Cronaca
Trapani – di Rino Giacalone – Lui si chiamava Hakim Sbaa, aveva 30 anni. Morto suicida giovedì sera nel carcere di Trapani. Sulla sua morte la Procura di Trapani ha aperto un fascicolo contro ignoti, con una precisa ipotesi di reato.
La tragica morte dell’uomo tunisino accaduta nella casa circondariale di Trapani “Pietro Cerulli” nella sera di giovedì scorso pare non essere destinata ad essere presto archiviata. Anzi, lo scenario è quello che non sarà indolore per qualcuno.
La Procura della Repubblica di Trapani indaga per “istigazione al suicidio” ed ha disposto l’autopsia , eseguita oggi pomeriggio nella camera mortuaria del cimitero di Trapani. Quello che è già emerso pare essere indicativo di qualcosa di molto grave che non ha funzionato.
Una interrogazione parlamentare è stata già presentata al ministro della Giustizia Nordio. L’uomo è morto suicida, riuscendo a sfuggire all’attenzione degli agenti. L’indagine dovrà ricostruire quei tragici momenti. Kakim Sbaa da qualche giorno era tornato in cella. Aveva già tentato il suicidio , ed era stato salvato dai medici dell’ospedale di Trapani. I suoi familiari abitano nel palermitano, lui pare avesse anche una fidanzata, con la quale si era sentito dopo le sue dimissioni dall’ospedale.
Poco trapela sui particolari di quanto successo nella serata di giovedì, e in che modo l’uomo sia riuscito a sfuggire all’attenzione di chiunque per mettere in atto il suo insano gesto. Gli agenti intervenuti hanno cercato di salvarlo, ma sono risultate vane le manovre rianimatorie che sarebbero state condotte. Il carcere non era il posto dove doveva stare, le sue condizioni di salute avrebbero voluto che fosse magari ricoverato in una struttura sanitaria o in una comunità protetta. Era affetto da patologie psichiche, ma non si capisce come mai restava in carcere.
A coordinare le indagini è il sostituto procuratore Giulia Mucaria. Lo abbiamo già scritto nei giorni scorsi, ma torniamo a farlo.
Le condizioni del carcere di Trapani hanno oltrepassato i limiti del collasso. Sia dal punto di vista strutturale sia per quanto riguarda la gestione quotidiana, sovraffollamento e mancanza di personale sono gli elementi che da mesi sentiamo ripetere sia dai sindacati sia da parte di tanti avvocati.
Il ministro Nordio non deve perciò solo rispondere sulla tragica morte di Hakim Sbaa ma anche sul perché il suo ministero non trova soldi per adeguare la struttura penitenziaria.
Qualche mese addietro una indagine della Procura di Trapani portò ad alzare il velo su alcune segrete vicende che sarebbero avvenute dentro questa casa di reclusione, alcuni agenti sono stati arrestati con l’accusa di aver torturato dei detenuti, una vicenda giudiziaria ancora aperta, ma quella indagine portò alla chiusura di un reparto del carcere, riconosciuto essere inadeguato, inagibile, non frequentabile né dai detenuti né dagli agenti, era pericoloso per tanti. Da qui i sigilli.
A distanza di mesi da quell’inchiesta, quel reparto resta chiuso, nessun ripristino, e il venire meno di questi spazi di detenzione ha ulteriormente aggravato i numeri del sovraffollamento.
Dentro le carceri, e non solo in quello di Trapani, esiste la vera emergenza giustizia. Questa e non altro resta non affrontata. È questo l’argomento principe, è palese la violazione delle norme penali sulla rieducazione, assieme a quelle sul lavoro dignitoso. Nei carceri vige, inviolata, la mortificazione della persona. Impossibile che non vi siano dei responsabili.
La situazione nella casa circondariale di Trapani è drammatica. Ci sono 524 reclusi, stipati in 497 posti disponibili, mentre gli operatori di polizia penitenziaria assegnati sono 260, quando ne servirebbero almeno 417. Assistenza sanitaria garantita sotto la soglia minima, detenuti privi della necessaria assistenza psichiatrica, sebbene diversi siano quelli affetti da disturbi psichici, come hanno attestato recenti ispezioni da parte di alcuni parlamentari. Domani è prevista un’altra ispezione.
