Politica
Roma – di Walter Verini – Deputato Pd capigruppo commissione nazionale antimafia. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia. Per questo rivolgiamo qualche domanda alla premier Meloni e alla presidente della commissione Antimafia Colosimo.
“Parlate di mafia”, è il titolo della iniziativa di Fratelli d’Italia. Si tiene da tre anni, nei giorni dell’anniversario della strage di Via d’Amelio.
I gravissimi fatti corruttivi che hanno investito esponenti del partito della Meloni in Sicilia, ne hanno consigliato il trasloco da Palermo a Roma. Una scelta dettata da evidente imbarazzo. Non è mancato l’omaggio alla memoria di Borsellino e della sua scorta. Come tutti gli anni, sono in prima fila negli anniversari.
Ci mancherebbe non fosse così. Onorare, ricordare i caduti per la legalità, magistrati, uomini e donne delle scorte, giornalisti, vittime innocenti della violenza e dello stragismo delle mafie è innanzitutto un dovere. Cui adempiere con comportamenti coerenti, non viziati da ipocrisia.
Per questo rivolgiamo qualche domanda alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo:
1) Non pensate che indebolire presidi di lotta alla corruzione, alla criminalità, come limitare a 45 giorni le intercettazioni per gravi reati contro la pubblica amministrazione, o rendere difficile il sequestro degli smartphone contenga (parole del Procuratore Nazionale Antimafia) il rischio di «apertura di pericolosi spazi di sostanziale impunità di gravi fenomeni criminali»?
2) È coerente allentare – come il governo ha fatto – presidi di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata? Citiamo a memoria: più basse le soglie per affidamenti diretti, estensioni alla pratica dei subappalti, con rischi di penetrazione delle mafie e per la stessa sicurezza del lavoro. Alte le soglie per l’uso del contante con aumento della facilità del riciclaggio dei proventi del narcotraffico, dell’usura, del gioco d’azzardo, delle estorsioni.
3) Ed è coerente il tentativo da voi esercitato (sventato grazie alle proteste delle opposizioni e di reti di antimafia sociale e soprattutto grazie ad un decisivo intervento di “moral suasion” degli Uffici del Quirinale) di attenuare controlli antimafia nell’esecuzione di grandi e discusse opere, come il Ponte sullo Stretto?
4) Non ritenete che allentare quotidianamente sistemi di controllo, controlli preventivi, concomitanti sull’attività della Pubblica amministrazione sia rischioso? Oltre a indebolire e colpire l’indipendenza della magistratura ordinaria (penso alla separazione delle carriere) la vostra “riforma” della Corte dei Conti, non colpisce incrostazioni ma indebolisce i controlli, fondamentali in democrazia. La necessaria velocità nell’eseguire opere, deve andare di pari passo con il rispetto delle regole e della legalità.
5) Ed è coerente con il doveroso omaggio alle vittime smontare reati come l’abuso di ufficio, il traffico di influenze? O tagliare fondi per norme fondamentali come quelle che riguardano la confisca dei beni alle mafie? O dare continui segnali (in linea del resto con il famigerato meloniano «le tasse sono pizzo di stato») per i quali rispettare le regole è un optional, tanto arrivano i condoni?
6) La Commissione Antimafia è da tempo impegnata sul contesto, le cause, le accelerazioni della strage di Via D’Amelio. Con un obiettivo predefinito dalla destra dall’inizio: tutto dipese dall’intreccio mafia-appalti. Che c’era, eccome, pesantissimo e ramificato non solo in Sicilia. Ma il tentativo è quello di riscrivere la storia di quegli anni. Di “cancellare” i rapporti evidenti tra mafie, estremismo nero e stragista, certi settori della politica. Quegli anni, quelle stragi, quegli attentati (Capaci e Via D’Amelio, ma anche Georgofili, Velabro, Via Palestro…e prima l’omicidio Mattarella…) avevano anche una regia ed un fine politico. Che si vuole occultare. È questo il modo giusto per ricordare le vittime di mafia?
