• Italia
    Caselli, dietro morte Borsellino non c’è indagine mafia-appalti
    Ex procuratore di Palermo: 'non strumentalizzare tesi'
    Redazione1 Agosto 2025 - Cronaca
  • WhatsApp Image 2025 08 01 at 08.18.55 Cronaca

    Roma – “Non ci sono elementi per dire che la strage via D’Amelio sia collegata all’indagine mafia-appalti e, inoltre, nè prima del mio arrivo alla procura di Palermo nè dopo c’è stata una cattiva gestione di quell’indagine. Ridurre la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, eroi moderni di epica grandezza, al tentativo di fermare l’inchiesta mafia-appalti significa ridimensionare il loro valore storico. Entrambi, sia Falcone che Borsellino, sono stati uccisi per una vendetta postuma di Cosa nostra che li riteneva i suoi peggiori nemici. In più Borsellino fu fermato per impedire che riferisse ai magistrati di Caltanissetta, qualora mai l’avessero convocato, quanto a sua conoscenza sull’attentato a Falcone”.

    Lo ha detto l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli nel corso della sua audizione davanti alla commissione nazionale antimafia nell’ambito delle attività d’indagine svolte sulla strage costata la vita al giudice Borsellino e alla sua scorta.

    “Trovo ingiusto strumentalizzare una tesi a discapito di altre”, ha aggiunto.

    Caselli, che ha retto al Pocura di Palermo dopo le stragi mafiose del ’92 (dal 1993 al 1999), ha anche ricordato i successi dell’azione della magistratura di quegli anni.

    “Dopo la reazione dello Stato seguita agli attentati del ’92 c’è stato il più alto numero di collaborazioni con la giustizia, segno di un cambio di egemonia politica e sociale perché il mafioso si pente quando si fida dello Stato – ha spiegato – non dimentichiamo poi i successi contro l’ala militare di cosa nostra, che ha subito colpi durissimi (come le condanne a 650 ergastoli e centinaia di anni di carcere), e le indagini sul lato oscuro dei rapporti tra pezzi Stato e boss”. Caselli ha rivendicato dunque i meriti e i successi della sua Procura. “Quei magistrati – ha spiegato – hanno diritto a rispetto autentico e spargere fango non è compito della commissione Antimafia”. (fonte Ansa)





  • Partanna
    Rita Atria, testimone calpestata nella memoria
    Qui è sepolta Rita Atria. Testimone di giustizia. Morta suicida a Roma il 26 luglio del 1992
    Rino Giacalone26 Luglio 2025 - Cronaca
  • rita atria 1 Cronaca

    Partanna  – di Rino Giacalone – C’è stata una tomba in Italia dove per circa 20 anni non c’è stato scritto il nome di chi vi è sepolto. C’è la foto, ma il nome non è stato scritto per lungo tempo. Quasi fosse impronunciabile e quindi nessuno deve leggerlo. Siamo nel cimitero di Partanna, Valle del Belìce, provincia di Trapani. Qui è sepolta Rita Atria. Testimone di giustizia. Morta suicida a Roma il 26 luglio del 1992. Una settimana dopo la strage mafiosa di via d’Amelio a Palermo. Qui furono straziati dal tritolo di Cosa nostra il procuratore Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli. Rita Atria figlia e sorella di boss di Cosa nostra aveva seguito nel dovere della testimonianza la cognata Piera Aiello.

    Si era affidata al giudice Paolo Borsellino

    Si erano affidati a Paolo Borsellino, Rita era la “picciridda”, appena diciassettenne , che era diventata grande, raccontando a Borsellino, Procuratore della Repubblica a Marsala e poi Procuratore aggiunto a Palermo, quello che aveva appreso ascoltando le conversazioni del padre, Vito, uno potente a Partanna, poi ucciso nella sanguinosa faida degli anni ’90, identica sorte poi toccata a Nicola, il fratello maggiore di Rita, il marito di Piera Aiello. Rita restò sconvolta da quella strage dove aveva perso il suo secondo padre, così considerava Paolo Borsellino, che consapevole aveva accettato quel ruolo per dar forza a quella ragazzina.

