Cronaca
Roma – Annullata dalla Cassazione, con rinvio a diversa sezione della corte d’appello di Palermo, il provvedimento di confisca dei beni di Rosario Scalia, 50 anni – di Partanna, deceduto nella notte di Natale 2025 nel carcere di Sulmona, in provincia di L’Aquila. Qui stava scontando una condanna a 20 anni per concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, il 47enne, pastore di Partanna ucciso con due colpi di fucile il 21 maggio 2009.
Secondo l’accusa, Scalia sarebbe stato il basista dei due killer: Nicolò Nicolosi e Attilio Fogazza. Come mandante, invece, è stato condannato l’imprenditore Domenico Scimonelli, considerato uomo d’onore e alla cosca mafiosa vicina a Matteo Messina Denaro.
In merito alla confisca dei beni di Scalia (immobili, beni aziendali, conti correnti e depositi a risparmio per un valore complessivo di 180 mila euro), la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Gianni Caracci, che aveva evidenziato, da un lato, l’impossibilità di procedere per equivalente, contestando il requisito della pericolosità sociale, e dall’altro l’esistenza della prova di fonti di reddito lecite.
Cronaca
Partanna – Arrestato per minaccia, lesioni personali e resistenza a Pubblico Ufficiale un 53enne di Partanna.
I militari dell’Arma sono intervenuti presso un locale di quel centro abitato, dove era stato segnalato un uomo, che in evidente stato di alterazione psicofisica importunava gli avventori. L’uomo alla vista dei Carabinieri, cominciava a inveire contro di loro minacciandoli di morte per poi aggredirli con calci e pugni, ferendo in modo lieve uno dei militari.
Una volta riportato alla calma, l’uomo è stato tratto in arresto e, a seguito dell’udienza di convalida, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari….
In questi giorni di feste la presenza costante sul territorio degli uomini dell’arma ha evitato situazioni spiacevoli.
Cronaca
Partanna – Niente funerali in forma pubblica per Rosario Scalia, 50 anni, deceduto nel carcere di Sulmona, il 24 dicembre scorso. Scalia, originario di Partanna, è ritenuto vicino alla consorteria mafiosa cosa nostra che opera in provincia di Trapani e condannato, a vent’anni di reclusione per omicidio commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione criminale.
Il Questore di Trapani ha disposto specifico divieto di svolgimento delle esequie in forma pubblica in virtù del quale è vietata ogni commemorazione od altra funzione religiosa che si svolga al di fuori del cimitero di Partanna dove la salma dell’uomo, è stata trasferita e tumulata. Tale tipologia di provvedimento ha la finalità di scongiurare che i funerali possano costituire il pretesto per manifestazioni di consenso più o meno esplicito verso l’organizzazione mafiosa.
Il corpo senza vita di Scalia era stato scoperto nella tarda serata del 24 dicembre dal personale dell’istituto di pena nel corso di ordinari servizi di controllo.
Dai primi accertamenti effettuati dai sanitari del 118, che sono intervenuti nel penitenziario dopo l’allarme lanciato dagli agenti, il decesso sarebbe riconducibile ad un arresto cardiocircolatorio.
Rosario Rosario Scalia era stato condannato a 20 anni di reclusione per il concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, avvenuto il 21 maggio 2009 all’interno del bar Mart Cafè di Partanna. Lombardo venne assassinato per aver rubato un furgone carico di merce appartenente al supermercato Despar, gestito da Domenico Scimonelli, considerato uomo d’onore e legato alla rete mafiosa vicina al defunto boss Matteo Messina Denaro. Secondo la ricostruzione dei giudici, Scalia avrebbe avuto il compito di monitorare e comunicare in tempo reale al mandante gli spostamenti della vittima, permettendo ai killer di intercettarla e assassinarla.
L’assassinio di Lombardo fu qualificato come omicidio di mafia, aggravato dall’aver agito per agevolare Cosa nostra.