7) Non pensate che bisognerebbe indignarsi davanti a inaudite affermazioni fatte in Antimafia dal generale Mori e dal Colonnello De Donno, auditi in per supportare queste tesi? Ebbene, nella stessa Commissione nella quale sedettero nel tempo grandi personalità antimafia: un nome per tutti, Pio La Torre) i due auditi hanno avuto parole di apprezzamento per condannati definitivamente per associazione mafiosa («….stimavo e stimo Marcello Dell’Utri» , ha affermato De Donno). «…Io disprezzavo la Procura di Palermo…», ha rincarato Mori. Perché non si sente il bisogno di prendere le distanze da queste incredibili affermazioni?
8) In Commissione è in corso un tentativo per “espellere” dalla trattazione di questi temi due magistrati antimafia come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho. Il tentativo consiste in una sgangherata e incostituzionale proposta di legge della maggioranza sul “conflitto di interesse”. Che dovrebbe valere solo per la Commissione Antimafia (si badi, non è una legge seria e sempre necessaria sul conflitto di interessi erga omnes). Che dovrebbe essere deciso dalla maggioranza di turno, senza criteri e perimetri chiari ed oggettivi. Una vergogna, destinata probabilmente su un binario morto. Ma intanto ci provano. Motivi di opportunità, in Antimafia come nelle altre Commissioni, ci possono essere, sempre. Ma a deciderli devono essere i parlamentari stessi, eletti dal popolo, le cui prerogative non possono essere colpite dalla maggioranza di turno. E nel caso, la maggioranza in Antimafia vorrebbe impedire a due ex-magistrati Antimafia di offrire il proprio contributo. Presidente Meloni, presidente Colosimo, non pensate che questo tentativo sia davvero molto grave?
9) Molti, troppi, sono stati nel tempo i giornalisti ammazzati in Italia dalle mafie. Da De Mauro a Impastato, a Pippo Fava; da Spampinato a Siani a Francese….). Perché quotidianamente provate fastidio, sferrate attacchi al giornalismo d’inchiesta? Querele a giornalisti e scrittori come Saviano e reiterati attacchi a trasmissioni come Report; limitazioni alla pubblicabilità delle notizie attraverso leggi restrittive della libertà di informazione; rifiuto di approvare norme contro le querele temerarie ai danni dei giornalisti. Chi – come l’informazione e i giornalisti – accende luci sul malaffare, sulle opacità del potere, sui rapporti tra mafie e certa politica, certi amministratori (sono queste le vere carriere da separare!) non va difeso e tutelato?
10) Infine, non ritenete di dover concentrare sforzi sulle più recenti frontiere delle mafie? Sulla difesa delle piattaforme e dei dati sensibili sotto attacco; sulla cybersicurezza e l’attacco alle piattaforme criptate delle organizzazioni criminali, sulla penetrazione nell’economia legale, nelle zone di degrado sociale e culturale, dispersione scolastica e povertà educativa, contro le pratiche – dove non arriva lo Stato – di welfare criminale?
Fornire risposte a domande, a questioni come queste, darebbe coerenza alla necessaria celebrazione e memoria di chi ha pagato con la vita il proprio impegno per la legalità e quindi la difesa della convivenza civile.
Walter Verini – Deputato Pd Capigruppo Commissione Nazionale Antimafia /https://www.editorialedomani.it
Cronaca
Roma – di Davide Mattiello – L’esibizione della borsa semi carbonizzata del giudice Paolo Borsellino nel “transatlantico” di Montecitorio mi turba profondamente: non riesco a non pensare che sia l’ennesima mossa spettacolare della strategia posta in essere da questa destra spudorata, intenta a riscrivere la storia.
Lo scrivo col rispetto che sento non soltanto per la borsa in se’ che è sacra reliquia di un gigantesco sacrificio umano, ma per i famigliari del magistrato, per il Presidente della Repubblica e per la Camera dei Deputati, cuore della nostra ormai pallida democrazia. Ma se è vero che ogni depistaggio che si rispetti muove sempre da pezzi di verità, adoperati in maniera deformata e deformante, è altresì vero che ogni operazione revisionista, che è una forma sofisticata di depistaggio, deve incardinarsi su elementi di verità e di sincera, collettiva, emozione proprio come quelli alimentati dalla borsa del giudice.
