Cronaca
Messina – Uccisa con decine di coltellate.La vittima, Daniela Zinnanti, 50 anni, è stata raggiunta dai colpi di fendente sferrati dall’ex compagno di 67 anni Santino Bonfiglio fermato dalla polizia. L’omicidio martedì sera, 10 marzo, nella sua abitazione in via Lombardia, nel quartiere Lombardo.
Bonfiglio interrogato avrebbe confessato ed è stato portato in carcere. L’uomo era ai domiciliari, senza braccialetto elettronico, per reati contro la persona, violenza e minacce. Da quanto si apprende l’uomo era andato a trovare l’ex per parlare, ma sarebbe stato respinto. Un no che ha scatenato la reazione dell’uomo che ha colpito la donna decine di volte con un coltello. L’omicidio è stato scoperto dalla figlia della vittima. Il coltello è stato recuperato nei pressi di un cassonetto non lontano dall’abitazione della vittima.
“Mentre a Messina si consumava questo femminicidio, nelle stesse ore a Ispica (Rg) la Polizia di Stato arrestava un uomo tunisino di 45 anni per un tentato femminicidio. Due aggressioni quasi simultanee, due donne colpite dalla stessa matrice di violenza. E già sappiamo come verranno raccontate: Bonfiglio “era un pregiudicato”, l’altro “un immigrato”. Si getterà la responsabilità oltre lo steccato, verso il margine sociale o il confine nazionale, pur di non guardare al centro del problema. Ma noi sappiamo che non è così.
L’omicidio di Daniela Zinnanti non è un caso isolato: è l’ennesima conferma di un modello che si ripete con una precisione crudele. I media continueranno a sottolineare che l’assassino era pregiudicato, e che a Ispica l’aggressore era straniero, come se questo potesse assolvere gli uomini “perbene”. Ma Daniela Zinnanti non è stata uccisa perché aveva accanto un “mostro”: è stata uccisa perché viviamo in una società che insegna agli uomini il possesso e alle donne la sopportazione.
Il femminicidio di Daniela riapre la ferita ancora viva lasciata da Sara Campanella, la ventiduenne uccisa a coltellate in pieno giorno. Le piazze messinesi, già attraversate dalla rabbia degli studenti e dei collettivi, avevano denunciato con forza ciò che questo Paese continua a non voler vedere: la violenza maschile non è un’emergenza, è un sistema. Non è un fatto privato, non è un incidente, non è un raptus. È patriarcato.
Il femminicidio è la punta dell’iceberg di una violenza millenaria, oggi funzionale anche a un capitalismo in crisi che produce precarietà, militarizzazione e guerre permanenti.
La risposta della politica continua ad apparire drammaticamente inefficace. Si continua a puntare sulla repressione invece che sulla prevenzione, come se l’aumento delle pene introdotte dal Ddl che punisce con l’ergastolo i femminicidi, fosse una soluzione. Ma l’unica vera deterrenza è la prevenzione, non la punizione.
E invece? Non si consolidano i percorsi di protezione, rimangono ignorati i Centri Antiviolenza, interviene, addirittura il Ddl Bongiorno, in cui è previsto che sia la donna a dover dimostrare la forma del suo “no”.
Mentre l’Istat certifica un tasso di inattività femminile superiore al 40% e viene impietosamente bocciata la proposta di legge di congedo parentale paritario.
E parallelamente si continua a non inserire percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole che rappresenta l’unica strada percorribile.
La morte di Daniela, il tentato femminicidio di Ispica, ci dicono la stessa cosa: non siamo davanti a tragedie isolate, ma a un ordine sociale che produce sistematicamente violenza contro le donne. E questo ordine si cambia solo con la lotta collettiva, nelle piazze, nelle scuole, nei territori.
Perché le donne si vogliono vive. E libere.
Stefania De Marco, segretaria del Circolo “Lidia Menapace”, Riviera jonica messinese