• Italia
    Processo Hydra: in abbreviato 62 condanne fino a 16 anni
    L’inchiesta della Dda portò alla luce una presunta alleanza fra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra
    Redazione13 Gennaio 2026 -
  • Tribunale Milano TpOggi 1

    Milano – Sentenza per il primo filone del processo Hydra sull’alleanza tra mafie in Lombardia. Si tratta di coloro i quali i quali avevano scelto i rito abbreviato. Delle 146 persone finite alla sbarra, 78 imputati avevano scelto il rito abbreviato.

    Confermato, l’impianto accusatorio.

    La condanna più dura emessa dal gup Emanuele Mancini è stata a carico di Massimo Rosi per lui 16 anni di carcere. Rosi affiliato alla locale di Lonate Pozzolo è accusato di una serie di reati associativi, associazioni di tipo mafioso e traffico di droga per persone ritenute capi promotori. Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano, condannato a 14 anni come Bernardo Pace, 13 anni per Rosario Abilone, Antonio Grasso a 13 anni e 8 mesi. Condannato a 4 anni e sei mesiFrancesco Bellusci, noto anche come “Occhi celesti”.

    L’inchiesta “Hydra” della Dda aveva al centro una presunta “alleanza” tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare “affari”, il cosiddetto “sistema mafioso lombardo”

    Il giudice, che ha letto il dispositivo ieri, in tarda serata nell’aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, della Procura diretta da Marcello Viola, cioè l’associazione mafiosa “costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni” criminali”.

    Dei quasi 80 imputati in abbreviato 18 sono stati assolti, nove hanno patteggiato. Mentre undici imputati sono stati prosciolti in udienza preliminare. Le assoluzioni sono state “per reati di intestazione fittizia, che fin dall’inizio ritenevamo non essere sussistenti”.





  • Italia
    Pm in maxi processo alleanza mafie, ‘Milano come la Calabria’
    Inizia requisitoria Dda su Hydra. Il 13/11 richieste di condanna
    Redazione11 Novembre 2025 - Cronaca
  • Tribunale Milano TpOggi 1 Cronaca

    Milano – A Milano c’è un «contesto mafioso” simile a quello calabrese, «né più né meno della Calabria». Così i pm della Dda milanese Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno iniziato la loro requisitoria nel filone del rito abbreviato, a porte chiuse e nell’aula bunker, per quasi 80 imputati, nel maxi procedimento ‘Hydrà a carico di 146 persone, scaturito dalle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo.

    L’inchiesta Hydra

    Inchiesta su una presunta «alleanza» tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare «affari», ossia sul cosiddetto «sistema mafioso lombardo». Nella maxi udienza, tra i 146 imputati 77 hanno scelto l’abbreviato, 59 l’ordinario dell’udienza preliminare, mentre gli altri puntano a patteggiare. La requisitoria, con la ricostruzione delle indagini e gli elementi di prova sulle vari posizioni, andrà avanti oggi fino al pomeriggio e si concluderà con le richieste di condanna nella prossima udienza tra due giorni.

    Mentre le difese parleranno il 17 e il 28 novembre, giorno in cui riprenderà pure il filone dell’udienza preliminare, sempre davanti al gup Emanuele Mancini. Tra coloro a giudizio in abbreviato ci sono Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, e Bernardo, Domenico e Michele Pace, che avrebbero fatto parte del mandamento della provincia di Trapani, con al vertice Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro. Parrino, invece, è in udienza preliminare.

    Al procuratore Marcello Viola e alla pm Cerreti, tra l’altro, nei mesi scorsi era anche stata rafforzata la scorta per minacce ricevute legate a queste indagini. Indagini passate pure per una decisione del gip che bocciò gran parte degli arresti, poi però confermati da Riesame e Cassazione.

    Nella precedente udienza

    Nella scorsa udienza il giudice aveva accolto la richiesta della Dda di acquisire nel processo i sei interrogatori, più altri atti a riscontro, di William Alfonso Cerbo, detto «Scarface», il nuovo pentito del maxi procedimento. Sulla tranche ordinaria dell’udienza preliminare, invece, c’è una riserva del giudice sull’acquisizione degli atti. Cerbo ha confermato ai pm l’ipotesi accusatoria in sei verbali, tra settembre e ottobre, con dettagli pure sul suo ruolo di «collettore economico a Milano del clan Mazzei di  Catania». Oltre ad affari di tutti i tipi per decine di milioni di euro – dai traffici di droga all’usura al recupero crediti alle estorsioni, fino ad investimenti con infiltrazioni illecite in aziende, cliniche e nel settore delle costruzioni – negli interrogatori di Cerbo, con tante parti omissate, ci sono anche contrasti tra clan, omicidi (si parla del caso di ‘lupara biancà del boss catanese Gaetano Cantarella) e di presunte talpe nelle forze dell’ordine. (fonte Ansa)





