Cronaca
Trapani – di Rino Giacalone – Un giorno sporco di sangue – 14 settembre, nel 1988 uccidono il giudice Giacomelli, nel 1992 sparano al vice questore Germanà.
La storia criminale di Cosa nostra non vive di casualità. E non fu per caso che venne scelto il 14 settembre sia pure di anni diversi per uccidere un giudice e sparare ad un poliziotto.
Nel 1982 , il 13 settembre, il Parlamento, dieci giorni dopo il delitto Dalla Chiesa e cinque mesi dopo quello di Pio La Torre, fece diventare legge il 416 bis e il sequestro dei beni alla mafia. Nel 1988 e nel 1992, il 14 settembre, si ricordarono, i mafiosi, di un giudice che aveva confiscato la casa a tale Tano Riina e di un poliziotto che cercava i soldi di Cosa nostra dentro le banche. I loro nomi: Alberto Giacomelli e Rino Germanà.
Il 14 settembre del 1988 nelle campagne di Trapani venne ucciso il giudice Alberto Giacomelli. Era in pensione da quindici mesi. Esattamente quattro anni dopo, 1992, a Mazara del Vallo, l’abitudine a stare sempre attento salva la vita al vice questore Rino Germanà, resta ferito, ma sfugge ad un agguato che recherà la firma di Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano. Resterà ferito ma si salverà.
Quattordici settembre, tanto sangue e tante risposte mancate. Il comune denominatore tra Giacomelli e Germanà, sono i patrimoni mafiosi, i depistaggi, i silenzi, Mazara del Vallo…l’assenza della consapevolezza. Pensate, il giudice Giacomelli fu ucciso una seconda volta da infamie. Molti anni dopo si scoprì che Giacomelli aveva firmato da giudice la confisca della casa di Mazara di proprietà di Tano Riina, il fratello di Totò.
Gli autori del delitto? Restano nascosti dalle complicità. Le stesse complicità che per anni hanno sporcato la memoria del giudice Alberto Giacomelli. E per Germanà? Sfuggito il 14 settembre 1992 ad un agguato sul litorale di Mazara del Vallo. Mazara torna tanto nelle vicende di mafia. Quella che fu roccaforte di don Mariano Agate e nascondiglio sicuro di Totò Riina.
Tra cupola e logge massoniche. Quelle segrete che piacevano ad Agate e Riina, dove incontravano pezzi di Stato. Tra (servizi) segreti e silenzi. Borsellino voleva Germanà a Palermo, e invece, ucciso il procuratore, Germanà si ritrovò a fare marcia indietro nella carriera, tornò a fare il commissario, a Mazara del Vallo, dove già c’era stato. Lì troverà il super commando di killer ad attenderlo. Sfuggito all’agguato troverà a Roma, l’allora ministro Mancino e i vertici della Polizia, per portarlo lontano da Trapani, dalla Sicilia e da quelle indagini delegate da Borsellino.
Sono anniversari che , forse, oggi verranno ricordati, ma come momenti veloci, velocissimi, invece dovremmo tentare di fare ulteriori riflessioni. Cosa nostra ha dimostrato di aver saputo difendere i propri beni, anche in termini di alleanze, e lo ha fatto spargendo sangue. Giacomelli firmando quella confisca aveva fatto il suo dovere, Germanà stava tentando di mettere insieme le fila del riciclaggio dentro le banche, i grandi investimenti, le connessioni con politica e massoneria, se ci fosse riuscito forse oggi avremmo meno misteri dei quali occuparci. E’ rimasto per fortuna vivo, ma allontanato dalle sue indagini. Cosa nostra ha vinto. Dobbiamo avere questa consapevolezza, se ci raccontiamo un’altra storia, che, per esempio, catturato Messina Denaro, la lotta è finita, significa dare una mano a far tornare il peggiore malaffare.