Cronaca
Trapani – Chi si ferma davanti a ciò che rimane dopo 40 anni della blindata del giudice Carlo Palermo ha l’impressione di ricevere un pugno nello stomaco. Immaginare che su quell’auto quella mattina del 2 aprile 1985 viaggiavano delle persone, diventa davvero difficile, come difficile è pensare che tre innocenti sono morti disintegrati da quell’esplosione che per intensità è paragonabile alle bombe fatte esplodere in atti di terrorismo.
Non dimenticando i superstiti che in questi anni hanno lottato con quelle terribili immagini.
Da ieri mattina la Fiat 132 utilizzata dal giudice Carlo Palermo assieme alla scorta, per spostarsi dalla sua abitazione al palazzo di giustizia in via XXX Gennaio, ha finalmente una collocazione più dignitosa. Per anni infatti è stata abbandonata negli spazi prima nella zona dell’autoparco comunale tra cumuli di rifiuti e poi negli spazi del Tribunale di Trapani.
L’intento dichiarato è ricordare Barbara Rizzo e i suoi figli gemelli Giuseppe e Salvatore Asta, vittime innocenti di un attentato mafioso che voleva colpire il magistrato che su quell’auto viaggiava assieme ai suoi uomini della scorta. Ma non solo.
Oggi quell’auto è stata trasformata in una installazione artistica curata da Massimiliano Errera dal titolo “Flowers 132” – al suo interno tre gigli che svettano nel cielo a simboleggiare la rinascita, la speranza e quanto può nascere dalla memoria condivisa. “Flowers 132” è un’opera che parla con un linguaggio artistico volutamente duro, per ricordare che la violenza può essere sconfitta solo attraverso la memoria. Un messaggio di speranza civile, capace di scuotere le coscienze e stimolare il dibattito.
Tutto intorno, la ditta “Arte Vivente” di Davide De Martino, ha realizzato un’aiuola con i “non ti scordar di me”.
“Questa macchina – ha sottolineato commossa Margherita Asta – rappresenta la bruttezza di quello che accadde quel giorno. Ma da quella bruttezza, da quel dolore, nascono i fiori della speranza, il guardare sempre oltre. Trapani ha conosciuto il malaffare, ma deve continuare a credere nella giustizia e nella verità. Io, anche se vivo lontano, sono e sarò sempre trapanese: quei fiori parlano per tutti noi, ci chiedono di andare avanti insieme, per il bene di questa terra”.
Il sindaco Giacomo Tranchida ha ricordato la storia che sta dietro l’opera la cui idea è nata nel 2019 dal desiderio di restituire dignità a quella carcassa dimenticata da tutti come dimenticata da tutti o quasi tutti è stata la stessa strage: “Abbiamo voluto che diventasse un simbolo consegnato ai giovani, un segno di memoria e di futuro. Questi fiori rappresentano la bellezza. È un omaggio ai tuoi cari, Margherita, ma anche una consegna alle nuove generazioni, perché custodiscano il valore della legalità e della speranza”.
Il prefetto Daniela Lupo, ha invitato i cittadini a leggere il monumento “non come un oggetto da osservare, ma come un luogo dell’anima. Questa macchina non deve suscitare curiosità, ma riflessione. Bisogna scegliere da che parte stare, e oggi Trapani dimostra di voler stare dalla parte della legalità. Quei fiori che emergono dal metallo contorto sono un segno di rinascita, una testimonianza che dal dolore può germogliare la speranza. Riflettete quando passerete di qui non è una balaustra da cui guardare, ma un punto di raccoglimento e di memoria”.
Per il presidente del Tribunale il giudice Alessandra Camassa: “E’ importante la restituzione di quello che possiamo considerare un simbolo di quell’evento devastante per la città, per ricordare a tutti quello che è accaduto in questa città, per rendersi conto del livello dello scontro che c’è stato con la criminalità organizzata. Sperando che anche questo segnale concreto sia di monito per non dimenticarci che la battaglia non è finita”.
Attualità
Custonaci – Ritorna, con la sua sesta edizione, «Una Boccata d’Arte», che è una manifestazione ideata dalla «Fondazione Elpis» e che dal 2020 sostiene la realizzazione di progetti artistici «site-specific» frutto di percorsi di esplorazione delle tradizioni e dei saperi dei luoghi. L’iniziativa, unica nel suo genere per ampiezza territoriale, promuove un’inedita relazione tra arte, comunità, paesaggio, usanze e patrimonio culturale, creando connessioni profonde tra gli artisti, i territori ospitanti e gli abitanti, grazie a una rete di curatori regionali. «Una Boccata d’Arte» è l’unico progetto che opera sull’intero territorio nazionale, lasciando nei territori interessati, attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea, nuove memorie collettive e segni tangibili del proprio passaggio. Il format si basa sul coinvolgimento, ogni anno, di 20 artisti, italiani e internazionali, invitati a intervenire in 20 borghi, uno per ciascuna delle 20 regioni italiane. Gli artisti selezionati devono avere la capacità di proporre progetti pensati per coinvolgere le comunità locali in maniera inclusiva e partecipativa.
