• Marsala
    Marsala, Centro Sappusi vandalizzato
    Libera: " Una raccolta fondi per riaprire le porte di un presidio di legalità e di integrazione"
    Redazione4 Febbraio 2026 - Cronaca
  • Cronaca

    Marsala – “Non ci stiamo e con corresponsabilità rispediamo al mittente ennesimo atto vandalico che ha colpito il Centro Sappusi, un presidio di legalità, un centro culturale e di integrazione. Come Libera saremo vicini concretamente agli operatori e ai volontari del centro perché chiudere questo spazio significa spezzare relazioni, interrompere percorsi, lasciare un vuoto dove invece, ogni giorno, si costruiva comunità. Come Libera abbiamo promosso una raccolta fondi (www.libera.it) perché in tempi brevi quelle saracinesche, quelle porte devono essere riaperte per restituire ai genitori e ai tanti bambini un luogo dove continuare le attività con l’entusiasmo di sempre e la gioia di stare insieme. Libera in una nota sugli atti di vandalismo che ha compito nei giorni scorsi il centro di nel quartiere popolare di Sappusi a Marsala dove operano un gruppo di volontari di diverse associazioni, Libera, Archè onlus, Amici del Terzo Mondo, che occupano di coinvolgere soprattutto i giovanissimi, sottraendoli all’emarginazione e ad ogni forma di sfruttamento”.





  • Marsala
    Marsala, centro sociale devastato
    L'ultima volta la notte di lunedì, distrutto il laboratorio di falegnameria. Un messaggio per far desistere chi lavora con i giovani contro la criminalità
    Rino Giacalone4 Febbraio 2026 - Cronaca
  • Cronaca

    Marsala – di Rino Giacalone – A chi dà fastidio il centro sociale di Sappusi? A qualcuno certamente si, se dalla fine di dicembre ad ora ha subito una decina di atti vandalici, l’ultimo nella notte di lunedì, con danni e furti per circa 3 mila euro. La struttura è di proprietà del Comune di Marsala ed è stata concessa in comodato d’uso all’ufficio di servizio sociale per i minorenni del centro per la giustizia minorile di Palermo che coordina le attività. Un lavoro di prossimità agli abitanti del quartiere, una colonia denominata “Sappusilandia”.

    Nella struttura opera un gruppo di volontari

    Da anni in questa struttura, al centro del quartiere popolare, spesso scenario di spaccio di droga e nascondiglio sicuro per spregiudicati clan, opera un gruppo di volontari, attivisti di diverse associazioni, Libera, Archè onlus, Amici del Terzo Mondo, che si sono occupati di coinvolgere soprattutto i giovanissimi, sottraendoli all’emarginazione e ad ogni forma di sfruttamento. Qui si dà aiuto a loro e agli anziani e ai migranti, si fa doposcuola, grazie a donne e uomini che gratuitamente sacrificano il loro tempo libero e le loro risorse economiche per il bene del quartiere e delle bambine e dei bambini e delle ragazze e dei ragazzi. Il centro sociale è il luogo dove i bambini si incontrano e fanno i compiti, i ragazzi dell’area minorile svolgono la loro messa alla prova così come gli adulti dell’ufficio esecuzione penale esterne svolgono le attività nella misura alternativa dell’affidamento al servizio sociale. Con forme di impegno artistico, come la Libera Orchestra Popolare, autodidatti che hanno scelto la musica per uscire dall’anonimato.

    Salvatore Inguì

    “Negli ultimi mesi – racconta Salvatore Inguì che a Trapani è anche il referente provinciale di Libera, che negli anni ha lavorato tantissimo contro le devianze giovanili – abbiamo registrato uno stillicidio di azioni vandaliche e distruttive. Porte e finestre devastate, il contenuto degli estintori svuotato sui pavimenti, ma la notte scorsa hanno anche rubato quello che c’era nel laboratorio di falegnameria, utilizzato dai ragazzi, l’officina di Pinocchio, grazie alla disponibilità di Giampiero, falegname di professione”.

    Un segnale preciso?