  • Italia
    Processo Hydra. Si pente William Alfonso Cerbo del clan Mazzei
    La notizia è emersa nell'udienza del processo scaturito dalle indagini dei carabinieri su una alleanza tra Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra, e con legami con la famiglia di Messina Denaro
    Redazione24 Ottobre 2025 - Cronaca
  • Tribunale Milano TpOggi 1 Cronaca

    Milano – Ha deciso di pentirsi e di collaborare con la giustizia William Alfonso Cerbo, uno dei vertici del clan catanese dei Mazzei, e ha confermato in più verbali delle ultime settimane l’esistenza, ricostruita dalle indagini della Dda di Milano e dei carabinieri del Nucleo investigativo, di «un’alleanza» tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, che sarebbe stata attiva tra Milano e Varese per fare “affari» e con legami anche col mandamento di Castelvetrano (Trapani), quello di Matteo Messina Denaro.

    La novità è emersa nella maxi udienza del procedimento “Hydra» di stamani a carico di 146 persone, davanti al gup Emanuele Mancini, nel corso della quale, come preannunciato, il procuratore Marcello Viola e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato atti di nuove indagini integrative, tra cui appunto i verbali del nuovo pentito Cerbo e riscontri con intercettazioni.

    Chi è Cerbo

    William Alfonso Cerbo, detto Scarface è nato a Catania il 19 agosto 1982 ed è ritenuto organico al clan catanese capeggiato da Santo Mazzei e di fatto ai vertici del consorzio mafioso lombardo con ruoli direttivi. Cerbo, “inserito nei gangli dei Mazzei ‘carcagnusi’”, inoltre erediterà lo scettro di comando dell’ala catanese dopo la lupara bianca che ha colpito il boss Gaetano Cantarella.

    La scelta di collaborare di William Cerbo, per quel che risulta, è legata in particolare a questioni familiari e alla presenza di figli piccoli. Da settimane ormai il boss ha lasciato il suo appartamento vicino a Citylife per trasferirsi in una località protetta.

    Le indagini

    Le indagini, passate anche per una decisione del gip che bocciò gran parte degli arresti poi però confermati da Riesame e Cassazione, hanno documentato un presunto «sistema mafioso lombardo», ossia una ipotizzata «alleanza» tra «appartenenti» a Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, all’ombra di Messina Denaro, morto nel settembre 2023 e che era stato arrestato a gennaio dopo oltre 30 anni di latitanza.

    Tra gli imputati del maxi procedimento, infatti, figura Paolo Aurelio Errante Parrino, parente del boss. A Viola e Cerreti, tra l’altro, nei mesi scorsi era anche stata rafforzata la scorta per minacce ricevute legate a queste indagini.

     





  • Palermo
    “Acheron”, la droga che viaggiava tra Calabria e Sicilia
    In appello cambiano alcune condanne ma resta in piedi la ricostruzione della Polizia sui traffici di hashish e cocaina
    Laura Spanò23 Luglio 2025 - Cronaca
  • operazione antidroga acheron Cronaca

    Palermo – Approda in appello l’operazione antidroga denominata “Acheron” condotta nel giorno di Santa Lucia del 2022 dalla Polizia, con arresti tra Trapani e Reggio Calabria. Adesso la seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo ha riformato parzialmente, la sentenza emessa dal Gup del Tribunale di Palermo, giudice Ermelinda Marfia, che, in abbreviato, aveva condannato tutti gli imputati.