Il carcere di Trapani un luogo tremendo, appare lontano dai pensieri di chi Governa. Un luogo di abbandono e illegalità: 40 gradi all’interno delle celle, blackout elettrici, sporcizia e degrado ovunque, celle minuscole con cinque persone stipate come in un forno, l’“ora d’aria” imposta tra le 13 e le 15, sotto il sole cocente, e la cena servita alle 15 per carenza di personale.
Tante sono le mani che sembrano muoversi per far qualcosa, ma alla fine sembrano tutte mani legate , o per una ragione o per un’altra.
Cronaca
Trapani – di Rino Giacalone – Aveva trent’anni, era tunisino, si trovava in cella per reati di spaccio, ma le sue condizioni avrebbero voluto che fosse magari ricoverato in una struttura sanitaria o in una comunità protetta. Aveva tentato il suicidio, era stato in ospedale, tornato in cella ha insistito nel suo volere di farla finita, stavolta riuscendoci. Era affetto da patologie psichiche, ma non si capisce come mai restava in carcere. Adesso ci sono le interrogazioni parlamentari, presentate al ministro della Giustizia Nordio, attendiamo le sue risposte. Ma il punto è un altro. Non è solo sulla morte di questo detenuto che Nordio deve rispondere. Deve spiegare perché soldi per il carcere di Trapani il suo ministero non ne trova. Qualche mese addietro una indagine della Procura di Trapani portò ad alzare il velo su alcune segrete vicende che sarebbero avvenute dentro questa casa di reclusione. Alcuni agenti sono stati arrestati con l’accusa di aver torturato dei detenuti. Una vicenda giudiziaria ancora aperta, ma non è di questo che vogliamo oggi scrivere. Quella indagine portò alla chiusura di un reparto del carcere, riconosciuto essere inadeguato, inagibile, non frequentabile. A distanza di mesi quel reparto resta chiuso, in un carcere sovraffollato. Nessuno si occupa del suo ripristino. L’emergenza giustizia non esiste per chi è qui rinchiuso o per gli agenti e gli operatori penitenziari che qui lavorano. E’ questo il vero tema. E’ l’argomento principe, qui si violano le norme penali sulla rieducazione, qui chi lavora lo fa oltre ogni limite di sopportazione. La mortificazione della persona, è questo quello di cui si dovrebbe discutere. Ma passerà anche l’indignazione per quest’ultimo triste episodio, e si tornerà al solito andazzo. Può essere giusto tutto questo? Pensiamo proprio di no.
Parla Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria.
Ci ricorda che ad oggi in Italia sono 44 (più uno ammesso al lavoro all’esterno e un altro in una Rems) la tragica conta dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, cui bisogna aggiungere 3 operatori.
“Una mattanza senza fine, mentre il ministro della giustizia, Carlo Nordio, e il governo Meloni – aggiunge De Fazio – continuano a pestare l’acqua nel mortaio annunciando provvedimenti, per lo più triti e ritriti, di sicura inefficacia, al pari di quello adottato un anno fa (decreto-legge 92/2024)”.
La situazione a Trapani è drammatica. “Ci sono 524 reclusi sono stipati in 497 posti disponibili, mentre gli operatori di polizia penitenziaria assegnati sono 260, quando ne servirebbero almeno 417, con un deficit di oltre il 35%, – aggiunge il segretario della Uilpa – tanto che capita che un solo agente debba occuparsi, per esempio, di sorvegliare a vista ben 4 detenuti contemporaneamente”
Il “dramma della detenzione in Italia”. Così scrivono in una nota congiunta Debora Serracchiani, responsabile nazionale Giustizia del PD, e Giovanna Iacono deputata Dem. Presenteremo un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in merito a questa ultima tragedia per chiedere conto della gestione di quella che è divenuta ormai una vera e propria emergenza suicidi nelle carceri italiane, e in particolare nella struttura trapanese. Chiederemo al ministro di chiarire quali misure di prevenzione siano state adottate nella Casa circondariale di Trapani dopo i precedenti casi di tentativi di suicidio e di autolesionismo e cosa intende fare rispetto all’inadeguatezza di quei luoghi ormai sempre più invivibili e a rischio collasso”. “Abbiamo chiesto più volte al governo di farsi carico di misure straordinarie e di investimenti concreti per fermare l’emergenza carceraria in Italia, e per tutelare la vita e la dignità delle persone detenute. Non possiamo più tollerare – concludono – che le carceri continuino a essere dei luoghi di morte e di disperazione e in cui i diritti della persona vengono quotidianamente mortificati e annullati”.