    Rita morì ma le sue parole non erano pronunciate a vanvera. La sua testimonianza entrò in diversi processi, dove furono pronunciate pesanti condanne. Svelò gli intrighi del Belìce, la mafia che faceva affari fiancheggiata da certa politica e da alcuni imprenditori. Non ci furono altri motivi se non questi a tenere celato pure in quel cimitero, pieno di morti ammazzati per mano mafiosa e dove sono sepolti pure i boss morti da capi mafia nelle loro case onorate e frequentate dalla migliore borghesia.

    I nomi di questi sono ben stampati, quello di Rita Atria venne scritto in una targa che per iniziativa di Libera venne collocata all’ingresso del cimitero, in attesa che quel nome venisse anche scritto sulla sua tomba. Adesso c’è, ma sono stati necessari anni, tanti anni. Questa storia è la fotografia esatta di una società che dei testimoni di giustizia avrebbe voluto fare a meno. Ed è una foto di oggi, di come l’attuale Governo vuole trattare i testimoni di giustizia.

    Non riconoscendo loro il valore delle loro testimonianze. Forse in quella calda giornata del 26 luglio 1992 la giovanissima Rita ha immaginato la sorte che l’attendeva, e quelle sue poche forze non sono riuscite a sorreggerla moralmente. Noi ancora oggi dobbiamo chiedere perdono a Rita Atria, non le siamo stati vicino abbastanza.

    E lei ha scelto di farsi cadere giù da quella finestra della casa dove il servizio di protezione l’aveva portata, lontano dalla Sicilia e da Partanna. Borsellino moriva in via d’Amelio a Palermo, lei morirà in quella casa in via Amelia a Roma. Scherzo del destino, con i nomi delle vie similari. Rita venne ripudiata dalla madre, come venne ripudiata dai suoi concittadini, troppo picciridda per saper dire le cose, andavano dicendo per sminuire il valore delle sue parole. Affermazioni ripetute dai difensori degli imputati durante i processi.

    La storia di Rita Atria è tutta qui, e non basteranno mai le parole, oggi tante, usate per ricordarla.

    C’è il giallo sul suicidio, ma è solo un giallo, per il quale va riconosciuto il lavoro di chi, come Nadia Furnari e la giornalista Giovanna Cucè, insistono nel dire che ci sono cose che non tornano, un puzzle che manca di alcuni pezzi. Ma giallo a parte, oggi Rita Atria se fosse viva ci racconterebbe quello che da qualche giorno vanno dicendo in giro i suoi “colleghi” testimoni di giustizia. Abbandonati anche alla mercè di quei mafiosi che hanno sete di vendetta.

    Rita non fu solo una testimone di giustizia, lei impersonava la voglia , sottaciuta in alcuni, di cambiamento, le sue parole volevano essere la dimostrazione che era possibile realizzare un mondo fatto di legalità e lealtà, non fu animata dallo spirito di vendetta, ma dalla voglia di cambiare, la voglia di vedere altre donne denunciare e rifiutare la mafia.

    Le parole di Rita

    “Per sconfiggere la mafia – scrisse un giorno Rita – devi sconfiggere quella che tu porti dentro”… lei se ne liberò raccontando ai magistrati tutto quello che sapeva per averlo ascoltato. Rita Atria puntò il dito contro mafiosi e politici che si sedevano con i mafiosi.

    Dobbiamo lavorare e non fermarci per realizzare il sogno di Rita. E dobbiamo farlo facendo i nomi e i cognomi di chi ancora oggi da queste parti in Sicilia ma anche altrove, continua a stringere mani che non dovrebbe stringere, che non rispetta la distanza di sicurezza dalla mafia e peggio ancora c’è chi nelle istituzioni non si preoccupa nemmeno di evitare che ministri stringano mani che non dovrebbero stringere. Dobbiamo insistere anche dinanzi ad un Governo che vuole fermare i magistrati e mettere il bavaglio ai giornalisti. Non ci sono vicende scollegate, il piano oggi messo in atto ha un unico comune denominatore, rimettere indietro gli orologi della storia, applicare quelle regole pensate dal gran maestro della P2 Licio Gelli e sposate dal cavaliere Silvio Berlusconi. E’ quella l’Italia alla quale molti pensano. Tanti di noi sono di parere contrario e si lotta ogni giorno per difendere la nostra Costituzione.

