Cronaca
Custonaci – Aumenta in Appello la pena nei confronti dell’ex vicesidanco di Custonaci Carlo Guarano. La Corte d’Appello di Palermo, presidente, giudice Adriana Piras, per l’ex vicesindaco di Custonaci Carlo Guarano: 8 anni e 6 mesi (due mesi in più del primo grado). Stessa pena anche per Roberto Melita 8 anni e 6 mesi (due mesi in più del processo di primo grado). Stessa pena anche per Roberto Melita 8 anni e 6 mesi (due mesi in più del processo di primo grado).
La pena ridotta per Giuseppe Costa da anni 4 e 10 mesi, ad anni 3, ritenuta la continuazione con altra sentenza.
La pena di anni trenta è il limite normativo di cui all’art. 78 CP in riferimento a tutte le pene tra loro legate la cui somma matematica sarebbe stata maggiore. È pertanto un ulteriore beneficio normativo riconosciuto.
Le altre condanne inflitte dal collegio presieduto da Piras sono: Gaetano Barone 7 anni e 4 mesi, Santo Costa 7 anni e 4 mesi, Luigi Grispo 4 anni e 4 mesi, Carlo Guarano 8 anni e 4 mesi, Andrea Internicola 2 anni, Paolo Magro 8 anni.
Gli imputati dovranno risarcire le parti civili: Comune di Custonaci nella persona del sindaco Fabrizio Fonte (avvocato Fabrizio Bellavista), Associazione Dino Grammatico (avvocata Antonina Pipitone), Associazione Antonino Caponnetto (avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico), Centro Studio Pio La Torre (avvocati Ettore Barcellona e Francesco Cutraro).
L’operazione antimafia Scialandro, portata a termine da Carabinieri, Squadra Mobile e Dia coordinati dalla DDA in due anni di lavoro effettuato nella massima discrezione ha ricostruì gli organigrammi delle «famiglie mafiose» svelando le collusioni tra esponenti della vecchia amministrazione comunale di Custonaci e i clan. I mafiosi addirittura si vantavano di aver fatto eleggere un consigliere comunale, di aver determinato la nomina di un assessore.
Dietro l’operazione antimafia ci fu una gola profonda. A svelare i rapporti tra Guarano e i clan mafiosi della zona, furono le rivelazioni di un altro ex esponente della Giunta.
Le dichiarazioni della “gola profonda” furono puntalmente riscontrate dagli investigatori di Dia, Squadra Mobile e Carabinieri. Grazie alle relazioni illecite i boss riuscivano ad imporre all’amministrazione i nominativi dei beneficiari di contributi elargiti in pandemia, pilotare l’affidamento di appalti pubblici (come per esempio l’appalto per l’approvviggionamento dell’acqua) in favore di ditte colluse o a loro riconducibili, anche per interposta persona.