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    Mafia, corruzione e colletti bianchi
    La Procura di Palermo ha chiesto il processo per l'agrigentino Carmelo Vetro e il dirigente regione Teresi. tangenti con l'aggravante di aver favorito Cosa nostra
    Rino Giacalone12 Luglio 2026 - Cronaca
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  • Tribunale PalermoCronaca

    Trapani – di Rino Giacalone – Un’indagine nata a Castelvetrano, quando la Squadra Mobile seguendo due imprenditori che è poco dire a rischio mafia, perché con la Cosa nostra di Matteo Messina Denaro, erano stati più che soci, trovò imprenditori e manager regionali protagonisti di un incredibile sistema di corruzione. Adesso la procura antimafia di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di sei persone e di una società, corruzione con l’aggravante di avere favorito Cosa nostra. I pm Bruno Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, hanno chiesto il processo contro l’ingegnere Carmelo Vetro, 41 anni, passato dal carcere (nel 2008 venne condannato a nove anni per mafia) a diventare un professionista quasi insospettabile, appartenente alla massoneria, per sua ammissione, sussurrata, durante una intercettazione. Per i magistrati sarebbe la classica e moderna espressione “viva” di mafia, massoneria e colletti bianchi. Il padre di Carmelo Vetro, Giuseppe, fu per decenni storico capomafia di Favara.

    Il rinvio a giudizio è stato chiesto anche per Salvatore Vetro, 38 anni, fratello di Carmelo, e per il cognato di questi, Antonio Lombardo, 48 anni, per il dirigente del dipartimento regionale alle Infrastrutture Giancarlo Teresi, 68 anni, collezionista d’auto e per i pm collettore di tangenti, e ancora per il funzionario regionale Francesco Mangiapane, 67 anni, per l’imprenditore Giovanni Aveni, 68 anni. Chiesto il processo anche per la An.Sa srl, società formalmente intestata a Lombardo ma nelle mani di Carmelo Vetro.

    Un patto corruttivo tra Vetro e Teresi. I lavori per liberare il porticciolo di Marinella di Selinunte dalla posidonia, le attività di smaltimento tutte concentrate presso il polo tecnologico di Castelvetrano, sotto il controllo degli imprenditori Filardo, due fratelli, Matteo e Giovanni, un comune denominatore, il loro legame familiare e di connivenza con il capo mafia Matteo Messina Denaro, prestanomi e finanziatori della sua latitanza. Loro comunque non sono oggetto dell’odierna richiesta di rinvio a giudizio. Di mezzo ci sono anche altri appalti, il porto di Donnalucata e la difesa dall’erosione della spiaggia di Spinasanta, in territorio di Scicli (Ragusa). Affidamenti diretti per oltre 80 mila euro. Mazzette da 8 mila a 30 mila euro. Una indagine che è arrivata sino al super burocrate della Regione ed ex europarlamentare agrigentino Salvatore Iacolino, la cui posizione, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stralciata, significa che l’indagine non è chiusa.

    Gli investigatori hanno seguito le attività della società “An.sa Ambiente”, che senza tante procedure si era inserita nell’appalto per il porticciolo di Selinunte, 200 mila euro di appalto per sgomberare il porticciolo di Marinella di Selinunte da 400 tonnellate di posidonia. Fino a qualche giorno addietro si è scoperto che il porticciolo selinuntino è rimasto bloccato dalla posidonia. E quando i fondi regionali sono finiti e restava ancora posidonia da smaltire, Teresi è stato intercettato al telefono con l’assessore del Comune di Castelvetrano Davide Brillo, suggerendo l’intervento sostitutivo, 300 mila euro da mettere a carico della Regione: “loro (il direttore generale Lizzio e l’assessore regionale Aricò ndr) non capiscono un cazzo, non sanno come funziona la macchina”. Anche all’assessore Brillo, Teresi suggerisce l’impresa alla quale rivolgersi, “la faccio chiamare io dall’ing. Vetro”.

    Il gup del Tribunale di Palermo, Rosario Di Gioia, ha fissato l’udienza preliminare per il 17 luglio.

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