolo Borsellino intervistato il 21 Maggio del 1992 da Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo per la francese Canal Plus, proprio sui rapporti tra Vittorio Mangano, gran mafioso di collegamento tra Milano e Palermo, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

    Non è possibile non riflettere sulla circostanza che l’inaugurazione della macabra esposizione arrivi pochi giorni dopo la clamorosa operazione della procura di Caltanisetta che ha mandato a perquisire le case del defunto Tinebra, predecessore dell’attuale capo De Luca, alla ricerca dell’agenda rossa del giudice Borsellino, sulla base di un appunto riferibile niente meno che ad Arnaldo La Barbera, defunto anch’egli e da molti più anni. Un’operazione che, tra l’altro, aiuta una volta di più a far dimenticare che in quei drammatici istanti succeduti all’esplosione in via D’Amelio una delle mani che sicuramente afferrarono la borsa fu quella di un carabiniere, il capitano Arcangioli.

     

    Un’operazione che probabilmente ha puntato tutto su una coppia di illustri defunti perché soltanto i morti possono ancora essere colti di sorpresa da una indagine che è stata bruciata a reti unificate due mesi fa, pur di far sapere istantaneamente a tutto il globo terraqueo che Michele Prestipino, al tempo procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Anti mafia, fosse andato a pranzo con Gianni De Gennaro e Franco Gratteri a chiacchierar di Ponte sullo Stretto, cantieri e infiltrazioni mafiose. Pare per altro che per gli interrogatori a carico di Tinebra e La Barbera siano frenetiche le ricerche del tavolino adoperato nel ’78 per indimenticate sedute spiritiche con finalità anti terroristiche.

    Non è possibile non riflettere sulla contraddizione evidente tra l’ossequio mostrato da questa destra nei confronti di Paolo Borsellino e l’attacco profondo portato alla giurisdizione ed al principio di legalità: l’abolizione del reato di abuso di ufficio, l’annacquamento di quello di traffico illecito di influenze, il taglio delle intercettazioni, la mortificazione della magistratura attraverso la riforma (in corso) del CSM, il tentativo di neutralizzare alcune procedure di prevenzione antimafia inserito notte tempo nel decreto Infrastrutture (per ora accantonato grazie ai rilievi del Quirinale), le modifiche al codice degli appalti in forza delle quali il 98% della spesa pubblica oggi è fatta con affidamento diretto e la catena opaca dei subappalti schiaccia in fondo la sicurezza e la dignità di chi lavora.

    Chissà se qualcuno ha avvertito la Presidente Colosimo che la data scelta per la inaugurazione della esposizione, il 30 di giugno, coincide con l’anniversario della strage di Ciaculli del 1963, che diede la stura ai lavori della Prima Commissione parlamentare anti mafia, la quale seguì negli anni successivi ben altri percorsi, preparando non già la vendetta rancorosa di un ex generale dell’Arma, ma la più potente reazione dello Stato alla piaga del potere mafioso. Infine chissà se quella borsa in “transatlantico” produrrà in qualcuno l’effetto provocato da quello skateboard fatto correre per tutto il transatlantico dal regista Paolo Sorrentino in una delle scene più suggestive de Il Divo: anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti.
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