Nel 2024 il Tribunale di Trapani – Misure di prevenzione aveva disposto la confisca di beni per circa 180 mila euro a carico di Scalia: immobili, terreni, conti correnti e compendi aziendali. Un provvedimento arrivato dopo un sequestro nel 2023 e motivato dalla pericolosità sociale qualificata dell’imprenditore, già condannato per un omicidio mafioso
Cronaca
Partanna – Rubano due automezzi all’interno di una ditta di Partanna, ma vengono intercettati dai carabinieri, uno viene arrestato si cercano i due complici.
I Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Trapani hanno arrestato, per furto aggravato, un palermitano, risultato presunto autore del furto di alcuni mezzi ai danni di una ditta di Partanna.
Dopo il sopralluogo è stata avviata da parte degli investigatori una immediata indagine. In particolare i militari dell’arma si sono subito messi sulle tracce dei presunti autori grazie alla visione live delle telecamere autostradali posizionate sulla A29.
I tre uomini (uno sull’auto che li aveva portati a Partanna e gli altri 2 a bordo dei due autocarri rubati) avrebbero imboccato a tutta velocità l’autostrada in direzione Palermo venendo dopo poco rintracciati dai Carabinieri.
Alla loro vista i due complici a bordo dei mezzi rubati avrebbero arrestato la marcia riuscendo a darsi alla fuga a piedi, mentre il 51enne palermitano è stato tratto in arresto. I due autocarri sono stati riconsegnati al proprietario, mentre, a seguito dell’udienza di convalida, sono scattati per il 51enne palermitano gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
Sono ancora in corso ulteriori accertamenti
Attualità
Castelvetrano – Terna contribuirà con un milione di euro al cofinanziamento di un importante progetto del Parco archeologico di Selinunte che riguarda l’anastilosi di tre colonne del Tempio G, il restauro e la realizzazione di una passerella sospesa all’interno dell’edificio che consentirà al visitatore un’esperienza immersiva unica. Una ricostruzione digitale in 3D permetterà anche di ammirare l’intero tempio grazie alla tecnologia della realtà virtuale aumentata.
Cronaca
Partanna – Si è svolta a Partanna una cerimonia per ricordare l’uccisione del giudice Rocco Chinnici, del Maresciallo Mario Trapassi, dell’Appuntato Salvatore Bartolotta e del signor Stefano Li Sacchi.
In Piazza Umberto I, nella città dove dal 1954 Chinnici svolse per dodici anni l’incarico di Pretore prima di essere traferito come giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo, militari del Comando Provinciale di Trapani, personale in congedo dell’Associazione Nazionale Carabinieri, l’Amministrazione Comunale di Partanna e cittadini del luogo si sono riuniti in un momento di raccoglimento dopo 42 anni da quel 29 luglio 1983 quando, a Palermo, in via Pipitone Federico, una Fiat 126 verde, imbottita con 75 chili di tritolo, esplose uccidendo il giudice Chinnici, i due carabinieri di scorta e il custode del palazzo
luogo dell’attentato.
La cerimonia, a cui era presente anche il figlio – Giovanni Chinnici, si è svolta con la deposizione di una corona di fiori al monumento dedicato al magistrato a cui è seguita l’intitolazione della Sala Consiliare del Comune di Partanna al giudice Rocco Chinnici.
Nel giorno del 42esimo anniversario dell’attentato in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portiere Stefano Li Sacchi, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha voluto rendere omaggio alla memoria del magistrato e al suo impegno contro la mafia.