    “Da questo laboratorio sono uscite le panchette dedicate alle vittime di femminicidio, alle partigiane di Marsala, a Giulio Regeni, installato in diversi punti di Marsala”. Lo stesso gruppo di volontari ha organizzato una riproposizione dell’antico “teatro dei pupi”, in chiave moderna, anche con un testo che ha messo in luce la barbarie mafiosa targata Messina Denaro. “Non pensiamo ad un collegamento diretto – dice Inguì – pensiamo al tentativo di allontanare dal centro i ragazzi.
    Il centro per adesso, “ma sarà per pochissimo”, è stato costretto a chiudere. “Il vero danno è quello di privare i giovani del quartiere di occasioni di socializzazione ed apprendimento, riprenderemo le attività con l’entusiasmo di sempre e la gioia di sapere di fare comunque una cosa buona per i tanti genitori e per i tanti bambini che ripongono fiducia nelle persone che qui operano. Quanto è successo anche se ci rattrista, ci fa pensare che qualcuno agisca in maniera così superficiale e senza tenere conto del male che viene fatto agli stessi residenti del quartiere, comunque non ci ferma e anzi ci sprona a un sempre maggiore impegno proprio per il bene che vogliamo a questi bambini che stanno crescendo con noi e a queste mamme e papà che continuano a dirci con forza di andare avanti”.





  • Palermo
    Stanotte ci ha lasciati Serafino Petta, sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra
    Testimone instancabile di verità e dignità, amico e compagno di strada di Libera e di Libera Terra.
    Redazione30 Gennaio 2026 - Cronaca
  • Cronaca

    Palermo – Sopravvissuto alla Strage di Portella della Ginestra, Serafino Petta non raccontava solo una ferita della nostra storia: la custodiva. La trasformava in responsabilità. La consegnava ai nostri campisti, ai giovani che ascoltavano in silenzio la sua voce ferma, capace di attraversare il tempo e riportare tra noi i nomi e i volti dei caduti di Portella.  Ogni volta che parlava, Portella non era più un luogo lontano: diventava un impegno presente. La sua memoria non era mai un esercizio del passato, ma un invito al futuro.  Un invito a non voltarsi dall’altra parte.  A scegliere la parte giusta.  A credere che la giustizia non è un’utopia, ma un cammino che si costruisce insieme.

    Oggi ci stringiamo alla sua famiglia e a chi gli ha voluto bene.  E rinnoviamo una promessa: il suo testimone non lo lasceremo cadere.  Lo porteremo avanti con rispetto, con gratitudine e con la stessa ostinata speranza che ha guidato la sua vita. Perché la memoria è un seme.  E Serafino, con la sua voce e il suo coraggio, ne ha piantati tanti.  Sta a noi farli crescere. Ciao Serafino. Continueremo il cammino.
    Libera Terra Libera Sicilia contro le mafie Libera Contro le Mafie Libera Palermo contro le mafie Legacoop Sicilia Cooperare con Libera Terra Legacoop Nazionale.

    Salvatore Inguì referente provinciale Libera Trapani

    “Serafino Petta non si stancava mai di rievocare i suoi ricordi di quella drammatica e tragica giornata del 1° Maggio 1947 quando, bambino, insieme a tanti altri bambini figli dei poveri tra i più poveri, si recava a festeggiare a Portella della Ginestra. Raccontava della miseria e della fame, raccontava di famiglia di contadini che non possedevano nulla e aspiravano a poter coltivare un fazzoletto di terra per poter ricavare il minimo da cui sostenersi. Raccontava di come i poveri erano trattati con disprezzo e alterigia dai nobili, dal clero, dalla mafia, dai politici.

    Reietti tra i reietti. E poi con una lucidità terrificante rievocava il ricordo degli spari, della gente che non capiva e si guardava attorno e vedeva altra gente cadere imbrattata di sangue. Il suo compagno di giochi a lui a fianco che si accascia a terra senza un grido e Serafino racconta che ha cercato di sollevarlo e capisce che è stato colpito da spari.