    La sentenza

    La sentenza di primo grado, emessa il 9 maggio 2024, era stata appellata dagli imputati Giuseppe Beninati, Giuseppe Salerno, Gianfranco Gianni, Ottavio Monaco, Vincenzo Gigante, Alessio Castoro, Leonardo Casano, Francesco Fabrizio, Filippo Giacalone, Pietro Paolo Marino, Vincenzo Mazzola, Maria Grazia Pirrotta, Giuseppa Prinzivalli, Filippo Raccuglia, Carmelo Schifano e Francesco Zurzolo. E i giudici di appello hanno assolto dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga gli imputati Gianfranco Gianni, Alessio Castoro, Maria Grazia Pirrotta e Giuseppe Salerno , pur condannandoli per gli altri reati loro contestati: 4 anni e 8 mesi di reclusione e 24 mila euro di multa per Alessio Castoro e Maria Grazia Pirrotta, 2 anni e 8 mesi e 32 mila euro di multa per Gianfranco Gianni; 10 anni e 4 mesi di reclusione e 37 mila euro di multa per Giuseppe Salerno. Pene più ridotte di quelle comminate in primo grado anche per gli imputati, Francesco Fabrizio, Filippo Giacalone, Vincenzo Gigante, Ottavio Monaco, Carmelo Schifano e Giuseppe Beninati. Francesco Zurzolo è stato condannanto a 3anni, 10 mesi e 20 giorni di reclusione e 12 mila euro di multa.

    L’Avvocato Benedetto Ruggirello,

    L’Avvocato Benedetto Ruggirello, difensore dell’imputata Maria Grazia Pirrotta, nel dichiararsi soddisfatto per l’accoglimento delle tesi difensive sostenute, che avevano, fin dall’origine, mirato all’esclusione per la sua assistita dal vincolo associativo, “afferma di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza per vagliare eventuale ricorso in Cassazione, in relazione al trattamento sanzionatorio”.

    L’operazione “Acheron”

    Il procedimento penale trae origine da un’operazione della Dda di Palermo, eseguita il 13 dicembre del 2022, tra le province di Trapani, e Reggio Calabria, per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Un giro vorticoso all’ombra di mafia e ‘ndrangheta, che aveva richiesto ed ottenuto dal Gip, l’applicazione di 32 misure cautelari, alcune ai domiciliari, la maggior parte in carcere. Le indagini, avevano documentato l’attività di due distinte organizzazioni criminali, tra loro collegate, che operavano a Trapani e provincia, in grado di garantire il funzionamento di numerose piazze di spaccio ubicate sia nel capoluogo che a Marsala.

    I rapporti storici tra  Cosa Nostra e ‘Ndragheta

    Una indagine che confermò scenari già conclamati dalla storia dei rapporti e delle relazioni criminali tra Trapani e la Calabria. Una joint venture tra mafia trapanese e ndrine calabresi mai conclusa, affari che nel tempo si sono rinnovati, Cosa nostra e ‘Ndragheta sono tornati ai traffici di droga, cocaina, crack, eroina e hashish. Per gli inquirenti l’organizzazione criminale era di fatto l’erede dei grandi boss, il mazarese Agate e il calabrese Pannunzi, che già dagli anni 70 inaugurarono i trasporti di droga con le navi mercantili. Durante l’inchiesta “Acheron” la Polizia scoprì che nel corso del periodo del lockdown, la droga veniva fatta viaggiare dentro le ambulanze. Ma i ruoli per famiglie mafiose e ndrine era sempre uguale: la Calabria è il provider, la Sicilia e altre Regioni le terre dello spaccio. Traffici serviti a rimpinguare le casseforti di Cosa nostra. Durante le indagini furono sequestrati oltre 35 chilogrammi di hashish e 5 di cocaina.





  • Messina
    Omicidio Scopelliti, salgono a 20 indagati, altri boss calabresi
    Il delitto del giudice deciso in un summit a Trapani: Matteo Messina Denaro sapeva notizie sul magistrato dall’on. Salvo Lima
    Redazione21 Maggio 2025 - Cronaca
  • WhatsApp Image 2025 05 21 at 09.06.26 Cronaca

    Messina – E’ salito a 20 il numero degli indagati per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti.
    Oltre ai primi 17 ai quali fu notificato l’avviso di garanzia nel 2019 quando la Dda di Reggio Calabria aveva ritrovato il fucile grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, sono indagati adesso anche altri esponenti di primi piano della ‘ndrangheta della provincia reggina Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, Giuseppe Morabito, Luigi Mancuso, Giuseppe Zito ed il boss delle cosche “milanesi” Franco Coco Trovato.

    I nuovi nomi sono contenuti nel decreto di perquisizione eseguito nelle settimane scorse dalla Squadra mobile a Messina.

    Nell’inchiesta anche il nome di Matteo Messina Denaro

    Tra i nomi indicati nel documento, che anche quello del boss catanese Nitto Santapaola nei confronti del quale, però, “non si può procedere perché già assolto per l’omicidio Scopelliti”. Nell’inchiesta risultano indagati anche alcuni boss che nel frattempo sono deceduti, Matteo Messina Denaro, Giovanni Tegano e Francesco Romeo.

