Cronaca
Palermo – L’avvocato 80enne Antonio Messina, finito in carcere ad aprile scorso con l’accusa di associazione mafiosa è stato rinviato a giudizio dal gip di Palermo. Il processo a suo carico avrà inizio il 25 marzo.
Per i pm sarebbe lui “Solimano» di cui, parlavano nei pizzini, il boss allora latitante Matteo Messina Denaro e l’amante Laura Bonafede.
L’ex avvocato Messina, con una sfilza di precedenti per mafia e narcotraffico a suo carico, avrebbe gestito i soldi della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, garantendo a Matteo Messina Denaro il sostentamento economico durante la latitanza.
Nei loro biglietti il boss e la donna non risparmiavano critiche a «Solimano» a cui si rimproverava di essere venuto meno ai patti.
«Ci ha distrutto», scriveva la Bonafede in un pizzino fatto avere al boss, lanciando nemmeno tanto velate minacce nei confronti di Messina, massone in sonno che per un ventennio aveva fatto affari con tutta la mafia trapanese.
Messina, per i Pm, sarebbe stato formalmente affiliato a Cosa nostra, come da lui stesso ammesso in un’intercettazione, su proposta del boss Leoluca Bagarella e avrebbe frequentato e fatto affari con gli esponenti mafiosi più importanti del trapanese dell’ultimo ventennio come Domenico Scimonelli, Giovanni Vassallo, Franco Luppino, Jonn Calogero Luppino.
Legami tutti finalizzati ad acquisire attività economiche da utilizzare anche per garantire a Matteo Messina Denaro il denaro necessario alla sua clandestinità. Ma a un certo punto l’idillio con il capomafia di Castelvetrano era venuto meno.
«Che Solimano tenesse tanto al denaro l’ho sempre capito, gli piace spendere e fare soldi facili ma mai avrei potuto pensare che arrivasse a tanto. Quando dici tu gliela farai pagare», scriveva Bonafede in un pizzino trovato dopo l’arresto del padrino. Ed è stata proprio la donna a svelare agli investigatori, nel corso di singolari dichiarazioni spontanee rese al suo processo, che dietro al nomignolo si celava l’avvocato.
Cronaca
Castelvetrano – E’ stata scarcerata ieri Patrizia Messina Denaro, una delle sorelle del boss Matteo Messina Denaro. Era finita in carcere il 13 dicembre 2013 nell’ambito dell’operazione antimafia Eden. La donna era in carcere a Vigevano (Pavia) ed era stata l’alter ego del boss soprattutto per quanto riguardava le comunicazioni più riservate del clan, ma non solo.
La donna ha finito di scontare la sua pena e torna a Castelvetrano. Ne da notizia stamane Rep.it –
Assieme alla sorella Rosalia, finita in carcere dopo la cattura del boss, Patrizia era la depositaria di molte delle identità misteriose che gli investigatori hanno rinvenuto nelle centinaia di pizzini e documenti sequestrati dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, a cominciare da “Parmigiano”, “W” e del “Politico”. Nei biglietti ritrovati dal Ros nel covo di Campobello di Mazara, c’erano anche riferimenti alla sorella in carcere, per le spese legali e il suo sostentamento: «4.500 Avv. Patrizia», e poi ancora «1.000 Pat».
Due giorni dopo l’arresto di Patrizia, il boss aveva invece scritto alla sorella Rosalia (nome in codice Fragolone): «Essere incriminati di mafiosità, arrivati a questo punto, lo ritengo un onore». Uno dei tanti deliri del padrino delle stragi che voleva riscrivere la storia della Sicilia.
Patrizia Messina Denaro, è la sorella più piccola del boss e per lui ha avuto sempre una venerazione. «Ho saputo che tua figlia la battezzerà Rosetta, è giusto, è la maggiore delle sorelle», scriveva nel 1996. «Spero che a me permetterai di cresimarla, vorrei tanto avere uno dei tuoi figli come figlioccio, se tu lo vorrai». Fra quei pizzini, trovati nelle tasche di un postino, c’erano riferimenti anche a “Parmigiano” e a “W”.