    Salvatore Inguì Libera provinciale

    “Oggi – spesso così ci ricorda Salvatore Inguì coordinatore provinciale di Libera – siamo qui a ricordare a tutti che le mafie ci sono e sono in mezzo a noi, ci sono i mafiosi ed i loro complici che siedono anche nei Palazzi delle Istituzioni, governano le imprese e le economie. In questa provincia di Trapani restano ancora in giro quei lupi che un giorno di settembre del 1988 azzannarono a morte Mauro Rostagno, che hanno preso parte alla pianificazione delle stragi e degli attentati, che hanno festeggiato per la morte di Falcone e Borsellino, alle stragi del 1993, a quella di Pizzolungo del 2 aprile 1985. C’è una politica che resta fatta degli stessi uomini di sempre, quelli che usciti anche
    assolti dalle aule dei Tribunali non abbiamo mai sentito fare mea culpa e che continuano a stringere mani insanguinate. Ci danno fiducia i giovani che invece senza colpe da scontare oggi sono qui nelle terre che portano il Tuo nome per lavorare e togliere i beni ai mafiosi, che partecipano per restituire queste terre alla gente comune, onesta, operosa. Noi ancora oggi saremo a Partanna per fare promesse solenni dinanzi alla tomba di Rita: lavorare per denunciare le contraddizioni irrisolte, le occasioni sprecate, definire il cammino da riprendere, non abbiamo per nulla voglia di abbassare la guardia, chi decide di seguirci sa che non sarà una passeggiata e sa che non ci sono passerelle da attraversare”.

    Il nome di Rita Atria per decenni non è stato scritto sulla sua tomba, ma il suo nome presto venne impresso sui terreni confiscati alla mafia, grazie a quella cooperativa sciale che porta il suo nome e gestisce questi terreni nel Belìce.

    Trentatré anni dopo continuiamo a ricordare non solo oggi ma ogni giorno quella “picciridda”, che con la sua testimonianza ci ha fatto scoprire quanti adulti, di ieri e di oggi, tanti purtroppo, restano incapaci ad essere altrettanto adeguati alle sue parole.





  • Partanna
    Rita Atria, la ragazza che sfidò Cosa Nostra
    Un appuntamento per ricordare una delle storie più forti e simboliche della lotta alla mafia in questa provincia
    Laura Spanò24 Luglio 2025 - Cronaca
  • rita atria mini Cronaca

    Partanna – A 33 anni dalla morte, Rita Atria continua a rappresentare una delle storie più forti e simboliche della lotta alla mafia in questa provincia. Per questo, anche quest’anno, Libera e diverse associazioni hanno organizzato ancora una volta un momento per ricordarla e rinnovare l’impegno contro le mafie e la cultura della sopraffazione.

    A Partanna, sabato 26 luglio, alle 17.30 ci sarà il raduno davanti al cimitero comunale, dove Rita è sepolta. Dopo l’ingresso, alle 17.40, si svolgeranno gli omaggi floreali, seguiti da momenti di riflessione e un omaggio musicale della flautista Verena Pestalozzi. L’iniziativa è organizzata da Libera, Articolo 21, Gens Nova e il Comune di Partanna.

    Un omaggio a Rita per ribadire che la memoria non è un esercizio retorico, ma un impegno che continua. Rita Atria ha pagato con la vita la sua scelta di giustizia. Ricordarla oggi significa restituirle voce, dignità, presenza. E ricordarci che il cambiamento comincia anche da una ragazza di diciassette anni che ha avuto il coraggio di dire no.

    Ma chi era Rita Atria

    Ogni anno, la data del 26 luglio, ci riporta alla mente il tragico destino di Rita Atria, la “picciridda” di Partanna, che, a soli 17 anni, decise di rompere il silenzio omertoso della sua famiglia. Un silenzio che, in quel lontano 1992, si infranse insieme al suo corpo, lanciato dal settimo piano di un palazzo di Roma.