    L’omicidio deciso in un summit avvenuto nel trapanese

    Nel provvedimento, firmato dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e dal sostituto della Dda Sara Parezzan, c’è ancora Matteo Messina Denaro che, stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, avrebbe partecipato alla fase esecutiva del delitto che sarebbe stato deciso “nel corso di una riunione svoltasi a Trapani nella primavera del 1991”.
    Secondo i pm, “il mandato omicidiario proveniva direttamente da Totò Riina” che ha incaricato Messina Denaro il quale, a sua volta, “riceveva le informazioni operative relative alle abitudini di vita del magistrato da Salvo Lima”, l’europarlamentare della Dc ucciso in un agguato a Palermo il 12 marzo 1992.
    Il boss di Castelvetrano, infine, stando alla ricostruzione della Procura, avrebbe curato “i contatti con un informatore locale rimasto ignoto che avvisava il gruppo incaricato dell’omicidio in ordine agli spostamenti del magistrato”.





  • Alcamo
    Carmine e Salvatore, i due carabinieri del giallo di Alcamo Marina
    Siamo alla vigilia dei 50 anni, ma dell'omicidio dei due militari si continua a non saper nulla
    Rino Giacalone27 Gennaio 2025 - Cronaca
  • casermetta Cronaca

    Alcamo – I processi si fanno caso per caso. E sul delitto di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, i due carabinieri uccisi il 27 gennaio 1976 all’interno della caserma di Alcamo Marina dove prestavano servizio, i processi ci sono stati, anche le condanne, ma si è scoperto essere stati giudizi, di colpevolezza, truccati. I condannati hanno ottenuto la revisione del giudicato processuale, furono costretti a confessare la loro colpevolezza, quando erano assolutamente innocenti, chi li ha accusati nel frattempo, e a ridosso di quel 1976, è morto suicida in carcere, e tutto è finito inghiottito in un grande buco nero.

    La riapertura del caso

    A riaprire il caso in ultimo ci ha provato la commissione nazionale antimafia, quella della precedente legislatura, presieduta dal senatore Nicola Morra. Atti dell’inchiesta parlamentare sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Trapani. Ma come società civile abbiamo il dovere di interrogarci. Guardando al contesto. E quello che ci viene davanti agli occhi è quello trapanese, teatro di questi omicidi come di tanti altri. La terra dei “poteri forti”, intrecci tra mafia, politica, imprese, banche e…massoneria. Ci sono pagine e pagine di sentenze dove si fa riferimento a questa realtà, dove viene descritto il palcoscenico di quegli anni, dove apparati dello Stato facevano finta di attaccare la mafia, anche se ancora così molti non la chiamavano, anzi c’è di più, per tanti la mafia nemmeno esisteva, e invece con i mafiosi facevano accordi. Gladio arriva presto in Sicilia. Era già qui negli anni ’70 la struttura paramilitare creata in nome della guerra fredda, per organizzare un esercito di “patrioti” pronti a difenderci dal pericolo comunista. Ora immaginate questi gladiatori in Sicilia. A far che? Con il pericolo sovietico, l’est europeo è da tutt’altra parte. Gladio era qui per far altro. E quelli che erano patrioti forse erano tutto fuorché patrioti. La mafia, specialista negli inciuci, così faceva grandi favori. La Sicilia era una sorta di portaerei che guardava al Mediterraneo, ai paesi cosiddetti frontalieri. Nord Africa, Medio Oriente, il mare era pieno di un andirivieni di traffici…segreti. In terra di Sicilia però c’era da ottenere il lasciapassare di Cosa nostra. E così negli interscambi la mafia otteneva droga e armi. E incrementava i propri incassi. Denaro che puntualmente finiva nei grandi riciclaggi, dentro le banche siciliane innanzitutto.

    Poteva accadere che qualcosa andava storto.

    Come due carabinieri che scoprono mezzi pesanti pieni di armi, un magistrato che si imbatte nei conti correnti di certi imprenditori, un altro ancora che scopre container in arrivo e in partenza dal porto di Trapani che portavano dentro cose del tutto diverse dalle merci dichiarate, un giornalista che intuisce la consistenza della mafia trapanese e non nasconde al pubblico che lo ascoltava le sue certe convinzioni, e potremmo andare avanti. Tutti fatti ufficialmente non collegati, ma che hanno lo stesso comune denominatore, delitti mafiosi con coperture eccellenti.