    Ecco dopo tutti questi anni Serafino non riusciva a non commuoversi e a fare commuovere noi che lo ascoltavamo. e con la mano tremante ci indicava i punti dove la gente era ammassata e il punto da dove il bandito Giuliano e la sua banda sparava, dal monte la Pizzuta con raffiche di mitraglia e poi facendo con il braccio il segno di un arto indicava il punto esatto dove lui scappando si è nascosto dietro un terrapieno. Serafino Petta questa notte, nella sua piana degli Albanesi, lui che era un albanese degli Arbereshe giunti in Sicilia circa sei secoli fa , se n’è andato, ma non ci ha lasciati, perché il patrimonio di ricordi, emozioni, senso di disgusto contro le ingiustizie, la mafia e la corruzione ce lo rende vivo e accanto nel nostro tentativo di procedere nel percorso che lui ci ha indicato”.





  • Italia
    Corruzione: la Sicilia terza in Italia
    Libera ha censito le inchieste su corruzione nel 2025: 96 inchieste, con il coinvolgimento di 49 procure in 15 regioni e 1028 persone indagate
    Redazione9 Dicembre 2025 - Cronaca
  • contanti soldi Cronaca

    Torino – Ci sono “mazzette” in cambio di un’attestazione falsa di residenza per avere la cittadinanza italiana iure sanguinis o per ottenere falsi certificati di morte. In altri casi le “mazzette” hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti piuttosto, per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie, l’affidamento dei servizi di refezione scolastica. Ci sono scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per scambio politico elettorale e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi.

    In prossimità della Giornata Internazionale contro la Corruzione Libera ha scattato una fotografia delle principali inchieste sulla corruzione nel nostro Paese nell’anno in corso di cui sono emerse notizie di stampa. L’istantanea mostra un quadro allarmante: l’avanzata sotterranea e senza freni della corruzione in Italia.

    Da Torino a Milano, da Bari a Palermo, da Genova a Roma, passando per le città di provincia come Latina, Prato, Avellino, nel salernitano, nel corso del 2025 risuona incessantemente un allarme “mazzette” con il coinvolgimento in una vasta gamma di reati di corruzione di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi. Dal 1° gennaio al 1° dicembre 2025, Libera ha censito da notizie di stampa 96 inchieste su corruzione e concussione, circa otto inchieste al mese (erano 48 nel 2024) Ad indagare su questo fronte sempre caldo si sono attivate 49 procure in 16 regioni italiane. Complessivamente 1028 ( lo scorso anno erano 588) sono state le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso.

    Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente” regolata, spesso ancora sistemica e organizzata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il “boss dell’ente pubblico” o l’imprenditore dai contatti trasversali, il boss mafioso o il “politico d’affari”.

    Sono ben 53 i politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunale, assessori) pari al 5,5% del totale delle persone indagate. Di questi 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati riguarda la Campania e Puglia con 13 politici, seguita da Sicilia con 8 e Lombardia con 6.

    Il commento di Libera

    “Si tratta di un quadro sicuramente parziale, per quanto significativo, di una realtà più ampia sfuggente. Oggi- commenta Libera– il ricorso alla corruzione sembra diventare sempre più una componente ‘normale’ e accettabile della carriera politica e imprenditoriale. Una strategia spesso vincente, che avvantaggiando i disonesti induce una “selezione dei peggiori” e per questa via degrada in modo invisibile la qualità della vita quotidiana, dei servizi pubblici, della pratica democratica. Questo processo di “normalizzazione”, infatti, fornisce agli occhi di molti una rappresentazione della corruzione come elemento ordinario e giustificabile, quasi una componente strutturale della nostra società e della nostra cultura. Ne scaturisce una rassegnazione che finisce per pervadere tanto la sfera privata che quella pubblica, portando troppi cittadini a considerare la corruzione e le mafie siano come fenomeni invincibili, quando non è affatto così. Essi prosperano però nell’indifferenza, nel disincanto, nella complicità di una parte della società.