    Rita Atria denunciò e lo fece con il coraggio di chi sapeva di andare contro tutto e tutti: la sua famiglia, le regole del suo paese, la cultura dell’omertà. Lo fece dopo che Cosa nostra uccise il padre Vito e il fratello Nicola, entrambi legati alle famiglie mafiose del Belice.

    Le sue denunce “gravi” trovarono ascolto nel giudice Paolo Borsellino, allora procuratore di Marsala,  che divenne per lei un punto di riferimento. Il suo gesto di ribellione, tuttavia, la isolò ulteriormente. La sua testimonianza portò all’arresto di diversi membri della mafia, inclusi suoi parenti.

    Sapeva che da quel momento in poi non avrebbe avuto più una famiglia, né un luogo sicuro dove rifugiarsi. Così viene trasferita a Roma, sotto protezione, ma a seguirla saranno sempre quel senso di solitudine e abbandono. Era Paolo Borsellino, il suo punto di riferimento, il suo ultimo appiglio di speranza.

    Ma quando anche lui venne ucciso, Rita non resse al dolore. Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, il 26 luglio del 1992, si tolse la vita gettandosi dal settimo piano della casa romana dove viveva sotto protezione.

    Rita Atria fu testimone di giustizia, una figura rara e preziosa in un contesto sociale e familiare dove la legge del silenzio regnava sovrana.

     

     





  • Trapani
    Stasera alle 19 alla Casina delle Palme si ricorda il giudice Paolo Borsellino
    Sul palco due due cronisti del quotidiano palermitano L’Ora, Francesco La Licata e Roberto Leone
    Redazione22 Luglio 2025 - Cronaca
  • borsellino 2 Cronaca

    Trapani – Appuntamento oggi, martedì 22 luglio, a Trapani per ricordare la strage di via D’Amelio e Paolo Borsellino. Promosso dalla sottosezione dell’Associazione nazionale magistrati di Trapani, l’incontro vuole essere non solo un momento di commemorazione, ma anche un’occasione per riflettere, interrogarsi e alimentare una memoria attiva e consapevole, lontana dalla retorica e vicina alla verità storica e civile. Alle 19 sul palco della Casina delle Palme due cronisti del quotidiano palermitano L’Ora, il giornale che per primo negli anni Cinquanta, raccontò l’ascesa del potere mafioso in Sicilia: Francesco La Licata, storico esperto di mafia ora editorialista de La Stampa, e Roberto Leone, passato poi a Repubblica e vicesegretario regionale dell’Associazione siciliana della stampa.

    Con le loro voci e memorie, i due giornalisti ricostruiranno il contesto umano e sociale in cui Paolo Borsellino operò, la sua amicizia con Giovanni Falcone, il senso del suo sacrificio, e il peso ancora vivo delle domande senza risposta che quella strage porta con sé. Un dialogo che vuole andare oltre la commemorazione rituale.

    A dare respiro artistico alla serata sarà l’intervento musicale di Giacomo Maria, in arte Karpa Koi, che intreccerà parole e note in una performance pensata per evocare emozioni e rilanciare messaggi di giustizia e impegno. A guidare e moderare gli interventi sarà Giancarlo Caruso, presidente della sottosezione ANM di Trapani.





  • Trapani
    In Piazza Falcone Borsellino a Trapani, la città ha reso omaggio alla memoria dei martiri della resistenza mafiosa
    Tranchida ha lanciato un'iniziativa culturale che partirà dal prossimo settembre
    Redazione20 Luglio 2025 - Cronaca
  • WhatsApp Image 2025 07 20 at 14.21.04 Cronaca

    Trapani –  In quella tragica giornata, persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. I cinque agenti stavano accompagnando il giudice Borsellino in visita a casa della madre.

    Alla cerimonia erano presenti il Sindaco Giacomo Tranchida, i rappresentanti del Libero Consorzio comunale, della Prefettura, della Procura, della Questura e delle Forze dell’Ordine. Erano presenti anche la rappresentante del CIP, il baby presidente del Consiglio comunale e la capogruppo del Pd a Palazzo Cavarretta.