«Nel ricordo di Chinnici – ha dichiarato Schifani – la Sicilia riafferma con determinazione la propria lotta alla criminalità organizzata. La sua visione lungimirante e il coraggio dimostrato hanno segnato l’inizio di una nuova stagione di contrasto alle mafie. Fu tra i primi a comprendere il valore del lavoro di squadra nella magistratura, contribuendo alla nascita del pool antimafia. Il suo esempio continua a essere fonte di ispirazione per le istituzioni e per tutti coloro che credono nei principi della legalità. Ricordarlo – ha aggiunto – significa non solo onorare la memoria, ma anche rafforzare l’impegno quotidiano per una società libera da ogni forma di violenza e sopraffazione. Un pensiero commosso va anche alle famiglie delle vittime, che con dignità e forza hanno saputo trasformare il dolore in testimonianza civile».
Alla cerimonia, che si è svolta in via Pipitone Federico a Palermo, era presente il gonfalone della Regione Siciliana. In rappresentanza del presidente, l’assessore regionale alla Famiglia, politiche sociali e lavoro, Nuccia Albano, ha deposto una corona d’alloro.
Cronaca
Partanna – di Rino Giacalone – C’è stata una tomba in Italia dove per circa 20 anni non c’è stato scritto il nome di chi vi è sepolto. C’è la foto, ma il nome non è stato scritto per lungo tempo. Quasi fosse impronunciabile e quindi nessuno deve leggerlo. Siamo nel cimitero di Partanna, Valle del Belìce, provincia di Trapani. Qui è sepolta Rita Atria. Testimone di giustizia. Morta suicida a Roma il 26 luglio del 1992. Una settimana dopo la strage mafiosa di via d’Amelio a Palermo. Qui furono straziati dal tritolo di Cosa nostra il procuratore Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli. Rita Atria figlia e sorella di boss di Cosa nostra aveva seguito nel dovere della testimonianza la cognata Piera Aiello.
Si erano affidati a Paolo Borsellino, Rita era la “picciridda”, appena diciassettenne , che era diventata grande, raccontando a Borsellino, Procuratore della Repubblica a Marsala e poi Procuratore aggiunto a Palermo, quello che aveva appreso ascoltando le conversazioni del padre, Vito, uno potente a Partanna, poi ucciso nella sanguinosa faida degli anni ’90, identica sorte poi toccata a Nicola, il fratello maggiore di Rita, il marito di Piera Aiello. Rita restò sconvolta da quella strage dove aveva perso il suo secondo padre, così considerava Paolo Borsellino, che consapevole aveva accettato quel ruolo per dar forza a quella ragazzina.
Rita morì ma le sue parole non erano pronunciate a vanvera. La sua testimonianza entrò in diversi processi, dove furono pronunciate pesanti condanne. Svelò gli intrighi del Belìce, la mafia che faceva affari fiancheggiata da certa politica e da alcuni imprenditori. Non ci furono altri motivi se non questi a tenere celato pure in quel cimitero, pieno di morti ammazzati per mano mafiosa e dove sono sepolti pure i boss morti da capi mafia nelle loro case onorate e frequentate dalla migliore borghesia.
I nomi di questi sono ben stampati, quello di Rita Atria venne scritto in una targa che per iniziativa di Libera venne collocata all’ingresso del cimitero, in attesa che quel nome venisse anche scritto sulla sua tomba. Adesso c’è, ma sono stati necessari anni, tanti anni. Questa storia è la fotografia esatta di una società che dei testimoni di giustizia avrebbe voluto fare a meno. Ed è una foto di oggi, di come l’attuale Governo vuole trattare i testimoni di giustizia.
Non riconoscendo loro il valore delle loro testimonianze. Forse in quella calda giornata del 26 luglio 1992 la giovanissima Rita ha immaginato la sorte che l’attendeva, e quelle sue poche forze non sono riuscite a sorreggerla moralmente. Noi ancora oggi dobbiamo chiedere perdono a Rita Atria, non le siamo stati vicino abbastanza.