    Ritornando alla ricerca di Libera più in dettaglio, si evince che le regioni meridionali compreso le isole “primeggiano” con 48 indagini in totale, seguite da quelle del Centro (25) e dal Nord (23). Prima in classifica la Campania con 18 inchieste, seguita dal Lazio con 12, Sicilia con 11. La Lombardia con 10 inchieste è la prima regione del Nord Italia. Se guardiamo il numero delle persone indagate la classifica cambia. Prima rimane sempre la Campania con ben 219 persone indagate, segue la Calabria con 141 persone indagate, terza la Puglia con 110 persone, a seguire la Sicilia con 98 persone indagate. Prima regione del Nord Italia la Liguria con 82 persone, seguita dal Piemonte con 80 persone indagate, La mappa dell’inchieste e il numero degli indagati, per i quali naturalmente vale una presunzione di non colpevolezza, è frutto di una ricerca avente come fonte lanci di agenzie, articoli su quotidiani nazionali e locali, rassegne stampe istituzionali, comunicati delle Procure della Repubblica e delle forze dell’ordine.

    Il commento di Francesca Rispoli

    “I dati che presentiamo –commenta Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera- ci parlano con chiarezza: la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti, riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più “classiche” (la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati. La questione va molto al di là delle singole responsabilità individuali. Sono all’opera meccanismi che, se non svelati e contrastati, rischiano di consolidare un sistema di potere sempre più irresponsabile. Non basta invocare pene più severe, o attendere l’ennesima inchiesta giudiziaria, spesso destinata ad arenarsi in un nulla di fatto: occorre rinnovare un patto forte e lungimirante tra istituzioni responsabili e cittadinanza attiva. Da un lato, le istituzioni pubbliche consolidino i presidi di prevenzione e si dotino di strumenti efficaci di contrasto della corruzione, anziché delegittimarli e indebolirli come si è fatto negli ultimi anni. Dall’altro, la cittadinanza deve potenziare la capacità di far sentire la propria voce, investendo in una crescita della cultura della segnalazione, del monitoraggio civico, dell’impegno condiviso nel difendere i beni comuni e l’interesse pubblico. Si tratta di un percorso lungo ma necessario, che va a scalfire abitudini radicate, convenienze consolidate, disincanto diffuso. La corruzione sistemica e la cattura dello Stato da parte delle cricche di corrotti non sono affatto un destino. Piuttosto, sono il risultato di scelte interessate, connivenze, omissioni. È ancora possibile- conclude Rispoli- per istituzioni e cittadini scegliere di stare dalla stessa parte, investire a livello politico e culturale nell’affermazione dei valori alternativi di integrità, trasparenza e giustizia sociale possono, e così costruire insieme uno Stato che non sia preda di pochi, ma bene comune di tutti.”

    Di fronte all’avanzare silenzioso dei fenomeni di corruzione, ai devastanti costi sociali, politici, economici e ambientali, alla negazione di diritti fondamentali che essa genera, abbiamo assistito negli ultimi anni a un progressivo depotenziamento dei principali presidi anticorruzione – repressivi e preventivi – faticosamente edificati nel tempo.

    La piattaforma nazionale  “Fame di verità e giustizia da maggio sta attraversando il Paese, da Nord a Sud, per animare il dibattito pubblico con l’obiettivo di riscrivere l’agenda in tema di lotta alle mafie e corruzione: in questo documento per quanto riguarda la lotta alla corruzione proponiamo:





  • Italia
    Libera: “Vicini a Ranucci, attacco al cuore della democrazia”
    “Preoccupazione, vicinanza e corresponsabilità. Chi prova a zittire una voce libera attacca il cuore stesso della democrazia.
    Redazione17 Ottobre 2025 - Cronaca
  • ranucci Cronaca

    Torino – Libera: “Vicini a Ranucci, attacco al cuore della democrazia”. “Preoccupazione, vicinanza e corresponsabilità. Chi prova a zittire una voce libera attacca il cuore stesso della democrazia. Esprimiamo preoccupazione, vicinanza e corresponsabilità a Sigfrido Ranucci per il grave attentato che lo ha colpito. Un gesto vile, che non colpisce solo un giornalista, ma il diritto di tutti i cittadini a conoscere, a capire, a cercare la verità. Chi prova a zittire una voce libera attacca il cuore stesso della democrazia. Perché colpire un giornalista è colpire il diritto alla verità e alla giustizia. È tentare di intimidire chi, con professionalità e coraggio, illumina le zone d’ombra del potere e racconta ciò che altri vorrebbero tenere nascosto”.