    In questo momento di doverosa memoria, gli astanti hanno condiviso un messaggio importante: fare memoria non solo nel giorno dell’anniversario, ma anche nei 364 giorni dell’anno.

    Il Sindaco Tranchida ha lanciato un’iniziativa culturale che partirà dal prossimo settembre, con testimonianze di donne, madri, sorelle e figlie delle vittime di mafia, trapanesi e non. “L’iniziativa si ispira all’impegno e alla militanza sociale di Rita Borsellino e Margherita Asta, nonche’ alla coraggiosa azione giornalistica sul sistema dei poteri forti in citta’ di Mauro Rostagno – evidenzia Giacomo Tranchida”

    “A Trapani, tale iniziativa assume un ulteriore messaggio simbolico e d’allerta rispetto a scenari che sembrano ritornare a fare capolino in forme e modalità apparentemente nuove, ma dall’antico sapore – continua Tranchida. Il recente appello di Manfredi Borsellino, che ha denunciato uno Stato “traditore” e compromesso da poteri forti ed occulti che sovente hanno utilizzato la mafia come braccio armato, ci ricorda l’importanza di rimanere vigili e di continuare a lottare contro la mafia in tutte le sue forme – conclude il Sindaco Tranchida”.





  • Italia
    32° Anniversario: il presidente Mattarella ricorda la Strage di via D’Amelio
    "La strage ha costituito l'apice della strategia terroristica condotta dalla mafia"
    Redazione19 Luglio 2025 - Cronaca
  • mattarella Cronaca

    Roma – Il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 32° anniversario della Strage di via D’Amelio.

    «La tremenda strage di via D’Amelio, 57 giorni dopo l’attentato di Capaci, ha costituito l’apice della strategia terroristica condotta dalla mafia. Con atti spietati di guerra, si voleva piegare lo Stato e sottomettere la società. Le Istituzioni e i cittadini lo hanno impedito. Gli assassini a capo dell’organizzazione criminale sono stati assicurati alla giustizia, il sacrificio di chi ha difeso la legalità e la libertà è divenuto simbolo di probità e di riscatto. Ora il testimone è nelle mani di ciascuno di noi.

    L’anniversario della morte di Paolo Borsellino, e con lui di Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, è un giorno di memoria e di impegno per la Repubblica.

    Il primo pensiero è rivolto ai familiari dei caduti, al loro infinito dolore, alla dignità con cui, a fronte della disumana violenza mafiosa, hanno saputo trasmettere il senso del bene comune e hanno sostenuto la ricerca di una piena verità sulle circostanze e i mandanti dell’attentato.

    Questa ricerca è stata ostacolata da depistaggi. Il cammino della giustizia ha subito tempi lunghi e questo rappresenta una ferita per la comunità. Il bisogno di verità è insopprimibile in una democrazia e dare ad esso una risposta positiva resta un dovere irrinunciabile.

    Paolo Borsellino, e con lui Giovanni Falcone, hanno inferto con il loro lavoro colpi decisivi alla mafia. Ne hanno disvelato trame e dimostrato debolezze, lasciando un’eredità preziosa, non soltanto per indagini e processi. Hanno insegnato che la mafia si batte anche nella scuola, nella cultura, nella coerenza dei comportamenti, nel rigore delle Istituzioni, nella vita sociale. Questi insegnamenti continuano a segnare il dovere della Repubblica».





  • Italia
    L’esibizione della borsa semi carbonizzata di Borsellino a Montecitorio mi turba profondamente – di Davide Mattiello
    Davide Mattiello -"Non è possibile non riflettere sulla circostanza che l’inaugurazione della macabra esposizione arrivi pochi giorni dopo la clamorosa operazione della procura di Caltanisetta"
    Redazione1 Luglio 2025 - Cronaca
  • borsa borsellino Cronaca

    Roma – di Davide Mattiello – L’esibizione della borsa semi carbonizzata del giudice Paolo Borsellino nel “transatlantico” di Montecitorio mi turba profondamente: non riesco a non pensare che sia l’ennesima mossa spettacolare della strategia posta in essere da questa destra spudorata, intenta a riscrivere la storia.

