Cronaca
Siena – Cassazione rigetta ricorso, figlia Riina andrà in carcere. E’ accusata di estorsione aggravata Andrà in carcere Maria Concetta Riina, figlia del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina, accusata di estorsione aggravata.
La Cassazione ha rigettato il ricorso del suo avvocato, Francesco Olivieri che ha confermato la notiza.
Il provvedimento di custodia cautelare non è stato ancora eseguito.
Maria Concetta Riina, la maggiore delle figlie del capomafia, è accusata dalla Procura di Firenze di aver minacciato due imprenditori in Toscana chiedendo loro denaro. Il gip rigettò la richiesta di misura cautelare avanzata dai pm, ma Dda di Firenze fece ricorso ottenendo l’arresto dal tribunale del Riesame.
Contro la decisione dei giudici il legale della donna presentò impugnazione in Cassazione.
Ora il rigetto del ricorso che rende esecutiva la misura.
“Noi siamo sempre gli stessi di un tempo, le persone non cambiano”, avrebbe detto con velata minaccia la figlia maggiore di Riina a un industriale di Siena a cui sarebbe riuscito a portare via una cesta di generi alimentari di 45 chili del valore di 350 euro e 1.000 euro. Invece, non sarebbero andate a buon fine le richieste a un imprenditore del Pisano. L’indagine coinvolgeva anche il marito della Riina che è già detenuto per una truffa.
Cronaca
Castellammare del Golfo – di Rino Giacalone – In quel 1992, l’anno delle stragi, delle morti eccellenti, i mafiosi capeggiati dal sanguinario Totò Riina, decisero che dovevano essere tolti di mezzo nemici, le spine, e tutti coloro i quali si erano ritrovati anche per sventura sulla loro strada. Anche chi in maniera inconsapevole si erano prestati alla loro sconfitta. Uno di questi era una persona per bene, il castellammarese Paolo Ficalora. Ammazzato per mano del mafioso Gioacchino Calabro’ il 28 settembre di 33 anni addietro.
Castellammare del Golfo, è sera, è la sera del 28 settembre 1992. Una coppia, un uomo e una donna, marito e moglie, si apprestano a tornare nella loro casa di Guidaloca, una zona di villeggiatura vicino Scopello, a pochi chilometri dalla riserva dello Zingaro, un costone di roccia che la mafia voleva cementificare e che , guarda caso, ogni estate brucia, senza che l’uomo sia capace a prevenire, ma questa è una storia che presto scriveremo.
A Guidaloca ci sono diversi residence, uno di questi con i risparmi di una vita passata in mare, lo ha costruito Paolo Ficalora, capitano di lungo corso, adesso è in pensione e si dedica a quelle case e alle sue proprietà. La moglie è invece direttrice scolastica, Vita D’Angelo, ha sempre assecondato il marito, anche nelle scelte “imprenditoriali”, le è stata sempre accanto, vicino, lui ha sempre condiviso con lei ogni cosa, difficile perciò che lei non sappia qualcosa del marito. Quell’uomo per lei ha ammirazione, amore, non ha segreti.
E’ quasi mezzanotte quando marito e moglie arrivano all’ingresso del loro residence, “il villaggio del capitano” viene chiamato e da tutti pubblicamente riconosciuto, lui, il capitano Ficalora, guida una Peugeot, tornano a casa dopo una serata trascorsa a cena, invitati dal loro commercialista: “Ecco, siamo di nuovo al ranch, sei contenta?”, chiede Paolo Ficalora alla moglie che gli risponde con un sorriso, è lei che scende dall’auto per aprire il cancello e fare passare la vettura guidata dal marito, mentre la donna volge le spalle all’auto sente un improvviso susseguirsi di colpi, sordi, ma violenti, colpi di arma da fuoco, si gira e vede due uomini vicino all’auto, fermi dal lato guida puntano armi contro il marito, lei si avvicina, urla, ma a lei non fanno nulla, nel buio difficile che possa vedere quei volti, vede il marito con il volto stravolto, vede mentre gli danno il colpo di grazia.