    Lo sottolinea l’associazione Libera in una nota.

    “Oggi più che mai, dobbiamo stare in guardia, non lasciare solo Sigfrido perchè ogni intimidazione, ogni attacco, ogni tentativo di delegittimare chi informa è un segnale da non sottovalutare. Rispondere con impegno e partecipazione civile è il modo più concreto per dire che la verità non si minaccia, si difende”, conclude Libera.
    “Assoluta vicinanza e piena solidarietà al collega Sigfrido Ranucci, alla sua famiglia e alla redazione di Report. Un gesto vile e criminale quello di questa notte, avvenuto in un contesto politico che soffia sul fuoco dell’intolleranza e che ostacola e vive con fastidio quanti, con passione e impegno, portano avanti la professione giornalistica, fondamentale per la tenuta della democrazia”, ha dichiarato Lorenzo Frigerio per Libera Informazione





  • Catania
    Corte d’Appello di Catania condanna Angelo Di Natale per diffamazione
    Ribaltata la sentenza di primo grado: riconosciuta l'offesa a Libera e a don Luigi Ciotti
    Redazione23 Settembre 2025 - Cronaca
  • Libera Cronaca

    Catania – La Corte di Appello di Catania ha riformato la sentenza di primo grado che aveva assolto Angelo Di Natale, direttore responsabile della testata online LaPrimaTv.it, dal reato di diffamazione nei confronti di Libera e di don Luigi Ciotti.

    Di Natale è stato condannato per aver offeso e diffamato con affermazioni che hanno scientemente travisato la realtà, con l’intento di delegittimare in maniera squalificante Libera e il suo Presidente.

    In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, come Libera ribadiamo di aver sempre rispettato il diritto a un’informazione libera e alla libertà di critica. Benvengano analisi e critiche, ma a patto che siano serie, documentate e disinteressate.

    Quando queste prerogative etiche mancano, la denuncia si trasforma in diffamazione e offesa. (https://www.libera.it/)





  • Italia
    Libera, con gratitudine e tristezza salutiamo Salvo Vitale ‘Il suo un impegno costante contro le mafie’
    Così l'associazione Libera contro le mafie
    Redazione19 Agosto 2025 - Cronaca
  • S Vitale Cronaca

    Roma – “Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale. Ha incarnato, con straordinaria coerenza, il significato più pieno della testimonianza quotidiana. Nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale. Ha saputo tenere viva la memoria collettiva, trasformandola in azione. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità. Ha accompagnato intere generazioni nel comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi. Il suo esempio continuerà a orientarci e a sostenere il cammino di chi crede nella giustizia e nella democrazia. Libera in una nota ricorda Salvo Vitale, protagonista insieme con Peppino Impastato della stagione di contrasto a Cosa nostra a Cinisi”. Così l’associazione Libera contro le mafie. (Ansa)





  • Italia
    Olimpiadi Milano-Cortina 2026
    43 milioni dal Fondo di solidarietà destinato alle vittime di mafia, usura ed estorsione dirottati per finanziare i Giochi
    Redazione25 Luglio 2025 - Attualità
  • Libera giusto1600x800 Attualità

    Torino – Come Libera, tra le associazioni promotrici della campagna Open Olympics 2026 per la trasparenza sui Giochi, esprimiamo forte contrarietà alla decisione del Governo di dirottare 43 milioni di euro, destinati al Fondo di solidarietà destinato alle vittime di mafia, usura ed estorsione mafiosa, per finanziare l’organizzazione delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, come previsto dall’articolo 16 del decreto legge Sport.