    Chi sono gli assassini?

    Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta non sappiamo da chi sono stati uccisi, ma certamente sono stati uccisi per aver fatto il loro dovere, in una terra dove all’epoca il dovere più forte esistente era quello di girarsi dall’altra parte. E questo avveniva però con il consenso di quella borghesia alla quale faceva comodo che qualcuno si sporcasse le mani, anche di sangue. Noi siamo soliti ricordare le vittime delle mafie nei giorni delle tristi ricorrenze. Può andare bene, possono essere apprezzati gesti, iniziative e cerimonie, ma nei giorni successivi abbiamo il dovere, ognuno di noi, di tirare fuori quella melma che ancora oggi copre questo territorio, questa provincia di Trapani. Perché quei tremendi inciuci di un tempo non sono stati cancellati, resistono, non possono esserci più i protagonisti di quel tempo, ma il sistema criminale esiste e resiste.

    Raccontiamo la verità

    Allora raccontiamo le cose come sono andate, che Carmine e Salvatore non sono stati uccisi da dei balordi, che Ciaccio Montalto non è stato ucciso per caso, che Carlo Palermo doveva morire perché aveva guardato dentro le casseforti di certi partiti, che Mauro Rostagno fu ammazzato perché voleva denunciare l’esistenza del tavolino per la spartizione dei grandi appalti. Un contesto nel quale c’era un sistema pronto e lesto poi nel trasformare quegli omicidi quasi come se fossero conseguenza di fatti privati. Non erano delitti per fatti privati! Ammazzati perché per loro esisteva come prima cose il dover fare fino in fondo il loro dovere. Quello di dare un futuro onesto a questa terra dove tanti erano e sono i disonesti. A Trapani il tempo passa, ma le cose sembrano non cambiare mai, una ragnatela in cui si impiglia chiunque cerchi giustizia.





  • Italia
    Milano, minacce di morte al procuratore Viola e alla pm Cerreti
    Indagano sulla «mafia a tre teste». Non si trova il boss Parrino, parente di Messina Denaro
    Redazione26 Gennaio 2025 - Cronaca
  • cds Cronaca

    Milano – Innalzate le misure di sicurezza per il procuratore di Milano Marcello Viola e per la pm Alessandra Cerreti,  entrambi sono già sotto scorta. L’inchiesta Hydra punta sull’alleanza in Lombardia tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra. L’allerta sale anche dopo l’arresto, casuale, di uno degli indagati trovato con un revolver in piazza San Babila

    Minacce di morte al procuratore Viola e al pm della Dda Cerreti

    Minacce ritenute molto serie e circostanziate, che hanno portato ad innalzare le misure di sicurezza nei confronti dei due magistrati, mentre la Procura di Brescia, competente sulle indagini che vedono vittima le toghe milanesi, ha aperto una inchiesta.Il timore è che le minacce – si legge sulle pagine locali di Corriere della Sera e Repubblica – siano collegate con l’inchiesta ‘Hydra’ sulla mafia a tre teste, ovvero l’alleanza in Lombardia tra Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, entrata nel vivo con la conferma della suprema corte dell’impianto dell’accusa di mafia e l’esecutività degli arresti.

    Alcuni degli arrestati

    Tra questi Gioacchino Amico, poi scarcerato perché aveva già passato un anno in custodia cautelare per altri reati, e Giovanni Abilone, ritenuto dagli inquirenti uno degli esponenti mafiosi collegati al mandamento di Castelvetrano di Matteo Messina Denaro. Scoperto anche un arsenale di armi: mitra, fucili, pistole automatiche e munizioni. E’ invece ancora irreperibile Paolo Aurelio Errante Parrino, 77 anni, considerato il “punto di raccordo” tra il presunto “sistema mafioso” in Lombardia e il “capo dei capi” Matteo Messina Denaro.

    Il procuratore Viola ha lavorato per anni tra Palermo e Trapani, in prima linea nella battaglia a Cosa nostra. Adesso però i livelli di attenzione sono massimi perché gli inquirenti temono un collegamento con l’inchiesta «Hydra» del Nucleo investigativo dei carabinieri e della Dda che proprio in questi giorni sta incassando la conferma degli arresti dalla Cassazione, dopo che il Riesame aveva accolto il ricorso della procura per 41 indagati in seguito alla bocciatura a ottobre ‘23 da parte del gip di 142 istanze di misura cautelare su 153.