Muore così Paolo Ficalora, davanti alla moglie che stringerà quel volto a se, raccogliendo l’ultimo respiro del marito.
E come chiamare altrimenti il percorso che ha dovuto seguire per ottenere verità e giustizia. La mafia uccide, poi scuote i pezzi giusti della società e subito la vittima diventa il personaggio cattivo, sporco, se non colluso addirittura. Il capitano Ficalora divenne anche lui uno di questi, sotto il disprezzo telecomandato dai mafiosi, fini ‘nascosto invece la sua opera a difesa del territorio, contro i connubbi tra politica, mafia e massoneria, la difesa strenua delle sue proprietà. Occorerranno 10 anni per vedere riconosciuta quella morte come una morte per mano mafiosa, dopo che fu la stessa ttima a finire sotto inchiesta, il morto ammazzato.
Non era stato nemmeno celebrato il funerale che cominciarono a circolare storie strane, e infondate, sul suo lavoro, su come aveva costruito quel residence, sulle sue frequentazioni, quando finalmente comincia ad affacciarsi una possibile verità, ecco ancora fango.
Il capitano Paolo Ficalora indubbiamente era una di quelle persone che a Castellammare del Golfo mai si sarebbe messa al servizio della illegalità e di quella congrega di mafiosi, politici e massoni che avevano ben chiaro quanto lui fosse loro nemico. E Paolo Ficalora sapeva bene i pericoli che correva. Ma ufficialmente non fu ucciso per questo. Cosa nostra lo uccise per una ragione che forse nemmeno lui sapeva. Tre anni dopo la morte violenta del marito, la signora D’Angelo vide una foto in tv e sui giornali, riconoscendo in quel volto una persona che in un lontano passato era stato ospite in una delle case del residence. Ma il nome che poteva leggere , attribuito a quel volto, non era lo stesso che lei conosceva. In tv seppe così che quell’ospite era già all’epoca j collaboratore di giustizia, un pentito di mafia, un nome pesante, Salvatore “Totuccio” Contorno, “Coriolano della foresta”, il pentito che quando stava nelle case del capitano a Guidaloca sarebbe andato in giro a compiere vendette contro i mafiosi che lo volevano morto.
Il capitano Ficalora nulla sapeva dall’identità di quella persona, ma fu ammazzato per questo, nel 1992 fino nell’elenco dei nemici civili da togliere di mezzo.
Ora, a leggere la storia della vita del capitano Ficalora, ad ascoltare la moglie, Vita o la figlia Tiziana, viene difficile credere che sia stato ucciso per aver affittato casa a Contorno che a lui nemmeno si presentò con il suo vero nome. L’essere stato uomo di legalità nella Castellamare del Golfo di quegli anni già bastava e avanzava per fargli fare la brutta fine. Sfidava ogni giorno poteri forti, politici collusi, mammasantissima, sfida alla luce del sole, questo era una sorta di salvacondotto, nessuno lo avrebbe mai toccato. Poi arrivò il caso Contorno, la scusa giusta per presentare il mortale contro, e poi raccontare in giro storiaccie sulla sua persona, e rendere torbida una vita limpida.
La morte del capitano Ficalora venne diffusa come ragione dalla “vox populi” nell’ambito di contrasti tra i clan rivali dell’alcamese, addirittura c’è qualche investigatore, dei carabinieri, che si intestardisce che questa è la pista giusta da battere, Ficalora complice non nemico della mafia. Tante volte,te questo è successo, la mafia prima ti ammazza e poi ti mascaria diffamandoti e cosi poi trovi pure chi con una divisa addosso ci crede pure. Una pista seguita perché la pistola usata per uccidere Paolo Ficalora era comparsa in delitti della faida di Alcamo che si combatteva in quel 1992 tra Alcamo e Castellammare del Golfo.
