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Trapani – È allarme nel comparto estrattivo siciliano per le possibili conseguenze del D.A. n. 25/GAB del 10 giugno 2026, recante “Modifica delle norme di attuazione dei Piani Paesaggistici Regionali adottati e approvati”. A lanciare l’appello sono Sicindustria Trapani – Sezione Marmi (dove ricade il bacino marmifero di Custonaci, secondo bacino marmifero d’Italia. La Sicilia è terza dopo Lombardia e Toscana), Consorzio della Pietra Lavica dell’Etna, Consicav e CNA Sicilia, che chiedono una rivalutazione degli effetti delle nuove disposizioni sulle cave regolarmente autorizzate e già in esercizio.
In provincia di Trapani in atto sono operative: a Custonaci 16 cave, a Castellammare del Golfo 7, a Valderice 3 infine a Calatafimi Segesta 1.
Per le associazioni il provvedimento introduce vincoli che rischiano di penalizzare le attività estrattive ricadenti in aree nelle quali il vincolo paesaggistico è intervenuto dopo l’avvio delle attività. «Sono imprese – dicono le associazioni – che hanno effettuato investimenti sulla base di progetti e autorizzazioni regolarmente rilasciati, programmando la propria attività in funzione dello sfruttamento dell’intero giacimento approvato». Ora il nodo da sciogliere riguarda la possibilità di proseguire l’attività oltre la scadenza dell’autorizzazione qualora il piano di estrazione non sia stato ancora completato. Le nuove disposizioni, come evidenziato dalle associazioni, potrebbero impedire il rinnovo dell’autorizzazione anche quando questo fosse finalizzato solo al completamento del progetto già approvato, senza l’apertura di nuove attività estrattive né l’ampliamento di quelle esistenti. «Ci troviamo di fronte ad attività avviate con ingenti investimenti, su progetti regolarmente autorizzati e di una pianificazione economica fondata sullo sfruttamento complessivo del giacimento – dicono le associazioni –. Non poter completare il piano di estrazione originariamente approvato comprometterebbe la sostenibilità degli investimenti, con ricadute economiche e occupazionali sull’intera filiera estrattiva siciliana».
A preoccupare il comparto anche le ripercussioni sulla filiera delle costruzioni: l’edilizia regionale dipende dalla disponibilità di materiali inerti prodotti localmente. Un’interruzione anticipata delle attività estrattive porta a difficoltà di approvvigionamento, con effetti sui tempi e sui costi dei cantieri e, sulla realizzazione di opere pubbliche e private. Accrescendo le criticità con cui il settore edile fa i conti da tempo. Infine la gestione ambientale e la sicurezza dei siti. La dismissione di una cava in uno stato intermedio rispetto alle previsioni del progetto di coltivazione e recupero potrebbe lasciare condizioni morfologiche non coerenti con quelle previste nel piano originario. Nel mirino delle associazioni il mancato confronto con l’assessorato regionale ai Beni culturali. «Abbiamo più volte chiesto all’assessore ai Beni culturali, Francesco Scarpinato, un incontro per illustrare le nostre ragioni e trovare insieme soluzioni equilibrate – denunciano – ma non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta».
Da qui la richiesta di un confronto istituzionale urgente, per individuare soluzioni per le attività già autorizzate e scongiurare, secondo le associazioni, conseguenze sull’occupazione, investimenti e disponibilità di materiali per il settore delle costruzioni in Sicilia.