E lei ha scelto di farsi cadere giù da quella finestra della casa dove il servizio di protezione l’aveva portata, lontano dalla Sicilia e da Partanna. Borsellino moriva in via d’Amelio a Palermo, lei morirà in quella casa in via Amelia a Roma. Scherzo del destino, con i nomi delle vie similari. Rita venne ripudiata dalla madre, come venne ripudiata dai suoi concittadini, troppo picciridda per saper dire le cose, andavano dicendo per sminuire il valore delle sue parole. Affermazioni ripetute dai difensori degli imputati durante i processi.
La storia di Rita Atria è tutta qui, e non basteranno mai le parole, oggi tante, usate per ricordarla.
C’è il giallo sul suicidio, ma è solo un giallo, per il quale va riconosciuto il lavoro di chi, come Nadia Furnari e la giornalista Giovanna Cucè, insistono nel dire che ci sono cose che non tornano, un puzzle che manca di alcuni pezzi. Ma giallo a parte, oggi Rita Atria se fosse viva ci racconterebbe quello che da qualche giorno vanno dicendo in giro i suoi “colleghi” testimoni di giustizia. Abbandonati anche alla mercè di quei mafiosi che hanno sete di vendetta.
Rita non fu solo una testimone di giustizia, lei impersonava la voglia , sottaciuta in alcuni, di cambiamento, le sue parole volevano essere la dimostrazione che era possibile realizzare un mondo fatto di legalità e lealtà, non fu animata dallo spirito di vendetta, ma dalla voglia di cambiare, la voglia di vedere altre donne denunciare e rifiutare la mafia.
“Per sconfiggere la mafia – scrisse un giorno Rita – devi sconfiggere quella che tu porti dentro”… lei se ne liberò raccontando ai magistrati tutto quello che sapeva per averlo ascoltato. Rita Atria puntò il dito contro mafiosi e politici che si sedevano con i mafiosi.
Dobbiamo lavorare e non fermarci per realizzare il sogno di Rita. E dobbiamo farlo facendo i nomi e i cognomi di chi ancora oggi da queste parti in Sicilia ma anche altrove, continua a stringere mani che non dovrebbe stringere, che non rispetta la distanza di sicurezza dalla mafia e peggio ancora c’è chi nelle istituzioni non si preoccupa nemmeno di evitare che ministri stringano mani che non dovrebbero stringere. Dobbiamo insistere anche dinanzi ad un Governo che vuole fermare i magistrati e mettere il bavaglio ai giornalisti. Non ci sono vicende scollegate, il piano oggi messo in atto ha un unico comune denominatore, rimettere indietro gli orologi della storia, applicare quelle regole pensate dal gran maestro della P2 Licio Gelli e sposate dal cavaliere Silvio Berlusconi. E’ quella l’Italia alla quale molti pensano. Tanti di noi sono di parere contrario e si lotta ogni giorno per difendere la nostra Costituzione.
“Oggi – spesso così ci ricorda Salvatore Inguì coordinatore provinciale di Libera – siamo qui a ricordare a tutti che le mafie ci sono e sono in mezzo a noi, ci sono i mafiosi ed i loro complici che siedono anche nei Palazzi delle Istituzioni, governano le imprese e le economie. In questa provincia di Trapani restano ancora in giro quei lupi che un giorno di settembre del 1988 azzannarono a morte Mauro Rostagno, che hanno preso parte alla pianificazione delle stragi e degli attentati, che hanno festeggiato per la morte di Falcone e Borsellino, alle stragi del 1993, a quella di Pizzolungo del 2 aprile 1985. C’è una politica che resta fatta degli stessi uomini di sempre, quelli che usciti anche
assolti dalle aule dei Tribunali non abbiamo mai sentito fare mea culpa e che continuano a stringere mani insanguinate. Ci danno fiducia i giovani che invece senza colpe da scontare oggi sono qui nelle terre che portano il Tuo nome per lavorare e togliere i beni ai mafiosi, che partecipano per restituire queste terre alla gente comune, onesta, operosa. Noi ancora oggi saremo a Partanna per fare promesse solenni dinanzi alla tomba di Rita: lavorare per denunciare le contraddizioni irrisolte, le occasioni sprecate, definire il cammino da riprendere, non abbiamo per nulla voglia di abbassare la guardia, chi decide di seguirci sa che non sarà una passeggiata e sa che non ci sono passerelle da attraversare”.