Il delitto di Paolo Ficalora per primo venne raccontato da uno dei due sicari che entrarono in azione, Giovanni Brusca, l’altro era il famoso lattoniere di Castellammare del Golfo Gioacchino Calabrò, il lattoniere esperto di stragi, condannato nell’ambito delle indagini sulla strage di Pizzolungo, coinvolto in quelle del 1993, protagonista del fallito attentato del 1993 all’Olimpico di Roma. Brusca raccontò il delitto Ficalora e svelo’ che per la mafia il capitano Ficalora avrebbe avuto consapevolezza che il suo ospite era Contorno. Falso ha sempre sostenuto la vedova. Prima ancora di quella rivelazione di Brusca,. Vita D’Angelo per dieci ripeterà sempre la stessa cosa, rivendicherà quello che risulterà essere la giusta cosa, “voglio solo che mio marito sia riconosciuto vittima innocente della mafia. Non mi interessano i risarcimenti economici, ma pretendo che lo Stato certifichi la sua completa estraneità alla mafia”. Le ci sono voluti più di dieci anni, ma alla fine c’è riuscita.
Nel 1988 una delle case del residence del capitano era stata presa in affitto da un imprenditore agricolo di Villabate, Agostino D’Agati, racconta al capitano Ficalora, che da un anno è in pensione, che ha bisogno di una abitazione per la sua famiglia, in attesa che il suocero completi la loro. D’Agati racconta che vuole seguire quei lavori e per questa ragione preferisce venire ad abitare nei pressi trasferendosi così da Villabate. Affitto perfettamente regolare con tanto di contratto e segnalazione al commissariato, per legge le locazioni vanno denunciate. I Ficalora invece non abitano lì, ci vanno solo la domenica, il capitano non lavora più, ma la moglie è ancora dirigente scolastica a Palermo dove risiedono, e così quando la domenica arrivano a Guidaloca di tanto in tanto incontrano altre persone che sembrano essere lì quali ospiti dei D’Agati che li presentano loro come “parenti”, come Gaetano e Salvatore, il primo è appassionato di caccia, come il capitano Ficalora, motivo per cui i due spesso si ritrovano assieme a parlare. Tutto questo succede fino al maggio del 1989 quando i D’Agati vanno via, dicono che la loro casa è stata completata.
Paolo Ficalora ama quel residence, si dedica anima e corpo, in quella Castellammare del Golfo “governata” da mafia e massoneria, c’è però chi vorrebbe per se quel terreno, ma Paolo Ficalora difende la sua proprietà, nonostante avere subito nel tempo incendi, danneggiamenti, gli fu ucciso anche il cane, un pastore tedesco. Il pensiero che circolava nei Ficalora è che quello accadeva per via del fatto che il capitano non ne voleva sapere di aderire alle richiesta di vendita. Pensa ancora che il delitto del marito maturò in quel contesto anche quando un capitano dei carabinieri la andò a trovare dicendo che lei doveva decidere cosa fare, “mi chiese che dovevo scegliere o le cose o la vita”. Quel capitano fu cacciato via malamente dalla signora D’Angelo che lo denunciò anche senza che però la cosa ebbe un seguito. Ma contro di lei comincia a muoversi la macchina della diffamazione, più lei va avanti ricostruendo quello che è accaduto, a loro insaputa (e in questo caso non è tanto per dire, non è un “insaputa” di ministeriale memoria), la storia di Contorno, dei D’Agati, crescono le voci che la danno per “visionaria”, “pazza”, altre donne sarebbero impazzite, lei invece no va avanti, fino ad incontrare un pm, il magistrato Gabriele Paci, oggi Procuratore della Repubbluca a Trapani, che decide di ascoltarla, trova i riscontri, scrive la vera storia del capitano Ficalora, ucciso dalla mafia per avere dato ospitalità nel 1988 al pentito Totuccio Contorno. Ma lui non sapeva che il suo inquilino era Contorno.