    Quando sono scattate le minacce

    L’inchiesta sulla «mafia a tre teste» con l’alleanza tra Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta è stata coordinata proprio dalla pm della Dda Alessandra Cerreti. E le minacce di morte risalirebbero a ottobre, periodo in cui il magistrato era in aula con il procuratore Viola per discutere i ricorsi al Riesame. Un segnale «inquietante» che confermerebbe la pericolosità del «sistema mafioso lombardo». Le indagini si muovono nel riserbo, ma mercoledì l’arresto del tutto casuale in piazza San Babila di uno degli indagati, Giovanni Abilone, con la scoperta di un arsenale nascosto di armi da guerra (mitra, fucili e pistole automatiche che ha detto di aver «trovato in montagna») ha allarmato ulteriormente questura e prefettura che già avevano «innalzato» le misure di sicurezza intorno ai due magistrati.

     





  • Italia
    Diventa “uccel di bosco” Errante Parrino, cugino di Messina Denaro
    L'uomo doveva essere arrestato ieri
    Redazione26 Gennaio 2025 - Cronaca
  • errante parrino Cronaca

    Abbiategrasso (Milano) – La richiesta d’arresto per lui era stata bocciata dal gip, come per molti altri, ma poi il Riesame ha accolto il ricorso della Dda di Milano e la Cassazione ha confermato quella decisone e disposto la custodia cautelare in carcere che doveva essere eseguita ieri. Ma Paolo Aurelio Errante Parrino, 77 anni, uno degli indagati della maxi inchiesta “Hydra” sulla “alleanza” delle tre mafie nel nord Italia, è irreperibile. Per gli inquirenti, Parrino, residente ad Abbiategrasso, nel Milanese, collegato al clan di Castelvetrano, sarebbe stato il “punto di raccordo” tra il presunto “sistema mafioso” in Lombardia, che avrebbe unito presunti affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, e il defunto Matteo Messina Denaro, suo cugino da parte di madre.

    Il Riesame ha riconosciuto l’associzione mafiosa

    La decisione del Riesame, che ha riconosciuto l’imputazione principale di associazione mafiosa come contestata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandra Cerreti nell’inchiesta dei carabinieri del Nucleo investigativo, era arrivata lo scorso ottobre, dopo che il gip Tommaso Perna nell’ottobre del 2023 aveva rigettato 142 istanze di misura cautelare su 153, disponendo 11 arresti. E bocciando l’accusa sul “consorzio” delle tre mafie, ribattezzato dai pm “sistema mafioso lombardo”. In questi giorni la Cassazione sta respingendo mano a mano i ricorsi delle difese contro il Riesame, come quello discusso venerdì dalla difesa di Errante Parrino. Alcuni arresti sono già stati effettuati nei giorni scorsi, mentre Parrino è irreperibile. Il caso “Hydra” aveva anche creato uno scontro tra pm e ufficio gip, a seguito della bocciatura dei numerosi arresti richiesti.

    Dopo la Conferma della Cassazione, arrestati diversi indagati

    Nei giorni scorsi, poi, dopo le prime decisioni della Cassazione di conferma del Riesame, sono stati arrestati diversi indagati, tra cui anche Gioacchino Amico, presunto vertice della “struttura unitaria” lombarda per conto della Camorra del clan dei Senese. Poi scarcerato, però, per motivi procedurali, perché aveva già passato un anno in custodia cautelare per altri reati riconosciuti dal gip nella stessa inchiesta. Anche altri, come Massimo Rosi, presunto esponente di vertice per la ‘ndrangheta, sono stati scarcerati per questo motivo e non è stato necessario un nuovo arresto per un altro indagato, difeso dall’avvocato Lorenzo Meazza.

    Le udienze del Riesame fino a metà febbraio

    Il Riesame, dopo il ricorso della Dda su 79 posizioni con richiesta di carcere per associazione mafiosa, aveva disposto il carcere per 41 indagati e le udienze in Cassazione andranno avanti fino a metà febbraio.

    Parrino comunicava notizie al boss Matteo Messina Denaro

    Secondo le indagini della Dda, Errante Parrino avrebbe anche passato a Messina Denaro “comunicazioni relative ad argomenti esiziali”, mentre era latitante, anche perché il boss avrebbe avuto un interesse diretto, secondo i pm, “negli ingenti affari finanziari realizzati in Lombardia dal sistema mafioso lombardo”.

    Per il Riesame deve andare in carcere anche Giuseppe Fidanzati, presunto vertice per conto di Cosa Nostra (l’udienza in Cassazione si terrà la prossima settimana).





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