Infatti non è possibile non riflettere sulla circostanza che questa esposizione consenta di spostare ancora una volta l’attenzione dell’opinione pubblica dalle gravi accuse mosse dalla puntata di Report di una settimana fa relative alle ipotizzate manovre del gen. Mori di abusare della Commissione parlamentare anti mafia ed in particolare della strage di Via D’Amelio volte a realizzare il proprio piano di vendetta contro coloro che, soprattutto i magistrati della Procura di Palermo, lo hanno indagato e processato per anni ovvero di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inaccettabile silenzio accondiscendete della Presidente Colosimo a seguito delle deprecabili esternazioni di Giuseppe De Donno e di Mario Mori in Commissione anti mafia, con le quali esibivano sempiterna stima per quel galantuomo di Dell’Utri e disprezzo totale per i magistrati di Palermo, dopo essere stati messi davanti alle intercettazioni delle telefonate tra De Donno e Marcello Dell’Utri e De Donno e Mori.
Grida vendetta, più di Mori, il corto circuito vergognoso tra la simpatia manifestata verso Marcello Dell’Utri e le parole precise, ancorche misurate dal doveroso riserbo per indagini in quel momento in corso, di Paolo Borsellino intervistato il 21 Maggio del 1992 da Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo per la francese Canal Plus, proprio sui rapporti tra Vittorio Mangano, gran mafioso di collegamento tra Milano e Palermo, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Non è possibile non riflettere sulla circostanza che l’inaugurazione della macabra esposizione arrivi pochi giorni dopo la clamorosa operazione della procura di Caltanisetta che ha mandato a perquisire le case del defunto Tinebra, predecessore dell’attuale capo De Luca, alla ricerca dell’agenda rossa del giudice Borsellino, sulla base di un appunto riferibile niente meno che ad Arnaldo La Barbera, defunto anch’egli e da molti più anni. Un’operazione che, tra l’altro, aiuta una volta di più a far dimenticare che in quei drammatici istanti succeduti all’esplosione in via D’Amelio una delle mani che sicuramente afferrarono la borsa fu quella di un carabiniere, il capitano Arcangioli.
Un’operazione che probabilmente ha puntato tutto su una coppia di illustri defunti perché soltanto i morti possono ancora essere colti di sorpresa da una indagine che è stata bruciata a reti unificate due mesi fa, pur di far sapere istantaneamente a tutto il globo terraqueo che Michele Prestipino, al tempo procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Anti mafia, fosse andato a pranzo con Gianni De Gennaro e Franco Gratteri a chiacchierar di Ponte sullo Stretto, cantieri e infiltrazioni mafiose. Pare per altro che per gli interrogatori a carico di Tinebra e La Barbera siano frenetiche le ricerche del tavolino adoperato nel ’78 per indimenticate sedute spiritiche con finalità anti terroristiche.
Non è possibile non riflettere sulla contraddizione evidente tra l’ossequio mostrato da questa destra nei confronti di Paolo Borsellino
e l’attacco profondo portato alla giurisdizione ed al principio di legalità: l’abolizione del reato di abuso di ufficio, l’annacquamento di quello di traffico illecito di influenze, il taglio delle intercettazioni, la mortificazione della magistratura attraverso la riforma (in corso) del CSM, il tentativo di neutralizzare alcune procedure di prevenzione antimafia inserito notte tempo nel decreto Infrastrutture (per ora accantonato grazie ai rilievi del Quirinale), le modifiche al codice degli appalti in forza delle quali il 98% della spesa pubblica oggi è fatta con affidamento diretto e la catena opaca dei subappalti schiaccia in fondo la sicurezza e la dignità di chi lavora.
Chissà se qualcuno ha avvertito la Presidente Colosimo che la data scelta per la inaugurazione della esposizione, il 30 di giugno, coincide con l’anniversario della strage di Ciaculli del 1963, che diede la stura ai lavori della Prima Commissione parlamentare anti mafia, la quale seguì negli anni successivi ben altri percorsi, preparando non già la vendetta rancorosa di un ex generale dell’Arma, ma la più potente reazione dello Stato alla piaga del potere mafioso. Infine chissà se quella borsa in “transatlantico” produrrà in qualcuno l’effetto provocato da quello skateboard fatto correre per tutto il transatlantico dal regista Paolo Sorrentino in una delle scene più suggestive de Il Divo: anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti.
*Articolo 21.org