Le indagini della Polizia e della Dia, coordinate dalla procura distrettuale antimafia di Palermo, raccontano che nel 2011 era Patrizia a reggere il delicato sistema delle comunicazioni del latitante.
Un giorno, andò in carcere a trovare il marito, Vincenzo Panicola, e lui gli fece capire che l’imprenditore Giuseppe Grigoli sembrava avere dei cedimenti dietro le sbarre, insomma sembrava che volesse collaborare con la giustizia e per la “famiglia” sarebbe stato un danno. Pochi giorni dopo, Patrizia portò in carcere la risposta del fratello: «Non toccatelo, perché danno può fare – venne intercettata – può diventare una catastrofe». Lei non era d’accordo, era per una linea più dura, ma si fece come aveva deciso Matteo.
Come era riuscita a mettersi in contatto con il latitante? Probabilmente tramite Web.
Ora ci si domanda se tornata libera la donna possa prendere in mano lo scettro del comando. C’è un grande patrimonio da gestire – di immobili, aziende e relazioni – patrimonio ancora saldamente nelle mani di alcuni insospettabili prestanome e lei potrebbe essere la naturale erede del fratello Matteo del quale conosce ogni segreto.
Cronaca
Campobello di Mazara – I magistrati della Procura di Palermo che si occupano da due anni delle indagini sui favoreggiatori di Matteo Messina Denaro ieri(come scrive oggi il quotidiano La Repubblica) hanno interrogato un’altra delle amanti del boss oggi deceduto. Si tratta di una insegnante di matematica di Campobello di Mazara, che insegna a Mazara, il cui nome ancora rimane segreto.
È la stessa donna che un paio di giorni dopo l’arresto del capo mafia, si era presentata dai carabinieri per dire che con il boss aveva intrattenuto una relazione, ma l’uomo a lei aveva detto chiamarsi Francesco Salsi, medico in pensione. La professoressa è stata sentita dai pm antimafia di Palermo come indagata. E questo dopo le ulteriori indagini condotte dal Ros dei Carabinieri e dallo Sco della Polizia. «Diceva di chiamarsi Francesco Salsi — mise a verbale — e che era un medico anestesista in pensione». «Mai sospettato che si trattasse di Matteo Messina Denaro, sono sotto choc aveva detto allora».
La donna, davanti ai pm stavolta è rimasta in silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. E’ indagata di favoreggiamento aggravato, secondo quanto accertato dagli investigatori attraverso la lettura di alcuni dei “pizzini” trovati nella casa di Campobello di Mazara, ultimo nascondiglio del latitante. Come è stato per Laura Bonafede, anche la professoressa non avrebbe avuto solo il ruolo di amante del boss. Ma avrebbe avuto ruolo di favoreggiamento, sapeva di chi era quell’uomo. Quando venne sentita da teste, cinque giorni dopo la cattura del latitante, la donna raccontò di averlo incontrato «in un momento di crisi personale e coniugale» e di averlo conosciuto in un supermercato di Campobello, vicino casa sua era stato lui a presentarsi e poi successivamente si erano scambiati il cellulare. Il mese successivo, la donna era già nell’appartamento di via Cb 31, il covo del superlatitante.
Per i pm, l’insegnante ora indagata nei “pizzini” viene indicata come “Sbrighisi” e “Handicap”, a tradirla anche alcuni particolari emersi nelle lettere al boss firmate da Laura Bonafede, che quindi sarebbe stata a conoscenza della frequentazione tra la professoressa e Messina Denaro. Anche la vivandiera Lorena Lanceri, pure lei condannata, sapeva della relazione e parlava dell’insegnante indicandola come « gatta morta».