Il nome di Rita Atria per decenni non è stato scritto sulla sua tomba, ma il suo nome presto venne impresso sui terreni confiscati alla mafia, grazie a quella cooperativa sciale che porta il suo nome e gestisce questi terreni nel Belìce.
Trentatré anni dopo continuiamo a ricordare non solo oggi ma ogni giorno quella “picciridda”, che con la sua testimonianza ci ha fatto scoprire quanti adulti, di ieri e di oggi, tanti purtroppo, restano incapaci ad essere altrettanto adeguati alle sue parole.
Cronaca
Partanna – “Ricordare” dovrebbe essere l’imperativo di tutti. “Ricordare” e fare “Memoria” per non “Dimenticare” chi da servitore dello Stato ha perso la vita. È questo l’obiettivo che si prefigge l’iniziativa organizzata dal comune di Partanna “Angeli in Divisa”, per ricordare il 42esimo anniversario della strage di via Federico Pipitone a Palermo.
L’attentato contro il giudice Rocco Chinnici, creatore del pool antimafia. Cosa nostra per eliminarlo utilizzò una Fiat 126 verde imbottita di 75 chili di tritolo che posizionò in via Pipitone Federico. Erano le 8.05 del 29 luglio del 1983. Nella strage morirono il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi (portiere dello stabile in cui abitava il giudice). Fu Antonino Madonia ad azionare il telecomando.
Quella strage ogni anno oltre che a Palermo viene ricordata a Partanna dove il giudice Chinnici ha svolto il ruolo di pretore per dodici anni.
Anche quest’anno il Comune di Partanna, in collaborazione con la Fondazione Rocco Chinnici ricorderà il sacrificio del giudice Chinnici e degli altri servitori dello Stato e civili che persero la vita in quell’attentato e lo farà martedì 29 luglio alle 20,30 presso il Castello Grifeo. La serata sarà dedicata alla presentazione del libro “Cinque Vite” di Mari Albanese, un’opera che rende omaggio al sacrificio e al coraggio degli agenti delle scorte caduti nella lotta alla mafia. L’evento rappresenta non solo un momento di riflessione e memoria, ma anche un’occasione di approfondimento civico, volto a celebrare il valore di chi ha difeso lo Stato con dedizione e spirito di servizio, spesso in silenzio e lontano dai riflettori.
Interverranno Mari Albanese, autrice del libro “Angeli in Divisa” – Navarra Editore • Giovanni Paparcuri, sopravvissuto alla strage Chinnici • Sergio Lari, già Procuratore Generale di Caltanissetta • Matteo Frasca, Presidente della Corte d’Appello di Palermo. A moderare l’incontro sarà il giornalista Rino Giacalone.
Nel corso della serata verrà reso omaggio agli agenti di scorta caduti: Lenin Mancuso, Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta, Roberto Antiochia, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Agostino Catalano, Eddie Walter Cusina, Vincenzo Fabio Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
“Questo evento si inserisce all’interno di un più ampio programma di iniziative portato avanti dall’Amministrazione comunale fin dal suo insediamento, con l’obiettivo di tenere viva la memoria delle vittime di mafia, rafforzare il senso civico della comunità e promuovere i valori della legalità e della giustizia. Negli ultimi anni, soprattutto nel periodo estivo, sono state organizzate numerose conferenze, incontri pubblici e momenti di confronto con testimoni diretti, esperti, magistrati, e studiosi, allo scopo di rendere Partanna un luogo di consapevolezza, educazione e resistenza culturale alla criminalità organizzata. L’Amministrazione comunale rinnova quindi il proprio impegno nel continuare a offrire occasioni di approfondimento e partecipazione attiva, rivolte a tutta la cittadinanza, con particolare attenzione alle nuove generazioni, affinché il sacrificio di chi ha difeso le istituzioni non venga mai dimenticato. La cittadinanza è invitata a partecipare numerosa a questo importante appuntamento di memoria collettiva, per rinnovare l’impegno contro ogni forma di criminalità e per onorare chi ha dato la vita per la legalità e la giustizia”.