Proprio nel carcere di Trapani pochi giorni addietro erano venuti a far visita ispettiva due esponenti di AVS, il deputato Marco Grimaldi e il segretario regionale Pierpaolo Montalto, avvocato penalista. “Solo pochi giorni fa – scrivono – avevamo denunciato le condizioni inaccettabili del carcere di Trapani, l’assenza di un’adeguata assistenza sanitaria per la salute mentale dei detenuti e, soprattutto, la presenza tra la popolazione carceraria di soggetti con evidenti patologie psichiatriche o con palesi disturbi psichici. Oggi apprendiamo la tragica notizia del suicidio di un ragazzo di 30 anni che aveva già manifestato gravi disagi mentali. Un suicidio che appare come l’inevitabile conseguenza della condizione disumana in cui i detenuti sono costretti a vivere la loro carcerazione. Ci aspettiamo, a questo punto, immediati interventi di tutte le istituzioni competenti, perché la serie di drammatici eventi che si sono verificati nel carcere di Trapani si interrompa e vengano trovate soluzioni concrete, subito. Soluzioni reali per tutelare la popolazione carceraria, ma anche per migliorare le condizioni di lavoro di chi presta servizio dentro un “non luogo” reso invivibile da degrado, alienazione e sofferenza. Quanto abbiamo visto con i nostri occhi nel carcere Cerulli, non è in alcun modo compatibile né con il rispetto della nostra Costituzione, né con qualsiasi tutela dei più basilari diritti umani. Se vogliamo davvero mostrare rispetto per questa ennesima vittima, un ragazzo che era stato affidato alla responsabilità dello Stato, le condizioni vergognose del carcere di Trapani devono cambiare radicalmente e nel più breve tempo possibile”.
Il carcere di Trapani un luogo tremendo, lontano dai pensieri di chi Governa. Un luogo di abbandono e illegalità. Nessuna delle autorità competenti a intervenire si accorge del contesto ambientale: 40 gradi all’interno delle celle, blackout elettrici, sporcizia e degrado ovunque. La totale assenza di un’assistenza sanitaria e psichiatrica adeguata. Pierpaolo Montalto è chiaro nell’evidenziare una situazione “di gravità inaudita, che viola la Costituzione e svuota completamente il carcere della sua funzione rieducativa”. Celle minuscole con cinque persone stipate come in un forno, detenuti imbottiti di psicofarmaci come il Rivotril, totale assenza di supporto educativo, psicologico e medico. “Abbiamo incontrato detenuti che da mesi attendono la visita del Sert, che non hanno mai parlato con un educatore. E c’è chi dovrebbe stare in ospedale, non dietro le sbarre”.
Tra le anomalie più gravi, anche l’orario dell’“ora d’aria” imposta tra le 13:00 e le 15:00, sotto il sole cocente, e la cena servita alle 15:00 del pomeriggio per carenza di personale.
Proprio ieri sul Corriere.it, la rubrica delle opinioni ha ospitato, sul tema dei suicidi in carcere, un articolo firmato da un magistrato, Filippo Messana, già consigliere della Corte di Appello e magistrato di sorveglianza. “L’attesa, il silenzio, l’indifferenza o peggio eventuali violenze subite all’interno dell’istituto costituiscono le peggiori incrinature dell’ attività di osservazione e del processo di reinserimento sociale in corso. E proprio l’assottigliarsi della speranza e la mancanza di certezze all’esterno del carcere sono all’origine della perdita di identità e anche del significato della pena che si sta scontando, non soltanto la mancanza di uno spazio vitale sufficiente, e che ne costituisce un’aggravante indiscutibile”.
Cronaca
Trapani – di Laura Spanò – “Un detenuto del Pietro Cerulli di Trapani è stato morso nel corso della settimana da un topo mentre dormiva nella sua cella”. A denunciarlo è l’avvocato Natale Pietrafitta. “Servizi igienici fatiscenti, igiene al collasso. È questo l’inferno quotidiano che si vive all’interno del carcere, dove la detenzione si trasforma spesso in sopravvivenza” dice il legale.
“Il mio cliente nell’ultimo colloquio mi ha raccontato che aveva spento la luce della cella quando si è sentito mordere la mano. Ha riacceso ed ha visto il topo. Un morso ben visibile” – dice Pietrafitta. “Viene curato con l’Augmentin, al momento non ha avuto febbre o altri sintomi. Ma pare che di topi all’interno delle celle ve ne siano in abbondanza. Il cibo, il caldo, la scarsa igiene. L’acqua è stata razionalizzata mi dice ancora il mio cliente – denuncia il legale – o ci laviamo noi, o la utilizziamo per pulire la cella”.
