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    La password non è il problema. Il problema siamo noi
    Perché la sicurezza online è prima di tutto una questione di attenzione e buone abitudini
    Trapani Oggi25 Gennaio 2026 - Economia
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    Economia – Sicurezza – Ci sono cose che diamo per scontate.
    Chiudere una porta. Mettere via una chiave. Non lasciare tutto aperto solo perché “tanto non succede niente”.

    Nel mondo digitale, invece, questa attenzione spesso la perdiamo.
    Forse perché non vediamo le porte. Non sentiamo il rumore della serratura. Non abbiamo la sensazione fisica di ciò che stiamo proteggendo.

    E allora usiamo la stessa password più volte. La accorciamo. La semplifichiamo. Ci diciamo che va bene così.

    La sicurezza non è una formula

    Per anni ci hanno spiegato che bastava aggiungere una maiuscola, un numero, un simbolo. Come se la sicurezza fosse una ricetta, da seguire alla lettera.

    Ma il problema non è la password in sé.
    È l’abitudine che ci sta dietro.

    Usare la stessa chiave per più porte non è comodo: è rischioso.
    Eppure online lo facciamo ogni giorno, spesso senza nemmeno rendercene conto.

    I servizi “che non contano” sono quelli da cui si entra

    C’è sempre un account che consideriamo secondario.
    Un servizio gratuito. Un forum. Un’app scaricata anni fa e poi dimenticata.

    È lì che abbassiamo la guardia.
    È lì che la password è più semplice, o uguale a un’altra.

    E da lì, spesso, partono i problemi. Non perché qualcuno entri subito ovunque, ma perché trova un appiglio. Un indirizzo email. Un punto da cui cominciare a provare.

    Come una finestra lasciata socchiusa, “tanto è sul retro”.

    Poche regole, senza fare drammi

    Non serve diventare esperti, né vivere con la paura di essere spiati. Serve fare poche cose, ma farle sempre.

    Una sola password davvero importante, lunga, pensata come una frase, non come un codice. Qualcosa che abbia senso per chi la usa, e solo per lui.

    Tutte le altre, invece, non vanno ricordate.
    Vanno lasciate a un sistema che le conserva al posto nostro, una diversa per ogni servizio.

    E anche i servizi gratuiti vanno trattati con rispetto. Perché spesso sono proprio quelli a fare da passaggio.

    Una questione di attenzione

    La sicurezza, alla fine, non è tecnologia.
    È attenzione.

    È lo stesso gesto di chi controlla se ha chiuso la porta prima di uscire. Non per paura, ma per abitudine. Perché è così che si fa.

    Nel digitale funziona allo stesso modo.
    Non servono soluzioni complicate. Servono buone abitudini, ripetute nel tempo.

    Quelle che non fanno rumore.
    Ma tengono tutto al proprio posto.

    Esempi concettuali di password fatte bene

    (non da copiare, ma da capire)

    Una buona password non è una parola, è una frase spezzata.

    Esempio 1 – ricordo personale

    Un luogo + un’immagine + un dettaglio

    Il mare al mattino, il vento, un anno che conta.

    Tradotto in pratica:

    • frase lunga
    • facile da ricordare
    • impossibile da indovinare per chi non è te

    Esempio 2 – gesto quotidiano

    Un’azione semplice + un posto + qualcosa che cambia

    Chiudere la porta, tornare a casa, una stagione.

    Qui la forza non è il simbolo, ma la lunghezza.

    Esempio 3 – per i servizi meno importanti

    Password generate automaticamente, lunghe e casuali.
    Non serve capirle.
    Non serve ricordarle.
    Serve solo non riutilizzarle mai.

    La regola finale, quella che resta

    Una password buona non deve essere geniale.
    Deve essere tua, lunga, unica e usata una sola volta.

    Come una chiave fatta apposta per una porta sola.

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