    Lo scrivo col rispetto che sento non soltanto per la borsa in se’ che è sacra reliquia di un gigantesco sacrificio umano, ma per i famigliari del magistrato, per il Presidente della Repubblica e per la Camera dei Deputati, cuore della nostra ormai pallida democrazia. Ma se è vero che ogni depistaggio che si rispetti muove sempre da pezzi di verità, adoperati in maniera deformata e deformante, è altresì vero che ogni operazione revisionista, che è una forma sofisticata di depistaggio, deve incardinarsi su elementi di verità e di sincera, collettiva, emozione proprio come quelli alimentati dalla borsa del giudice.

    Infatti non è possibile non riflettere sulla circostanza che questa esposizione consenta di spostare ancora una volta l’attenzione dell’opinione pubblica dalle gravi accuse mosse dalla puntata di Report di una settimana fa relative alle ipotizzate manovre del gen. Mori di abusare della Commissione parlamentare anti mafia ed in particolare della strage di Via D’Amelio volte a realizzare il proprio piano di vendetta contro coloro che, soprattutto i magistrati della Procura di Palermo, lo hanno indagato e processato per anni ovvero di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inaccettabile silenzio accondiscendete della Presidente Colosimo a seguito delle deprecabili esternazioni di Giuseppe De Donno e di Mario Mori in Commissione anti mafia, con le quali esibivano sempiterna stima per quel galantuomo di Dell’Utri e disprezzo totale per i magistrati di Palermo, dopo essere stati messi davanti alle intercettazioni delle telefonate tra De Donno e Marcello Dell’Utri e De Donno e Mori.

    Grida vendetta, più di Mori, il corto circuito vergognoso tra la simpatia manifestata verso Marcello Dell’Utri e le parole precise, ancorche misurate dal doveroso riserbo per indagini in quel momento in corso, di Paolo Borsellino intervistato il 21 Maggio del 1992 da Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo per la francese Canal Plus, proprio sui rapporti tra Vittorio Mangano, gran mafioso di collegamento tra Milano e Palermo, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

    Non è possibile non riflettere sulla circostanza che l’inaugurazione della macabra esposizione arrivi pochi giorni dopo la clamorosa operazione della procura di Caltanisetta che ha mandato a perquisire le case del defunto Tinebra, predecessore dell’attuale capo De Luca, alla ricerca dell’agenda rossa del giudice Borsellino, sulla base di un appunto riferibile niente meno che ad Arnaldo La Barbera, defunto anch’egli e da molti più anni. Un’operazione che, tra l’altro, aiuta una volta di più a far dimenticare che in quei drammatici istanti succeduti all’esplosione in via D’Amelio una delle mani che sicuramente afferrarono la borsa fu quella di un carabiniere, il capitano Arcangioli.

     

    Un’operazione che probabilmente ha puntato tutto su una coppia di illustri defunti perché soltanto i morti possono ancora essere colti di sorpresa da una indagine che è stata bruciata a reti unificate due mesi fa, pur di far sapere istantaneamente a tutto il globo terraqueo che Michele Prestipino, al tempo procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Anti mafia, fosse andato a pranzo con Gianni De Gennaro e Franco Gratteri a chiacchierar di Ponte sullo Stretto, cantieri e infiltrazioni mafiose. Pare per altro che per gli interrogatori a carico di Tinebra e La Barbera siano frenetiche le ricerche del tavolino adoperato nel ’78 per indimenticate sedute spiritiche con finalità anti terroristiche.

    Non è possibile non riflettere sulla contraddizione evidente tra l’ossequio mostrato da questa destra nei confronti di Paolo Borsellino e l’attacco profondo portato alla giurisdizione ed al principio di legalità: l’abolizione del reato di abuso di ufficio, l’annacquamento di quello di traffico illecito di influenze, il taglio delle intercettazioni, la mortificazione della magistratura attraverso la riforma (in corso) del CSM, il tentativo di neutralizzare alcune procedure di prevenzione antimafia inserito notte tempo nel decreto Infrastrutture (per ora accantonato grazie ai rilievi del Quirinale), le modifiche al codice degli appalti in forza delle quali il 98% della spesa pubblica oggi è fatta con affidamento diretto e la catena opaca dei subappalti schiaccia in fondo la sicurezza e la dignità di chi lavora.