Per quanto riguarda la «Città di Custonaci» l’inaugurazione dell’installazione artistica si terrà domenica 29 giugno (ore 18.30) presso il «Parco di Cerriolo». Il tema che emerge, in particolare, dal lavoro proposto da Nicola Martini (Firenze, 1984) è la relazione tra le tradizioni economico produttive del territorio e una nuova sensibilità sui temi dell’ambiente. L’artista, nella sua pratica scultorea, impiega processi di destrutturazione della materia e le sue installazioni sono spazi di esperienza. Le sue opere riflettono una ricerca sulla storia, sulla durata del tempo e sulla percezione. Nel caso della cittadina collinare Nicola Martini pone l’attenzione sulla filiera estrattiva del marmo e sul suo impatto sul paesaggio. L’intervento dal titolo «MANGIATUTTO», a cura di Giulia Monroy, si compone, infatti, di due blocchi di Perlato Sicilia e di diaspro rosso, residui di cava, sottoposti a un’erosione estrema e fino al limite del collasso. La pietra, da scarto industriale, si trasforma in corpo simbolico e ogni perforazione è un varco nel tempo, un gesto rituale che svela la memoria silenziosa della materia. L’opera ha coinvolto nella realizzazione le maestranze locali, che sono i veri e tradizionali custodi della conoscenza del materiale lapideo.
«Una vecchia cava di marmo, ubicata all’interno del «Parco di Cerriolo», è stata individuata da Nicola Martini – afferma il Sindaco di Custonaci Fabrizio Fonte – per esporre l’opera realizzata ed in cui il pubblico è invitato a confrontarsi con essa. L’edizione 2025 di «Una Boccata d’Arte», manifestazione che ha avuto il patrocinio dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, si caratterizza, sin dalla sua prima edizione, per tutta una serie di interventi che si muovono, come nel nostro caso, verso spazi – prosegue il primo cittadino – spesso in disuso, ma tuttavia destinati a restare segni permanenti nel territorio. Il marmo per Custonaci è, del resto, tra gli elementi dell’identità da cui, attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea, si poteva trarre spunto per dare vita ad un’opera in cui la comunità poteva riconoscersi. Far acquisire una sempre maggiore consapevolezza – conclude il Sindaco Fonte – che il paesaggio culturale, nel senso più ampio del concetto, avrà una sempre maggiore rilevanza nel futuro della «Città di Custonaci» è, certamente, uno tra i principali obiettivi che ci siamo posti e che intendiamo perseguire».
Attualità
Bonagia Valderice – Il vento di Bonagia sussurra storie antiche, e ora quei racconti hanno un volto. I rais e i tonnaroti che per generazioni hanno solcato il mare e sfidato le onde per la pesca del tonno rivivono nell’installazione artistica di Arianna Maggio.
Sarino Renda, Mommo Solina, Ciccio Rizzo, Salvatore Solina, Nicolao Adragna, Lorenzo Carpitella e Nicolò Adragna: i loro sguardi, incisi nei blocchi di cemento che proteggono il porticciolo, parlano di sacrificio, forza e appartenenza. Sono i custodi silenziosi di una delle ultime tonnare siciliane, testimoni di un’epoca che il tempo prova a cancellare, ma che il mare non dimentica.
Un tributo che non è solo arte, ma memoria viva, scolpita tra il sale e il vento di Bonagia.
Cronaca
Custonaci – La città di Custonaci stamane ha ricordato il piccolo Giuseppe Di Matteo.
A Custonaci la memoria diventa impegno civile per le nuove generazioni. Anche quest’anno, si è tenuta terrà la manifestazione “Un Angelo al Galoppo”, per ricordare il piccolo Giuseppe Di Matteo barbaramente assassinato dalla mafia l’11 gennaio del 1996 all’età di 12 anni. La sua unica colpa era quella di essere il figlio di un collaboratore di giustizia. Nella villetta intitolata proprio al piccolo Di Matteo, che fu anche prigioniero nel corso del lungo sequestro, per circa due mesi, nella frazione di Purgatorio, è stata svelata un’installazione artistica, realizzata da Martina Angelo, frutto di un progetto della democrazia partecipata, alla presenza degli studenti dell’Istituto Comprensivo “Lombardo Radice – Enrico Fermi” e delle autorità civili, religiose e militari.
Un’opera artistica per non dimenticare l’orrore e la ferocia di Cosa nostra. Custonaci, questa mattina, ha ricordato il piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido nel 1996. Aveva 12 anni. La sua colpa? Quella di essere figlio di un collaboratore di giustizia. La mafia decretò la sua condanna a morte e lo fece nel modo più brutale.
Questa mattina, nella villetta dove venne tenuto prigioniero il ragazzino dopo il sequestro, nella frazione di Purgatorio, è stata scoperta l’opera “Un angelo al galoppo”realizzata da Martina Angelo.
Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia. “Oggi ricordiamo il sangue di un innocente tra gli innocenti; quello di un bambino: Giuseppe Di Matteo. La sua storia è la fotografia della crudeltà della mafia. L’efferatezza di un omicidio che incarna il male e scuote, giorno dopo giorno, le nostre coscienze”. Così sui social la presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, nel ricordo del bambino ucciso dalla mafia l’11 gennaio del 1996 a San Giuseppe Jato.