    “Riteniamo questa scelta inaccettabile e dettata da un mero calcolo politico, priva di una logica coerente con la tutela delle vittime di racket e usura.” Sappiamo che questo spostamento è previsto dalla legge, ma riteniamo che i fondi avanzati debbano essere impiegati esclusivamente per finalità coerenti con la tutela delle vittime e la lotta ai fenomeni criminali. Non possiamo accettare che un fondo nato per proteggere imprenditori e cittadini che si ribellano a racket e usura finisca per finanziare i servizi di ordine pubblico di un grande evento sportivo. L’usura e l’estorsione non sono fenomeni in declino, anzi sono sempre più diffusi e pervasivi, e non possono essere combattuti soltanto con la repressione penale. Serve un intervento complesso, sociale, culturale ed economico, attento ai contesti locali, che metta a disposizione strumenti di sostegno e campagne di sensibilizzazione per aiutare chi si sente isolato ad affrontare queste minacce. Ci preoccupa inoltre la natura privatistica della Fondazione Milano Cortina 2026, che organizza i Giochi e che, proprio per questa struttura, non rende trasparente il dettaglio della spesa pubblica. Questo rende più facile dirottare risorse senza dover fornire giustificazioni chiare.
    Inoltre, con la nostra inchiesta “Giochi insostenibili” pubblicata su Lavialibera, abbiamo evidenziato come un evento presentato come “a costo zero” per l’economia e l’ambiente stia in realtà generando gravi criticità. Il budget iniziale di 1,36 miliardi di euro è lievitato a quasi 6 miliardi, con 3,4 miliardi destinati a infrastrutture spesso scollegate dalle esigenze sportive. La Fondazione ha accumulato un deficit patrimoniale di 108 milioni di euro al 31 dicembre 2023.
    Infine, mentre nelle 127 pagine del dossier di candidatura la parola “sostenibilità” compariva 96 volte, oggi tra i 45 sponsor ufficiali spiccano grandi gruppi dell’industria fossile e bellica, in netto contrasto con gli impegni annunciati. Noi di Libera e della campagna Open Olympics 2026 continueremo a vigilare con fermezza, chiedendo trasparenza, responsabilità e rispetto per i diritti delle persone e dei territori coinvolti. Non possiamo permettere che questo evento lasci come eredità debiti, consumo di suolo, opacità e danni alla democrazia. Invitiamo tutte le realtà civiche, sociali e culturali a unirsi a noi in questa battaglia per il diritto di sapere e per una gestione pubblica responsabile e sostenibile. *Fonte libera.it

     





  • Partanna
    Rita Atria, la ragazza che sfidò Cosa Nostra
    Un appuntamento per ricordare una delle storie più forti e simboliche della lotta alla mafia in questa provincia
    Laura Spanò24 Luglio 2025 - Cronaca
  • rita atria mini Cronaca

    Partanna – A 33 anni dalla morte, Rita Atria continua a rappresentare una delle storie più forti e simboliche della lotta alla mafia in questa provincia. Per questo, anche quest’anno, Libera e diverse associazioni hanno organizzato ancora una volta un momento per ricordarla e rinnovare l’impegno contro le mafie e la cultura della sopraffazione.

    A Partanna, sabato 26 luglio, alle 17.30 ci sarà il raduno davanti al cimitero comunale, dove Rita è sepolta. Dopo l’ingresso, alle 17.40, si svolgeranno gli omaggi floreali, seguiti da momenti di riflessione e un omaggio musicale della flautista Verena Pestalozzi. L’iniziativa è organizzata da Libera, Articolo 21, Gens Nova e il Comune di Partanna.

    Un omaggio a Rita per ribadire che la memoria non è un esercizio retorico, ma un impegno che continua. Rita Atria ha pagato con la vita la sua scelta di giustizia. Ricordarla oggi significa restituirle voce, dignità, presenza. E ricordarci che il cambiamento comincia anche da una ragazza di diciassette anni che ha avuto il coraggio di dire no.

    Ma chi era Rita Atria

    Ogni anno, la data del 26 luglio, ci riporta alla mente il tragico destino di Rita Atria, la “picciridda” di Partanna, che, a soli 17 anni, decise di rompere il silenzio omertoso della sua famiglia. Un silenzio che, in quel lontano 1992, si infranse insieme al suo corpo, lanciato dal settimo piano di un palazzo di Roma.

