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    Omicidio Francesco Ancona, per gli inquirenti i due indagati hanno avuto dei complici
    Rino Giacalone6 Novembre 2026 -
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  • Pavia – di Rino Giacalone (fonte -La Sicilia)- Gli investigatori della Squadra Mobile di Pavia e quelli dello Sco, il servizio centrale operativo, sono convinti che quasi tutti i tasselli per ricostruire la morte violenta, antica di 40 anni, dell’operaio castellammarese Francesco Ancona, 48 anni, siano stati collocati in modo corretto. Gli inquirenti della procura di Pavia, che hanno riaperto quelle indagini del 1987 chiuse come suicidio, hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio la vedova Giovanna Navarra e il suo amante Domenico Scarfò.

    Ma sono certi che i due abbiamo avuto dei complici.

    Questo emerge dall’avviso con il quale i due oramai ex amanti sono stati convocati per essere sentiti. La vedova mercoledì si è avvalsa della facoltà di non rispondere, Scarfò verrà sentito fra una settimana. “Concorso in omicidio con l’aiuto di terzi ancora ignoti”.

    C’è una intercettazione acquisita dopo la riapertura dell’inchiesta. A parlare è Scarfò, oggi 71 anni, calabrese, originario di Taurianova, che di mestiere faceva l’autista di mezzi pesanti nel pavese, dove la coppia Navarra Ancona ha vissuto e dove Ancona è stato trovato morto la mattina dell’11 febbraio 1987 sulla strada tra Ceretto e Mortara il paese dove viveva con la moglie e i tre figli. Scarfò saputo dai giornali della riesumazione del cadavere dell’operaio, parlando con una conoscente si è lasciato sfuggire, “se mi arrestano mi tiro i suoi amici”, riferendosi proprio alla Navarra, che adesso ha 76 anni e da oltre 20 anni è tornata ad abitare, lontano dal suo ex amante, a Castellammare del Golfo con suo figlio Antonino di 55 anni.

    Nel pavese sono rimaste invece le figlie Maria e Giusi. I due amanti avrebbero pianificato la morte di Ancona, diventato lui il terzo incomodo, dopo che a Scarfò aveva aperto le porte di casa, scoprendo tardi che di quell’amico non poteva fidarsi. Le figlie, sentite dai poliziotti, hanno raccontato dei litigi diventati continui tra i loro genitori. Ma hanno anche ricordato del padre che cominciava anche a star male. Tanto da aver bisogno di ricoveri ospedalieri. Nelle cartelle sanitarie i medici hanno lasciato scritto che era curato per una depressione. Malessere indotto, ne sono certi adesso gli investigatori, da un veleno che poco a poco, con dosi ridotte, gli veniva somministrato dalla moglie. Questo per renderlo debole.

    “Così hanno preparato la scena del delitto, doveva essere l’omicidio perfetto” affermano gli investigatori della polizia, che anche a Trapani hanno trovato alcuni riscontri. La mattina del 10 febbraio Ancona era uscito dall’ospedale, quel giorno stesso doveva andare alla Camera del Lavoro, a Vigevano, per sapere della vertenza con il suo datore di lavoro, poi ha preso la strada per raggiungere gli uffici dell’impresa per la quale lavorava, aveva da riscuotere 130 mila lire. Il titolare ha detto di non averlo mai visto. Ma secondo la ricostruzione Ancona è stato ucciso, quella sera stessa del 10 febbraio. Colpito al capo con una arnese in ferro. Il cranio, si legge nella perizia autoptica, presenta otto fratture, una nona ad una mano, forse nell’estremo tentativo di difendersi. Ma era la difesa di un uomo indebolito, dinanzi ad uno più forte di lui. Forse non morì neanche immediatamente. Poi è stato inscenato il suicidio. Ancona venne rinvenuto la mattina dell’11 febbraio 1987 sulla provinciale 26 di Mortara, in un punto lontano da casa sua e dall’azienda, lontano dalla stazione ferroviaria se si vuol prendere come vera la storia che aveva preso il treno per tornare da Vigevano a Mortara. Non c’era ragione perché doveva trovarsi in quel punto. E Scarfò per gli investigatori non può aver fatto tutto da solo.

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