Brusca è stato condannato a 12 anni per questo omicidio, Calabrò all’ergastolo. Dietro le quinte del delitto si muove anche un imprenditore-mafioso, Leonardo Cassarà, che morirà anche lui, fu lui ad avvertire Totò Riina che Contorno abitava in quel residence, una informazione che arrivò al capo dei capi quasi in diretta, in quel 1989, ma la conseguenza mortale maturerà contro Ficalora anni dopo, e il perché è legato al fatto che la mafia castellammarese non aveva dimenticato quella circostanza ma se ne era maggiormente ricordata quando Ficalora aveva chiuso le porte in faccia proprio a Cassarà che era andato a chiedere di vendere quel terreno e quel residence.
Nella motivazione delle condanne il giudice scrive: “Al capitano Ficalora si è voluto infliggere un supplizio ben più grave di quello estremo dallo stesso subìto, tormento che, travalicando i limiti della esistenza umana, avrebbe coinvolto quanto di più nobile ed elevato un uomo può avere: la dignità e l’orgoglio della propria onestà morale”.
“Mio marito – racconterà la vedova – era orgoglioso della sua indipendenza politica e sociale, ed è morto senza sapere perché”
Cronaca
Milano – Delirante intervista quella rilasciata a Lo Sperone podcast da Giuseppe Salvatore Riina, il figlio del capo di Cosa nostra, Totò Riina. Dopo aver scontato una condanna a 8 anni per associazione mafiosa, Riina jr. non sembra mostrare segni di ravvedimento o critiche verso la sua famiglia. Anzi, continua a difendere la figura del padre e a promuovere la narrazione di Cosa Nostra come una «vittima di un sistema più grande». «Non ha ucciso il piccolo Di Matteo, è stato arrestato perché dava fastidio». E partono gli applausi
«Mio padre non ha mai ordinato l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Giovanni Falcone, quando l’hanno ammazzato, non dava più fastidio alla mafia o a Totò Riina, ma ad altri dietro le quinte». E ancora- «L’antimafia è un carrozzone composto da gente che ha bisogno di stare sotto i riflettori e a dimostrarlo sono i casi della giudice Silvana Saguto e dell’imprenditore Antonello Montante, finti e antimafiosi di facciata».
Nel corso dell’intervista riferendosi sempre alla figura del padre ha poi ribadito – «Non mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue, è stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia». Lo stesso non ha esitato a lodarlo. «Era un uomo con la U maiuscola. Una persona che ha sempre combattuto il sistema. Un uomo serio e onesto. Non l’ho mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue. È stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia».
Giuseppe Salvatore Riina si paragona ai bambini che vivono a Gaza «Perché come i piccoli palestinesi, da bambino ho vissuto sempre cose fossi in perenne emergenza. Anche se, quando dovevamo scappare da un rifugio all’altro con papà, per me era come una festa perché conoscevo posti nuovi e gente nuova. D’altra parte non mi è stato mai proibito di uscire di casa. Sono pure nato nella clinica Noto, la più famosa di Palermo, col nome e cognome di mio padre. E tutti lo sapevano».
Giuseppe Salvatore Riina sostiene: «Mi chiedono continuamente dove si trova il “tesoro” di mio padre. Io so solo che lo hanno arrestato quando avevo 14 anni e non parlava con me di queste cose. Quando l’hanno preso ero in sala giochi con mio fratello. Negli anni hanno fatto tanti sequestri a mio padre. Se chiedete all’intelligenza artificiale, sommerà almeno un miliardo di euro. Ma io non ne so nulla ed è inutile che me lo continuino a chiedere».
Nella stessa sala giochi Giuseppe Salvatore Riina si trovava il 23 maggio 1992, «Dove ho saputo della morte di Giovanni Falcone. I pentiti raccontano che lo ha fatto ammazzare mio padre per vendetta. Ma così dicono loro. C’era altra gente dietro. E ad ammazzare Giovanni Falcone, così come il piccolo Giuseppe di Matteo, in pratica è stato solo Giovanni Brusca, che poi è diventato pentito. Non mio padre Totò Riina». «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano due magistrati che sapevano cosa volevano e volevano lavorare. Nessuno dopo Falcone ha più utilizzato il suo metodo di indagine basato sul “seguire i soldi”»,
Giuseppe Salvatore Riina ha anticipato che presto uscirà un suo secondo libro, dove racconterà vil suo punto di vista sugli ultimi anni del mondo della mafia e dell’antimafia.