    Rita Atria denunciò e lo fece con il coraggio di chi sapeva di andare contro tutto e tutti: la sua famiglia, le regole del suo paese, la cultura dell’omertà. Lo fece dopo che Cosa nostra uccise il padre Vito e il fratello Nicola, entrambi legati alle famiglie mafiose del Belice.

    Le sue denunce “gravi” trovarono ascolto nel giudice Paolo Borsellino, allora procuratore di Marsala,  che divenne per lei un punto di riferimento. Il suo gesto di ribellione, tuttavia, la isolò ulteriormente. La sua testimonianza portò all’arresto di diversi membri della mafia, inclusi suoi parenti.

    Sapeva che da quel momento in poi non avrebbe avuto più una famiglia, né un luogo sicuro dove rifugiarsi. Così viene trasferita a Roma, sotto protezione, ma a seguirla saranno sempre quel senso di solitudine e abbandono. Era Paolo Borsellino, il suo punto di riferimento, il suo ultimo appiglio di speranza.

    Ma quando anche lui venne ucciso, Rita non resse al dolore. Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, il 26 luglio del 1992, si tolse la vita gettandosi dal settimo piano della casa romana dove viveva sotto protezione.

    Rita Atria fu testimone di giustizia, una figura rara e preziosa in un contesto sociale e familiare dove la legge del silenzio regnava sovrana.

     

     





  • Italia
    Mafie in porto: in Sicilia censiti 9 clan, che hanno operato in attività di business illegali e legali
    Nel triennio 2022-2024 il Porto di Palermo terzo posto nazionale con 22 casi
    Redazione31 Maggio 2025 - Cronaca
  • 30 03 2021 Porto Palermo apertura Cronaca

    Roma – Nel 2024 all’interno dei porti italiani si sono registrati 115 casi di criminalità (+4,5% rispetto al 2023) con il coinvolgimento di 30 porti

    Nel triennio 2022-2024 il Porto di Palermo terzo posto nazionale con 22 casi

    La Sicilia con 8 porti, seconda regione d’Italia, dopo la Liguria, con 61 eventi criminali pari al 16,5% del totale nazionale. Mafie in porto: tra il 1994 e il 2023, in Sicilia sono 9 i clan censiti che hanno operato in attività di business illegali e legali in 12 porti. Libera ha presentato a Genova il Rapporto “Diario di Bordo. Storie, dati e meccanismi delle proiezioni criminali nei porti italiani”.

    L’impegno di Libera sul versante della lotta alle mafie e corruzione

    Gli scali marittimi rappresentano per i gruppi criminali un’opportunità per incrementare i propri profitti e per rafforzare collusioni. L’impegno di Libera sul versante della lotta alle mafie e corruzione, e più in generale ai fenomeni d’illegalità, ha due caratteristiche: la continuità e la coerenza. Ma è, soprattutto, la realtà delle cifre, delle storie di cronaca, delle denunce e segnalazioni raccolte che impone di “ritornare sul luogo del delitto”. Nel corso del 2024 sono stati registrati 115 casi di criminalità all’interno dei porti italiani (+4,5% rispetto al 2023), con il coinvolgimento di 30 porti (erano 28 nel 2023).

    Nel triennio 2022-2024 sono 365 gli eventi criminali nei porti italiani

    Complessivamente nel triennio 2022-2024 sono 365 gli eventi criminali nei porti italiani, uno ogni 3 giorni, con il 2022 anno peggiore con 140 eventi criminali. Tra il 1994 e il 2023, i clan censiti che hanno operato in attività di business illegali e legali sono 109, con 69 porti italiani che sono stati oggetto di proiezioni criminali. Libera ha presentato stamattina a Genova la II Edizione del Rapporto “Diario di Bordo. Storie, dati e meccanismi delle proiezioni criminali nei porti italiani” (curato da Francesca Rispoli, Marco Antonelli e Peppe Ruggiero) dove sono stati elaborati i dati provenienti dalla rassegna stampa Assoporti, dalle relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia, della DIA, della DNAA, dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanzia. Una fotografia che rappresenta sicuramente un dato al ribasso rispetto al fenomeno nel suo complesso: le fonti sono limitate e non tutte le notizie emergono nella stampa, ma ad oggi ancora manca un archivio completo sul fenomeno.

