Cronaca
Mortara (Pavia) – La Procura di Pavia, convoca due protagonisti della vicenda. Potrebbero esserci infatti altre persone coinvolte nell’omicidio di Francesco Ancona, l’operaio edile di 48 anni, originario di Castellammare del Golfo, trovato morto l’11 febbraio 1987 lungo la strada provinciale che collega Mortara a Ceretto Lomellina. Una morte inizialmente archiviata come suicidio, ma sulla quale la Procura della Repubblica di Pavia ha deciso di riaprire le indagini, nell’ambito delle nuove attività investigative sui cosiddetti cold case.
A riaccendere i riflettori sulla vicenda è stata soprattutto la consulenza della patologa forense Cristina Cattaneo, tra le maggiori esperte italiane del settore. Dalla sua ricostruzione emergerebbe uno scenario molto diverso da quello ipotizzato all’epoca: Ancona sarebbe stato vittima di una violenta aggressione, preceduta da un possibile avvelenamento, e avrebbe attraversato una lunga agonia, durata forse fino a un’ora. L’operaio sarebbe stato colpito ripetutamente alla testa e il suo corpo sarebbe stato abbandonato lungo la provinciale dopo un tentativo fallito di dargli fuoco.
Un quadro che mette in discussione la vecchia ricostruzione del suicidio, secondo la quale l’uomo, in preda alla depressione, si sarebbe lanciato contro una betoniera. Una circostanza che, stando a quanto emerso dalla nuova consulenza, non troverebbe riscontro.
Nell’ambito delle nuove indagini sono stati convocati in Procura a Pavia Domenico Scarfò, 71 anni, calabrese residente a Vigevano, che all’epoca dei fatti lavorava come autotrasportatore, e Giovanna Navarra, 76 anni, vedova della vittima, indicata nell’ipotesi investigativa come possibile mandante dell’omicidio.
Entrambi potrebbero avvalersi della facoltà di non rispondere. Scarfò, tuttavia, in una precedente intervista aveva negato qualsiasi coinvolgimento diretto nel delitto, aggiungendo una frase che ha alimentato ulteriori interrogativi: «Se mi arrestano, mi porto appresso gli amici suoi».
Parole che potrebbero alludere all’esistenza di altre persone coinvolte nell’omicidio, forse agli esecutori materiali. Un’ipotesi che, secondo quanto riportato, non viene esclusa neppure dall’avvocato Roberto Mordà di Torino, legale di Giusi Ancona, una delle figlie della vittima.
Giusi e Maria Ancona, che all’epoca della morte del padre avevano rispettivamente 13 e 17 anni, hanno sempre contestato la versione del suicidio. Da tempo non hanno più rapporti con la madre e attendono ora di conoscere gli esiti delle nuove indagini, nella speranza che venga finalmente ricostruito quanto accaduto al padre.
La famiglia è composta anche da un altro figlio, Antonino, che vive a Castellammare del Golfo, insieme alla madre.
La vicenda della vedova era già finita nelle aule giudiziarie. Due anni fa, infatti, Navarra era stata assolta dal Gup, insieme a una seconda persona, dall’accusa di tentato omicidio nei confronti del figlio. Secondo la ricostruzione giudiziaria, il progetto omicidiario non sarebbe mai andato oltre la fase dell’ideazione. Il giudice aveva comunque disposto nei confronti della donna la libertà vigilata per un anno.
Adesso, a distanza di quasi quattro decenni dalla morte di Francesco Ancona, la nuova consulenza medico-legale e le attività investigative della Procura di Pavia potrebbero aprire scenari inediti. Resta da chiarire chi abbia materialmente aggredito e ucciso l’operaio e se, oltre alle persone già finite al centro dell’inchiesta, ci siano stati altri complici.
Una verità attesa da anni dalle figlie della vittima e che potrebbe finalmente emergere dalla riapertura di uno dei più inquietanti casi irrisolti della Lomellina.