Cronaca
Partanna – La provincia trapanese si conferma ancora una volta terra di spaccio, cocaina soprattutto. L’ultima attività è stata portata a termine dai carabinieri di Partanna che hanno arrestato una coppia di marsalesi di 55 e 52 anni per detenzione di un chilo di cocaina.
L’uomo e la donna sono stati fermati, per un controllo alla circolazione stradale, sulla SS 119 all’altezza dello svincolo Santa Ninfa – Partanna a bordo della loro autovettura. Nell’abitacolo sono stati trovati un panetto di cocaina da un chilo e due involucri con altri 120 grammi di droga.
Cronaca
Partanna – A 33 anni dalla morte, Rita Atria continua a rappresentare una delle storie più forti e simboliche della lotta alla mafia in questa provincia. Per questo, anche quest’anno, Libera e diverse associazioni hanno organizzato ancora una volta un momento per ricordarla e rinnovare l’impegno contro le mafie e la cultura della sopraffazione.
A Partanna, sabato 26 luglio, alle 17.30 ci sarà il raduno davanti al cimitero comunale, dove Rita è sepolta. Dopo l’ingresso, alle 17.40, si svolgeranno gli omaggi floreali, seguiti da momenti di riflessione e un omaggio musicale della flautista Verena Pestalozzi. L’iniziativa è organizzata da Libera, Articolo 21, Gens Nova e il Comune di Partanna.
Un omaggio a Rita per ribadire che la memoria non è un esercizio retorico, ma un impegno che continua. Rita Atria ha pagato con la vita la sua scelta di giustizia. Ricordarla oggi significa restituirle voce, dignità, presenza. E ricordarci che il cambiamento comincia anche da una ragazza di diciassette anni che ha avuto il coraggio di dire no.
Ogni anno, la data del 26 luglio, ci riporta alla mente il tragico destino di Rita Atria, la “picciridda” di Partanna, che, a soli 17 anni, decise di rompere il silenzio omertoso della sua famiglia. Un silenzio che, in quel lontano 1992, si infranse insieme al suo corpo, lanciato dal settimo piano di un palazzo di Roma.
Rita Atria denunciò e lo fece con il coraggio di chi sapeva di andare contro tutto e tutti: la sua famiglia, le regole del suo paese, la cultura dell’omertà. Lo fece dopo che Cosa nostra uccise il padre Vito e il fratello Nicola, entrambi legati alle famiglie mafiose del Belice.
Le sue denunce “gravi” trovarono ascolto nel giudice Paolo Borsellino, allora procuratore di Marsala, che divenne per lei un punto di riferimento. Il suo gesto di ribellione, tuttavia, la isolò ulteriormente. La sua testimonianza portò all’arresto di diversi membri della mafia, inclusi suoi parenti.
Sapeva che da quel momento in poi non avrebbe avuto più una famiglia, né un luogo sicuro dove rifugiarsi. Così viene trasferita a Roma, sotto protezione, ma a seguirla saranno sempre quel senso di solitudine e abbandono. Era Paolo Borsellino, il suo punto di riferimento, il suo ultimo appiglio di speranza.
Ma quando anche lui venne ucciso, Rita non resse al dolore. Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, il 26 luglio del 1992, si tolse la vita gettandosi dal settimo piano della casa romana dove viveva sotto protezione.
Rita Atria fu testimone di giustizia, una figura rara e preziosa in un contesto sociale e familiare dove la legge del silenzio regnava sovrana.