Cronaca
Trapani – Rino Giacalone – Continua dinanzi al Tribunale, presidente Messina, a latere Fontana e Marroccoli, la testimonianza del sostituto commissario Ignazio Coraci che si è occupato di coordinare le indagini condotte nell’alcamese e finite raccolte nei faldoni dell’operazione denominata “Aquila”. Ancora ieri Coraci si è soffermato su alcuni aspetti. Uno per uno sta rispondendo al pm della Dda di Palermo, Giacomo Brandini, sui 70 capi di imputazione che hanno portato all’odierno processo. Sono 22 gli imputati, l’inchiesta ha puntato i riflettori su tre gruppi che gestivano il market della droga nell’alcamese.
Clan che si occupavano anche di estorsioni e detenzione di armi. Coraci rispondendo al pm ha citato significativi episodi che hanno riguardato alcuni degli imputati, Francesco e Davide Amato e Maurizio Accardi. Arrestati trovati in possesso di droga, si trattava di un blitz che serviva a confermare il contenuto dell’indagine, dimostrando che i sospetti erano fondati, sono stati scoperti ad avere la disponibilità di armi, risultate utilizzate anche per tiri al bersaglio ai danni della cartellonistica comunale, segnali stradali compresi.
Tra i filoni investigativi emersi le piste che hanno collegato alcuni degli imputati alla cosca mafiosa dei Vitale di Partinico. Una maxi indagine che ha visto tra il 2018 e il 2020 i poliziotti seguire passo passo pusher e clienti. In vendita cocaina, crack, e hashish serviti all’occorrenza anche a domicilio. Un fiume di droga che scorreva per la città, dentro gli argini scavati dai clan che avrebbero fatto riferimento a tre distinte famiglie, Amato, Camarda, Provenzano. Gli affari giravano bene, tanto che in una intercettazione alcuni degli indagati lamentavano che c’erano da riscuotere crediti per 80 mila euro. Centro di spaccio sarebbe stata una sala giochi, mentre al telefono la droga veniva indicata come birra o macchine. I poliziotti, che sentivano ogni cosa, hanno annotato anche il dare e avere con i clienti.