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Trapani – Così come accade ogni anno a conclusione della Processione dei Misteri, il vescovo di Trapani, Monsignor Pietro Maria Fragnelli ha rivolto il suo messaggio finale alla città quest’anno dal sagrato della Chiesa del Collegio. Il suo intervento si concentra sulla preghiera, sull’unità cittadina e sul significato profondo della passione di Cristo nel contesto sociale trapanese.
Carissimi fratelli, carissime sorelle,
bentornati alla chiesa del Collegio, che ospiterà ancora per un po’ le vare e le statue della Passione, che chiamiamo misteri. Siete tutti stanchi. I portatori che hanno sentito il peso della Passione e le maestranze che in questi mesi hanno predisposto il necessario per il nostro Venerdì Santo; i musicisti che hanno accompagnato i nostri passi e le forze dell’ordine che hanno garantito la sicurezza; i preti i diaconi e i seminaristi, vostri compagni di viaggio, e le donne commosse al seguito dell’Addolorata; i giovani, con i loro sogni di bellezza e di futuro, e i processionanti, i trapanesi fuori sede, e i tanti turisti presenti in città che si sono sentiti parte della nostra tradizione e della via del calvario tra lacrime e note, Fermatevi! Fermiamoci un po’ tutti! Sostiamo davanti all’immagine della Madre dolente! Riposate… riposiamo!
Dopo aver vissuto la processione, ora la facciamo oggetto di riflessione, perché vogliamo che non sia per tutti noi un semplice spettacolo annuale, un gesto folkloristico che attira visitatori. Desideriamo tutti – ciascuno con le fatiche e le gioie, le fragilità e le aspettative della propria storia personale – che il lungo cammino di queste ore lasci una traccia profonda nella nostra vita.
Ieri prima dell’apertura del portone del Collegio, vicendevolmente abbiamo voluto ricordarci la centralità di Cristo e per chi stavamo intraprendendo il cammino sulla via del Calvario. Adesso chiediamoci quali processi sono maturati in noi durante la processione. Riecheggia nel nostro cuore la domanda con la quale Gesù ha spiazzato i discepoli: “Chi dice la gente chi io sia? E voi: chi dite che io sia?”
Chi è Gesù per questa folla accalcata davanti alla Chiesa del Collegio? Chi è Gesù per noi che sostiamo con Maria nell’attesa di vivere la Pasqua?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo sfogliare le pagine delle nostre biografie umane e spirituali. In esse possiamo riconoscere le tracce della presenza del Signore Gesù che, anche dove imperversano il male e l’odio, “ama definitivamente e per sempre, con tutto sé stesso… Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica anche la nostra immagine dell’uomo che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione di servizio e di amore” (Papa Leone, Messa in Coena Domini). Amore fino all’abisso del dolore, amore fino alla morte.
Il mistero del Venerdì Santo e del Sabato Santo scavano nella nostra anima, svelandoci il volto di Dio e il volto dell’uomo. Razionalmente incomprensibile ma spiritualmente sconvolgente è questo Dio “capovolto”, questo Re sfigurato appeso ad una croce. Così come sconvolgente sarà l’annuncio che riecheggerà questa notte: tutta la speranza cristiana si fonda sulla risurrezione di Cristo, sulla quale si “àncora” la nostra stessa risurrezione con lui. Anzi, siamo fin d’ora risorti con lui (cfr. Col 3, 1): tutta la stoffa della nostra vita cristiana è intessuta di questa incrollabile certezza e di questa realtà nascosta, con la gioia e il dinamismo che ne derivano (Romano Guardini).
A questo processo ci conduce il nostro cammino comunitario vissuto nell’abbraccio dei portatori e dei giovani sotto le vare o quello che ci siamo scambiati in processione.
Fare Pasqua significa entrare nella relazione unica che Gesù propone ad ogni discepolo. Si tratta di riconoscere che i nostri piedi sono affaticati e sporchi, di ammettere che le nostre strade polverose ci hanno allontanati da noi stessi oltre che da Dio provando a riconoscere i segni che egli sta mettendo nella nostra vita per farci aprire gli occhi sulla sua presenza di amore salvifico. Per fare Pasqua vorrei concludere richiamando proprio i segni di cui la nostra processione è ricca. Ogni adulto scelga un oggetto-reliquia della Passione da consegnare alle nuove generazioni. Ne propongo due: il catino raffigurato nel gruppo della Lavanda dei piedi e lo specchio che possiamo dire riguarda tutti i nostri gruppi.
Anzitutto un catino per lavare. Lo scegliamo anche perché consapevoli che dobbiamo risparmiare l’acqua in casa e in albergo, in città e in campagna. Le autobotti che trasportano acqua sono il segno di una schiavitù dura da scardinare. Ci sono interessi intoccabili? La processione potrebbe innescare processi per riportare l’acqua e l’acqua pulita nelle nostre contrade e nella bocca di chi approda in mezzo a noi?
Il secondo oggetto, la seconda reliquia è lo specchio. Invito tutti gli appassionati della processione a darmi una risposta: c’è uno specchio in qualcuno dei nostri misteri? Sì, uno specchio! Un oggetto femminile? Non proprio! Quanta mascolinità ha la smania oggi di specchiarsi continuamente! Quanto spazio è cresciuto per gli specchi di ogni tipo e misura in casa e negli spazi pubblici! Sembra non si possa vivere senza specchiarsi in ogni ambiente. “