«Non sentivamo il bisogno di ascoltare le opinioni del figlio di Totò Riina, convinto di spiegarci che uomo buono era suo padre. Non offenda la nostra terra. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano».
Attualità
Trapani – di Rino Giacalone – Ancora una volta una cerimonia per pochi intimi. Accade da anni, forse da sempre, il ricordo del giudice Alberto Giacomelli, ucciso dalla mafia il 14 settembre 1988, è scivolato via stamattina nella piazzetta a lui dedicata, di fianco al Palazzo di Giustizia, con un momento sobrio, come chiesto ogni anno dai familiari, ma l’essere sobrio non comporta dire che sono giustificate le assenze.
A parte le autorità, istituzionali, militari, un pugno di amici della famiglia Giacomelli, il sindaco Giacomo Tranchida, la Presidente del Tribunale, giudice Alessandra Camassa, c’era il silenzio degli assenti.
Dispiace, perché questa è una vicenda che ogni giorno, come altre , dovrebbe suscitare ondate di indignazioni, per come quel giudice, oramai in pensione, venne ammazzato, e per il dopo…come per tutti i delitti di mafia al piombo ha fatto seguito l’azione per colpire moralmente la figura di quell’uomo. Ucciso per vendetta, ammazzato per ordine di Totò Riina, il sanguinoso capo della Cosa nostra siciliana, diede quest’ordine all’indomani della confisca definitiva della casa di Mazara di proprietà del fratello, Gaetano Riina.
Stamattina nello slargo a lui dedicato , dove l’Amministrazione Comunale ha deposto una corona d’alloro, don Giuseppe Giacomelli, uno dei figli del giudice, ha ricordato in due parole la confidenza del padre, “mi disse che era sicuro che quel provvedimento poteva causargli gravi conseguenze, ma era certo di aver fatto il proprio dovere”. Quello che è accaduto dopo forse il giudice Giacomelli non sapeva, cioè la sporcizia di parole che gli avrebbero buttato addosso. Non la ripercorriamo, ma basta solo ricordare che come per altri delitti, per scrivere la verità sull’omicidio sono serviti tanti anni, per fortuna si è arrivati alle condanne, grazie alla caparbietà di un paio di investigatori dei Carabinieri, dei magistrati della Procura antimafia di Palermo, e di una Corte di Assise che seppe tirare fuori dagli archivi la verità, si perché c’era una verità finita negli archivi di una società civile succube della cultura mafiosa.

Eppure ancora oggi sul delitto di Alberto Giacomelli manca la consapevolezza. Lo ha spiegato stamane alla cerimonia la presidente del Tribunale, giudice Alessandra Camassa. E’ una storia dimenticata. Non se ne parla nemmeno in modo sufficiente, siamo all’insufficienza assoluta. L’omicidio è uno dei capitoli della guerra intentata da Cosa nostra contro le istituzioni, non a caso il suo delitto anticipò di qualche giorno l’assassinio a Caltanissetta del giudice Saetta e del figlio, e quello del giornalista e sociologo Mauro Rostagno, tutti e tre, come altri, erano “camurrie” che Totò Riina , così li definiva, ci sono i collaboratori di giustizia come Vincenzo Sinacori, che lo hanno raccontato, decise di eliminare, con i killer e poi con chi nei giorni a seguire descrisse scenari e moventi lontani dalla verità, fu realizzata una realtà di comodo, ricca di depistaggi, e la società civile stava a leggere e ad ascoltare, senza porsi domande.