    Chissà se qualcuno ha avvertito la Presidente Colosimo che la data scelta per la inaugurazione della esposizione, il 30 di giugno, coincide con l’anniversario della strage di Ciaculli del 1963, che diede la stura ai lavori della Prima Commissione parlamentare anti mafia, la quale seguì negli anni successivi ben altri percorsi, preparando non già la vendetta rancorosa di un ex generale dell’Arma, ma la più potente reazione dello Stato alla piaga del potere mafioso. Infine chissà se quella borsa in “transatlantico” produrrà in qualcuno l’effetto provocato da quello skateboard fatto correre per tutto il transatlantico dal regista Paolo Sorrentino in una delle scene più suggestive de Il Divo: anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti.
    *Articolo 21.org





  • Caltanissetta
    Borsellino: perquisite case Tinebra, si cerca agenda rossa
    Giovanni Tinebra, morto 8 anni fa e responsabile delle indagini successive alla strage di via d'Amelio, avrebbe fatto parte di una loggia massonica
    Redazione26 Giugno 2025 -
  • tinebra giovanni

    Caltanissetta – L’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, morto 8 anni fa e responsabile delle indagini immediatamente successive alla strage di via d’Amelio, avrebbe fatto parte di una loggia massonica. Lo sostiene la procura di Caltanissetta che ha disposto tre perquisizioni, eseguite dal Ros, nelle abitazioni riconducibili a Tinebra nell’ambito dell’inchiesta per i depistaggi successivi alla strage di via D’Amelio.

    La Procura, dice una nota, ha “acquisito una pluralità di elementi che hanno fatto emergere concreti indizi circa la presenza di una loggia massonica coperta a Nicosia (Enna), di cui avrebbe fatto parte anche Tinebra”.

    In particolare la procura di Caltanissetta ha disposto perquisizioni, in tre abitazioni dell’ex procuratore della repubblica di Caltanissetta Giovanni Tinebra.

    Nelle abitazioni situate nelle province di Caltanissetta e di Catania, spiega la procura, si cerca l’agenda rossa di Paolo Borsellino, anche alla luce dell’appartenenza di Tinebra alla loggia massonica coperta di Nicosia, città in cui il magistrato è stato in servizio presso la Procura della Repubblica di Nicosia ininterrottamente dal 1969 al 1992.

    “E’ stato acquisito agli atti del procedimento penale per strage e depistaggio – scrive la procura – un appunto 20 luglio 1992 firmato da Arnaldo La Barbera, a quel tempo capo della squadra mobile di Palermo”.
    “In data odierna, alle 12 – si legge nell’appunto citato dalla procura – viene consegnato al dr. Tinebra, uno scatolo in cartone contenente una borsa in pelle ed una agenda appartenenti al Giudice Borsellino”.
    “Detto appunto privo di qualsiasi sottoscrizione per ricevuta di quanto indicato da parte del dott. Tinebra – scrive la procura oggi – non era mai stato trasmesso a quest’ufficio nell’ambito delle indagini per la strage di via D’Amelio, né il dott. La Barbera ne aveva mai fatto menzione nel corso delle sue escussioni.
    Gli specifici accertamenti svolti da quest’ufficio non hanno consentito di verificare che detta consegna sia effettivamente avvenuta nelle mani del dott. Giovanni Tinebra, né che l’agenda in questione fosse effettivamente l’agenda rossa e non altra agenda appartenuta al dott. Borsellino, poi effettivamente rinvenuta. Non può sottacersi che, in ogni caso, tale borsa sarebbe pervenuta nella disponibilità del dott. La Barbera il 19 luglio sera e, secondo la su indicata nota, sarebbe stata consegnata nella tarda mattinata del 20 luglio ’92, con la conseguenza che il detto La Barbera avrebbe avuto tutto il tempo di prelevare o estrarre copia della più volte citata agenda rossa.  Nel corso delle perquisizioni è stata acquisita documentazione al vaglio di questa autorità giudiziaria”. (fonti Agi e Ansa)





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