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    Alpi, Hrovatin e i misteri irrisolti dell’Italia in Somalia
    Il nome di Ilaria Alpi si incrocia con il nome di un militare, Vincenzo Li Causi, ucciso in Somalia, il 12 novembre 1993, mentre era impegnato nella missione Italiana Ibis II.
    Redazione20 Marzo 2026 - Cronaca
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  • Perugia-TribunaleCronaca

    Perugia – Oggi sono passati trentadue anni da quella domenica 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio i colpi di un commando armato misero a tacere per sempre la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Trentadue anni di indagini, processi, commissioni parlamentari, perizie e controperizie, sentenze di condanna e sentenze di assoluzione, ma soprattutto trentadue anni senza una verità giudiziaria.

    Sono anche dieci anni dalla storica sentenza della Corte d’Appello di Perugia che ha assolto in via definitiva Hashi Omar Hassan dopo 17 lunghi anni di ingiusto carcere.

    Proprio da Perugia occorre ripartire oggi come ha fatto Articolo 21 qualche giorno fa organizzando un importante incontro. La strada per arrivare ai mandanti di quell’esecuzione è una sola: rispondere agli inquietanti interrogativi sul depistaggio di Stato che quella stessa sentenza ha lasciato aperti. Nel 2016, i giudici di Perugia non si sono limitati a revocare la condanna a 26 anni di carcere inflitta a un innocente, ma hanno messo nero su bianco l’esistenza di un’attività di depistaggio di ampia portata. Un insabbiamento costruito a tavolino per chiudere in fretta il caso e seppellire i veri moventi del delitto.

    Al centro di questa truffa giudiziaria c’è Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il supertestimone che mandò in carcere Hashi. Rintracciato in Inghilterra dalla giornalista Chiara Cazzaniga, Gelle ha confessato di non essere mai stato presente sul luogo del l’agguato, ha ammesso di aver accusato falsamente il suo connazionale in cambio di denaro e della promessa di un visto per fuggire dalla Somalia, assecondando la fretta degli italiani di trovare un capro espiatorio. A dieci anni da quella sentenza di revisione, i nodi cruciali del depistaggio restano colpevolmente irrisolti:
    Chi ha costruito il falso colpevole? Si voleva chiudere il caso e trovare un colpevole per questo è cruciale chiarire oggi chi abbia avallato o suggerito questa ricostruzione.

    Gelle appena giunto in Italia viene affidato alla protezione e controllo della polizia ma svanì nel nulla prima di testimoniare in tribunale. Come ha potuto un testimone chiave fuggire eludendo la sorveglianza? E perché, come denunciano i giudici perugini, non vennero mai fatte concrete ricerche per rintracciarlo, nonostante vivesse tranquillamente in Inghilterra?

    Rispondere a questi interrogativi significa squarciare il velo sul perché Ilaria e Miran dovevano morire. Il depistaggio serviva a nascondere ciò che la giornalista aveva scoperto nei suoi giorni a Bosaso, nel nord della Somalia. Ilaria Alpi e Miran Hrovarin non sono stati vittime di in una rapina finita male, come ha ostinatamente cercato di sostenere la relazione di maggioranza della Commissione d’inchiesta parlamentare. Al contrario, aveva concentrato le loro indagini su un intreccio di traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici, legati a doppio filo ai fondi della mala cooperazione italiana. Ilaria e Miran avevano filmato la strada Garoe-Bosaso, sotto cui si sospettava fossero stati interrati rifiuti, e avevano fatto domande scomode sulle navi della flotta Shifco, donate dall’Italia e usate per trasporti illeciti.

    Avevano toccato i fili dell’alta tensione che univano faccendieri, signori della guerra somali e apparati deviati del nostro Paese. A 32 anni di distanza la verità sull’esecuzione di Mogadiscio non si trova più nelle polverose strade somale, ma nei palazzi romani. Per trovare i mandanti dell’omicidio, l’Italia deve prima trovare il coraggio di cercare, trovare e processare i mandanti del depistaggio.

    Giuseppe Giulietti coordinatore nazionale di Articolo 21

    “Nessuno – dice Beppe Giulietti coordinatore nazionale di Articolo 21 – deve dimenticare nessuno di quelli che sono morti per la liberta’ di informazione, che sono senza verita’ e giustizia, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin ma potrei citarvi Mario Paciolla, Andrea Rocchelli”. “Non e’ chiara la vicenda di Alpi e Hrovatin. Proprio a Perugia fu accertato il depistaggio, ma quella pista poi non e’ stata seguita e noi presenteremo un esposto di nuovo a Perugia per chiedere che si riaprano le indagini” ha aggiunto ancora, sottolineando che “quei depistatori sono in vita, quindi si puo’ verificare la possibilita’ di presentare un esposto per chiedere che si riaprano le indagini”.

    “La mamma di Ilaria, Luciana, prima di morire, disse ‘io so che non avro’ giustizia, non prenderanno mai gli assassini, pero’ vorrei la verita” e la verita’ e’ chi nelle prime ore ha fatto sparire tracce, chi ha fatto sparire alcuni video, chi ha fatto sparire alcune agende, anche li’ c’erano molte agende. Significa che bisogna andare a vedere” ha ribadito ancora Giulietti. “Vi ricordo che qui e’ stato assolto, dopo 16 anni, Omar Hassan, e poi non e’ accaduto nulla. Fu una giornalista di Rai Tre, Chiara Cazzaniga, che ando’ a trovo’ il testimone e gli fece dire che aveva mentito. Capite che e’ singolare?” ha ribadito per sottolineare che “onorarli significa non solo mettere una targa, ma pretendere che si faccia chiarezza e chiedere che quella parte sul depistaggio sia riaccesa e rimessa in luce. Ci sono uomini dei servizi ancora in vita e che possono e devono testimoniare”. “Dimenticare e’ la cosa peggiore che si possa fare, significa disonorare se’ stessi, la propria funzione, la Costituzione italiana. Loro sono stati ammazzati mentre cercavano la verita’, sono passati 32 anni ma questo non conta niente, possono passarne anche cento, ma finche’ non ci sara’ giustizia noi dobbiamo chiedere che la vicenda non venga archiviata” ha concluso il coordinatore di Articolo 21.

    Il nome di Ilaria Alpi si incrocia con il nome di un militare, Vincenzo Li Causi, ucciso in Somalia, il 12 novembre 1993, mentre era impegnato nella missione Italiana Ibis II. si disse da fuoco amico, ma poi la Procura di Trapani scoprirà che nemmeno l’autopsia venne fatta. Ma perché la Procura di Trapani? Vincenzo Li Causi non era un militare qualsiasi, era un importante agente del Sismi,l’allora servizio segretao militare, e a Trapani aveva svolto il ruolo di capo del centro “Scorpio” di Gladio. La Procura di Trapani l’avrebbe voluto sentire per scoprire le attività di Gladio trapanese, ma la morte del militare mise fine all’indagine. E Alpi-Li Causi? Il militare pare fosse una delle fonti ascoltate da Ilaria Alpi durante il periodo di inviata Rai in Somalia. La giornalista forse custodiva ancora dei segreti sui traffici illeciti tra Italia e Somalia. Traffici che avrebbero potuto avere Gladio trapanese protagonista, e quindi non a caso Li Causi in Somalia si trovava tra i capi missione.
    Fonte articolo 21

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