CronacaTrapani – di Rino Giacalone – Quando si spiega di cosa siano le mafie e in particolare cosa è Cosa nostra, il primo step è quello di rappresentare l’azione mafiosa principale con il controllo del territorio. Nulla deve sfuggire all’attenzione di boss e gregari, città, paesi, campagne, presidiati.
E’ la storia della mafia, ma ieri ascoltando nell’aula del Tribunale di Trapani la deposizione dell’investigatore della Dia Roberto Sanclemente, citato dai pm Brandini e Beux nel procedimento scaturito dall’operazione antimafia denominata “Scialandro”, si è ben colto lo scenario che non è fatto di storia ma di pregnante attualità. Un sistema, quello del controllo del territorio, che ha scavalcato i due ultimi secoli per riproporsi nell’attuale.
Il processo, che si svolge dinanzi al collegio presieduto dalla giudice Carrara, vede imputati per la maggiorparte conclamati soggetti appartenenti a Cosa nostra, che si sarebbero ritrovati ad avere, nell’area trapanese, tra Custonaci, Valderice e Trapani, come nuovo capo Pietro Armando Bonanno, uomo d’onore tornato libero che aveva trovato nella cosca di Custonaci, facente capo a Giuseppe Costa e Mario Mazzara, preziosa alleata.
A Custonaci, ha sottolineato Sanclemente nella sua deposizione che ha già impegnato due udienze e proseguirà ancora per un’altra, Costa (che ha scontato una condanna per aver partecipato al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso poi per vendetta contro il pentimento del padre), Mario Mazzara e Roberto Melita, avevano la pretesa di mettere le mani sul settore agropastorale. I pastori avevano “gabelle” da pagare, un regime feudale perpetuato da Cosa nostra. L’investigatore della Dia ha citato l’esistenza di diverse intercettazioni a riprova dei risultati investigativi. Più che gabelle ver e proprie forme di estorsione, tanto che, ad un certo punto, il presidente del collegio ha chiosato dicendo che si era dinanzi al pagamento del più classico e conosciuto “pizzo”, raccogliendo diretta conferma dal teste.
A cosa servivano i soldi così raccolti? La congrega mafiosa di Custonaci aveva parecchio a cuore poi l’assistenza ad uno dei più noti detenuti, il killer di Cosa nostra Vito Mazzara, in carcere dalla metà degli anni ’90, condannato all’ergastolo per alcuni delitti, tra questi quello dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, assassinato il 23 dicembre 1995, la sua morte, ordinata dall’allora latitante Matteo Messina Denaro, fu il macabro “regalo di Natale” fatto dai boss liberi a quelli detenuti”. Dalle intercettazioni è emerso come Mazzara anche durante il periodo della detenzione al 41 bis, riceveva dettagliate notizie, anche attraverso la moglie che lo andava a trovare, su quanto accadeva nel suo territorio, “minchia compà – gli investigatori hanno ascoltato dire ad uno degli imputati, Vito Manzo – quello è a conoscenza di tutte cose”.
Gli ordini di scuderia mafiosa erano precisi, a Vito Mazzara, in carcere, non bisognava far mancare nulla. Un ordine che risale nel tempo, mai venuto meno. Nel corso di altre indagini condotte dalla Squadra Mobile di Trapani, grazie ad altre intercettazioni, fu ascoltato Pietro Virga, figlio dell’ergastolano Vincenzo, sostenere che a Vito Mazzara bisognava garantire ogni sua richiesta, c’era la paura di un suo pentimento, addirittura era stata progettata una sua clamorosa evasione, rimasta solo pensata: “Vito è un pezzo di storia” diceva Virga jr, una sua collaborazione poteva fare grossi danni a Cosa nostra trapanese.
E durante l’indagine “Scialandro” furono proprio gli investigatori della Dia ascoltare Costa e Mario Mazzara mentre decidevano di fare arrivare a Vito Mazzara tre mila euro, in parte utili a pagare l’avvocato che lo stava difendendo nel processo per il delitto del giornalista Mauro Rostagno (accusa dalla quale Mazzara venne assolto dopo una condanna in primo grado). I due nel decidere di affidare i soldi alla moglie di Mazzara, non nascondevano però di nutrire dubbi sul comportamento della donna, sospettata quasi di far “la cresta” sui soldi ricevuti: ritenevano non essere stata in precedenza corretta con loro, trattenendo per se il denaro, cosa che aveva giustificato dovendo far fronte alle spese per pagare utente e altre necessità familiari. E così quel giorno Mazzara affrontò la donna dicendo che ci pensava lui a far avere i soldi al legale del marito.