E’ amaro tutto ciò, ma oggi, giorno del ricordo, è anche di questo che dobbiamo scrivere. Amaro che le voci dissacranti sul giudice Giacomelli venivano fuori anche dagli ambienti giudiziari, da quel “ventre mollo” che all’epoca serviva a far circolare notizie, a spiare il lavoro dei magistrati o ad introdurre pezzi di racconti inquinanti. Ogni qualvolta la politica affronta il tema, anche strumentalmente, della legge sulle confische dei beni ai mafiosi, dovrebbe soffermarsi di più sulle ragioni per le quali il giudice Alberto Giacomelli a 68 anni, già in pensione, venne ucciso da un commando, purtroppo rimasto senza volto, anzi, i volti ci sono ma sono mancate le prove per condannarli, nomi pesanti, come quello di Pietro Armando Bonanno oggi imputato in un processo che riguarda la cupola mafiosa non dei tempi andati, ma appena di ieri.
Giacomelli fu ucciso nelle campagne di Locogrande, frazione di Trapani, oggi terra del Comune Misiliscemi. Regno delle coppole e delle lupare, le stesse che con la politica sedevano allo stesso tavolino. Il racconto di oggi sarebbe incompleto se non si dicesse della Chiesa. Di quel sacerdote che per essere il fratello del giudice ammazzato venne sollecitato dall’allora Vescovo di Trapani a star lontano da Papa Benedetto XVI durante la sua visita a Trapani, per fortuna un altro sacerdote, don Luigi Ciotti mise riparo facendolo abbracciare da Papa Francesco, o ancora quel sacerdote che disobbedendo al Vescovo di Mazara, celebrò i funerali di Gaetano Riina. Funerali vietati da quella Chiesa e dal Questore di Trapani.
Insomma di cose da raccontare ai nostri giovani ce ne sono tante, non solo sul giudice Giacomelli ma soprattutto su questa vittima innocente della mafia. Raccontare il passato per leggere il presente.
Attualità
Palermo – “Come scoprire un cimitero di mafia a San Giuseppe Jato e portarselo a casa”. E’ il titolo del libro di Giovanni Guadagna con la prefazione del criminologo Ciro Troiano.
Un romanzo che racconta un fatto realmente accaduto in una delle montagne che sovrasta il comprensorio di San Giuseppe Jato. Una storia che riserva più di un colpo di scena e il susseguirsi di eventi surreali, quasi fantozziani, per “colpa” di quell’amore per la natura e la protezione degli animali che Guadagna ha sempre avuto. Quattro scheletri, trovati a due passi da dove i collaboratori rivelarono l’uccisione del boss Saro Riccobono e di altri che lo accompagnavano. Un luogo di latitanza, tra cui quella di Totò Riina e della sua famiglia.
Giovanni Guadagna era lì con macchina fotografia e una guida al riconoscimento dell’avifauna europea quando s’imbatté, senza poterlo immaginare, in una “necropoli dei corleonesi”.
Gli stessi carabinieri, che accolsero la denuncia, dovettero precisare che dietro quel ritrovamento non vi era alcun collaboratore di giustizia: il “mistero” rimase tale. Il libro è anche una “dichiarazione d’amore” per Palermo, come nella prefazione sottolinea il criminologo Ciro Troiano. Un libro che si legge tutto di un fiato per scoprire, poi, che la mafia è molto più vicina a noi, proprio in quella Palermo che Guadagna descrive scegliendo storie familiari e di vita. (Fonte Ansa)
Cronaca
Messina – E’ salito a 20 il numero degli indagati per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti.
Oltre ai primi 17 ai quali fu notificato l’avviso di garanzia nel 2019 quando la Dda di Reggio Calabria aveva ritrovato il fucile grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, sono indagati adesso anche altri esponenti di primi piano della ‘ndrangheta della provincia reggina Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, Giuseppe Morabito, Luigi Mancuso, Giuseppe Zito ed il boss delle cosche “milanesi” Franco Coco Trovato.
I nuovi nomi sono contenuti nel decreto di perquisizione eseguito nelle settimane scorse dalla Squadra mobile a Messina.