Poi con il caldo la situazione è più critica, le finestre delle celle vengono lasciate aperte. Il recluso si trova nel reparto “Mediterraneo”, una sezione a tre piani con 240 detenuti. Un agente gestisce 80 reclusi. E poi continua “Le carenze strutturali e organizzative del penitenziario rendono invivibile la permanenza al suo interno, non solo agli agenti della penitenziaria, costretti a lavorare in un contesto di continua emergenza, ma anche ai detenuti”. Criticità vissute anche da avvocati e magistrati costretti ad effettuare colloqui o interrogatori in stanze al limite del vivibile. “Nell’area nella quale si affacciano le sale colloqui per esempio – dice il legale – ci sono cumuli di spazzatura”.
Tra disagi cronici, malcontento crescente e tensioni latenti, le condizioni di vita dietro le sbarre del carcere sono al limite della dignità per tutta la popolazione residente. “Un contesto – dice il legale – che rischia di compromettere ogni tentativo di rieducazione e reinserimento”. Gli sfoghi dei reclusi, spesso costretti al silenzio, trovano voce nei racconti dei loro legali, come in questo caso. Una situazione divenuta insostenibile, che porta ad eccessi e disordini come quelli tra maggio e giugno che hanno provocato una ventina di feriti tra agenti in servizio. “Il carcere – conclude Pietrafitta – non è solo il famigerato reparto Blu degli abusi, è fatto anche di reparti dove ci sta gente che vuole scontare la propria pena e tornare a casa. È fatto di agenti che pur stanchi continuano a lavorare facendo ore di straordinario in più del dovuto”.
Attualità
ROMA – Una svolta epocale per i diritti dei detenuti. A oltre un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) ha pubblicato le prime linee guida che regolano l’accesso alla sessualità in carcere. Si tratta di un vero e proprio “diritto soggettivo”, come lo ha definito la Consulta, e si traduce nella possibilità per i detenuti di vivere momenti intimi con il coniuge o il convivente, in spazi appositamente predisposti.
L’iniziativa partirà in sei istituti penitenziari pilota: Napoli Secondigliano, Firenze Sollicciano, Brescia, Trento, Civitavecchia e Bologna, con l’obiettivo di estendersi progressivamente a 32 strutture su tutto il territorio nazionale.
I colloqui intimi potranno durare fino a due ore e si svolgeranno in stanze arredate con letto e servizi igienici, senza possibilità di chiusura dall’interno. La sorveglianza sarà esterna, affidata a personale di Polizia penitenziaria, che controllerà anche l’accesso e le condizioni degli ambienti prima e dopo ogni incontro.
Potranno accedere a questo diritto solo il coniuge o il convivente stabile del detenuto, e in alcuni casi sarà consentito più di un incontro al mese. I detenuti prioritari saranno quelli senza permessi premio o benefici penitenziari, con pene più lunghe o periodi di detenzione più estesi, e in possesso di buona condotta.
Il Dap chiarisce che non tutti i detenuti potranno accedere a questi incontri: ne resteranno esclusi coloro che si trovano in regime di 41-bis, chi è stato trovato in possesso di droghe, telefoni cellulari o armi improprie. La decisione finale sarà subordinata anche a motivi di sicurezza interna.
Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che solo 32 degli attuali 189 istituti penitenziari sono pronti ad accogliere questa novità, dopo adeguamenti strutturali significativi. Gli altri 157 istituti, al momento, non dispongono di spazi idonei.
Non sono mancate le polemiche. L’Organizzazione sindacale autonoma della Polizia penitenziaria, con il segretario Leo Beneduci, ha criticato duramente la misura: “Le ricadute in termini di degrado igienico-sanitario saranno devastanti. Non esiste un protocollo di sanificazione, nessuna prevenzione per le malattie sessualmente trasmissibili, né risorse o personale medico adeguato”.
Ben oltre il diritto all’affettività, dunque, il dibattito si allarga alla gestione concreta di un cambiamento epocale, tra tutele da garantire, spazi da adeguare e condizioni di lavoro del personale da migliorare.
Fonte: ANSA – “Due ore e mai la porta chiusa”, 11 aprile 2025, ore 18:33
Articolo originale disponibile su: www.ansa.it