    Gli affari vanno in porto

    In Sicilia nel 2024 sono stati 8 i casi di criminalità: il porto di Messina con 4 casi di criminalità conquista la leader regionale . Complessivamente nel triennio 2022-2024 in Sicilia sono 61, seconda regione d’Italia dopo la Liguria, pari al 16,5 % del totale nazionale con Palermo, leader con 22 casi, seguita da Messina e Catania rispettivamente con 13 e 12 casi..

    “I numeri – scrive Libera nel Rapporto – non lasciano molti margini di dubbio. Siamo davanti a una recrudescenza repressiva che testimonia, da un lato, la persistenza dell’azione dei criminali e, dall’altra, conferma il lavoro importante svolto da forze dell’ordine, enti di controllo e magistratura. E dovrebbe sollecitare risposte coerenti ed efficaci da parte di chi ha responsabilità politiche e istituzionali.
    Le mafie in porto. Analizzando le relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia, pubblicate tra il 1994 e il 2023, i clan censiti che hanno operato in attività di business illegali e legali sono 109, con 69 porti italiani che sono stati oggetto di proiezioni criminali. Un fenomeno che ha investito tutto il Paese, da Nord a Sud; dall’analisi delle relazioni istituzionali emerge come ben 26 gruppi criminali sono stati interessati ad affari legati ai porti. In Sicilia sono 9 i clan censiti con 12 porti interessati.

    Corruzione sottotraccia

    Sono 41 gli episodi di presunta corruzione avvenuti nelle Autorità di Sistema portuale italiane tra il 2018 e il 2024. Questa prima fotografia, che sicuramente non restituisce l’insieme dei fenomeni corruttivi avvenuti nei porti italiani, si basa sull’analisi delle Relazioni del Responsabile della Trasparenza e della Prevenzione della Corruzione pubblicate sui siti di tutte le Autorità di Sistema Portuale. Il monitoraggio ha dunque riguardato 16 enti pubblici per un arco temporale di 7 anni.

    Francesca Rispoli, copresidente di Libera

    “Libera si occupa da trent’anni di mafie e corruzione: nell’arco di questi tre decenni abbiamo seguito i movimenti delle organizzazioni criminali nei luoghi dove si generano potere, denaro e controllo. I porti – dichiara Francesca Rispoli, copresidente di Libera – in questo senso, non sono solo snodi della logistica e del commercio internazionale, ma veri e propri territori strategici in cui si concentrano interessi economici, infrastrutturali e criminali. Questi luoghi, apparentemente “di passaggio”, sono in realtà porte d’ingresso e di uscita per traffici leciti e illeciti. Sono spazi in cui mafie e corrotti trovano terreno fertile per operazioni di contrabbando, traffico di droga, frodi fiscali, ma anche per inserirsi nelle catene logistiche legali, infiltrare imprese, pilotare appalti, e riciclare denaro. L’analisi delle attività criminali nei porti rivela non solo la pervasività della criminalità organizzata, ma anche le vulnerabilità del sistema pubblico e privato che li gestisce. In un contesto in cui miliardi di euro di fondi pubblici sono destinati all’ammodernamento e allo sviluppo delle infrastrutture portuali – anche attraverso il PNRR – è essenziale accendere i riflettori su questi luoghi. Il report – conclude Francesca Rispoli, copresidente di Libera – nasce, quindi, dalla volontà di colmare un vuoto di conoscenza e di offrire uno strumento di lettura per cittadini, istituzioni e operatori del settore, per comprendere come e dove si manifestano gli interessi criminali nei porti italiani, con l’auspicio di rendere questi luoghi meno permeabili alle infiltrazioni mafiose e corruttive”. (Fonte Associazione Libera)





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