Campobello di Mazara – La Corte di Cassazione ha confermato la pena a sei anni di reclusione comminata all’operaio di campobello di mazara andrea bonafede rigettando il ricorso presentato dalla Procura generale di Palermo, secondo cui l’imputato avrebbe meritato il doppio degli anni di carcere per il più grave reato di associazione mafiosa.
Su Bonafede, omonimo e cugino del geometra che prestò una delle identità usate dal latitante per curarsi, il capomafia trapanese riponeva infatti massima fiducia tanto da chiedergli aiuto in un momento di grandissima difficoltà quando si doveva curare per il tumore di cui soffriva.
Per la Procura quindi Bonafede non è un semplice favoreggiatore ma un vero e proprio uomo di fiducia di Matteo Messina Denaro. Ed essendo l’uomo di fiducia a cui il boss ha consegnato la propria vita, non può che essere appartenente a Cosa nostra.
All’inizio all’imputato era stato contestato solo il fatto di avere prelevato le ricette mediche per il latitante dal medico Alfonso Tumbarello. “Un favore a mia insaputa”, aveva detto nel corso dell’interrogatorio di garanzia. Non sapeva che fossero destinate al parino di Castelvetrano. Dalle indagini però è emersa tutta un’altra storia.
La Cassazione ha anche rigettato il ricorso delle parti civili tra cui il Comune di Campobello di Mazara.