Cronaca
Messina – Sono dodici gli imprenditori raggiunti dalle misure cautelari eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina nell’ambito di una inchiesta coordinata dalla Procura. Ai domiciliari finiscono in sei, per altri sei è scattato il divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione.
Il provvedimento, firmato dal gip Arianna Raffa al termine della fase degli interrogatori preventivi, ridimensiona però uno degli aspetti centrali dell’impostazione accusatoria: il giudice ha infatti escluso per tutte le contestazioni l’aggravante della cosiddetta agevolazione mafiosa e ha riqualificato il reato associativo come associazione per delinquere semplice.
Ai domiciliari sono finiti: Francesco Scirocco, 61 anni, imprenditore di Gioiosa Marea; Gaetano Busà di Messina, 50 anni; Sebastianella Basile Calandra di Messina, 60 anni; Domenico Logozzo di Reggio Calabria, 60 anni; Michele Scaffidi Caruso di Patti, 58 anni e Carmelo Munafò di Barcellona, 46 anni. Per Scirocco, Busà, Calandra, Logozzo e Scaffidi Caruso il gip contesta, a vario titolo, l’associazione per delinquere, mentre per Munafò resta l’ipotesi di riciclaggio, anch’essa riqualificata.
Divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione per: Angelo Barbetta di Cosenza, 44 anni; Emanuele Bonfiglio (Messina), 50 anni; Giovanni e Saverio Iaquinta di San Salvatore in Fiore (CS), rispettivamente 34 e 62 anni; Massimo Piscitello di Sant’Agata di Militello, 50 anni e Carmine Sepe di Napoli, 46 anni. Per la Procura, i dodici imprenditori avrebbero fatto parte, con ruoli differenti, di un sistema capace di condizionare l’esecuzione di numerosi appalti pubblici.
Oltre a una gestione illegale, attraverso i subappalti controllati da un imprenditore mafioso, l’associazione, che per anni ha controllato diversi lavori pubblici nell’isola scoperta dai carabinieri di Messina, avrebbe commesso frodi pericolose per la sicurezza pubblica.
L’inchiesta, ha accertato l’installazione nelle gallerie di impianti di illuminazione non conformi al capitolato d’appalto, e l’impiego, sui cavalcavia, di impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla direzione dei lavori; oltre all’uso sistematico di manodopera irregolare.
Gli investigatori hanno scoperto che, per nascondere la provenienza illecita del denaro incassato dagli appalti pubblici, l’organizzazione si serviva anche di un circuito di autoriciclaggio basato su una serie di fatture fittizie, emesse dal gestore di una stazione di servizio per operazioni di forniture di carburante inesistenti.
Le ditte complici disponevano bonifici tracciati a favore del distributore, simulando l’approvvigionamento di carburante per i mezzi d’opera. Una volta ricevuto l’accredito, il gestore del distributore restituiva in contanti la somma, decurtata di una provvigione, mentre i vertici dell’organizzazione, che avevano ricevuto il denaro, lo reimpiegavano anche per pagare in nero le maestranze e i collaboratori. Il flusso finanziario fittizio accertato ammonta a circa 377mila euro.