Tra i nomi indicati nel documento, che anche quello del boss catanese Nitto Santapaola nei confronti del quale, però, “non si può procedere perché già assolto per l’omicidio Scopelliti”. Nell’inchiesta risultano indagati anche alcuni boss che nel frattempo sono deceduti, Matteo Messina Denaro, Giovanni Tegano e Francesco Romeo.
Nel provvedimento, firmato dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e dal sostituto della Dda Sara Parezzan, c’è ancora Matteo Messina Denaro che, stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, avrebbe partecipato alla fase esecutiva del delitto che sarebbe stato deciso “nel corso di una riunione svoltasi a Trapani nella primavera del 1991”.
Secondo i pm, “il mandato omicidiario proveniva direttamente da Totò Riina” che ha incaricato Messina Denaro il quale, a sua volta, “riceveva le informazioni operative relative alle abitudini di vita del magistrato da Salvo Lima”, l’europarlamentare della Dc ucciso in un agguato a Palermo il 12 marzo 1992.
Il boss di Castelvetrano, infine, stando alla ricostruzione della Procura, avrebbe curato “i contatti con un informatore locale rimasto ignoto che avvisava il gruppo incaricato dell’omicidio in ordine agli spostamenti del magistrato”.
Attualità
Sono passati 43 anni dalla brutale uccisione di Pio La Torre, dirigente del Partito Comunista Italiano, ma il suo assassinio resta ancora oggi un tema di dibattito. Chi lo ha voluto morto? La mafia, certamente. Ma solo la mafia?
Le indagini e i processi hanno confermato che dietro l’omicidio avvenuto il 30 aprile 1982 a Palermo ci fossero Totò Riina e Bernardo Provenzano, i vertici di Cosa Nostra. Tuttavia, il quadro è più complesso: La Torre, da sempre impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, si era anche opposto all’installazione dei missili NATO a Comiso, una battaglia pacifista che aveva mobilitato migliaia di persone.
Pio La Torre non era solo un politico, ma un simbolo della lotta alla mafia e per la giustizia sociale. Il suo impegno e la sua capacità di coinvolgere il popolo lo resero un nemico pericoloso per molti poteri, non solo mafiosi.
A ricordarne la figura e i misteri della sua morte sarà Armando Sorrentino, avvocato e dirigente dell’ANPI, che discuterà dell’eredità politica e civile di La Torre in un evento organizzato dall’ANPI Trapani il 4 marzo a Palazzo D’Alì. Insieme a lui, i giornalisti Fabio Pace e Rino Giacalone analizzeranno il contesto storico e le ombre che ancora avvolgono l’assassinio.
Cronaca
Valderice – Il 25 gennaio del 1983 a Valderice fu ammazzato per mano mafiosa un Servitore dello Stato il giudice GianGiacomo Ciaccio Montalto. Quella di Ciaccio Montalto è la storia di un magistrato onesto, di un magistrato che prima di tutti aveva capito dove colpire la mafia e i suoi solidali per vederla sconfitta, i soldi.
Oggi Valderice ha ricordato il sacrificio del giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso in una stradina della cittadina, mentre rincasava presso la sua abitazione.
La mafia di quegli anni di Ciaccio Montalto è la stessa di oggi. Una mafia che non spara più ma che si è infiltrata nelle istituzioni, nell’impresa, nelle banche come ai tempi di Ciaccio Montalto, che era andato a bussare alla porta di alcune di queste prendendosi e portandosi in ufficio gli assegni dei boss, i guadagni dei traffici di droga, delle raffinerie di eroina impiantate nel trapanese, degli appalti. La mafia che uccise Ciaccio Montalto è la stessa che oggi potente ha saputo proteggere il suo nuovo capo Matteo Messina Denaro. Nonostante le numerose minacce Ciaccio Montalto, non si arrese mai, continuando a lavorare con disciplina e rigore. Attualissime rimangono ancora ora le indagini di quel giudice che prima di essere ammazzato stava per essere trasferito a Firenze. Il giudice Ciaccio Montalto è una delle prime vittime eccellenti nel segno dell’aggressione voluta dal boss Totò Riina.