Cronaca
Trapani – di Rino Giacalone – C’è un errore che ancora oggi si compie, quello di tenere distinti gli episodi che sono dentro la terribile stagione di stragi e delitti dagli anni ’70 sino al 1993. Ci sono i comuni denominatori, Cosa nostra innanzitutto, la politica che siede al tavolo con i mafiosi, con i loro rappresentanti, i colletti bianchi, una stagione segnata dal sostegno che la mafia garantisce alla Dc prima e al Psi dopo, da Andreotti a Craxi, la presenza della massoneria segreta e deviata che apre i suoi salotti ai vertici dei servizi segreti in mano a esponenti della destra, come il generale Vito Miceli, il giallo sui golpe, la presenza di Gladio, i traffici di armi, sulle stesse rotte si commercia la droga, le banche che riciclano il denaro.
Dalla strage dei due Carabinieri, Apuzzo e Falcetta, ammazzati 50 anni addietro nella loro casermetta di Alcamo Marina, al delitto del giornalista catanese Giuseppe Fava, il primo a dire della mafia che sedeva in Parlamento, dal delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella a quello del magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto, dalla strage di Pizzolungo all’assassinio di Mauro Rostagno, e poi le stragi di Capaci e Via D’Amelio, le bombe di Milano, Roma e Firenze.
Le vicende giudiziarie, i processi, con le assoluzioni che pesano più delle condanne, sono staccate, la storia ci dice altro. Trapani crocevia delle trame che stanno dentro tragici accadimenti.
Nel 1977 ci fu un poliziotto che mise nero su bianco quella strategia, che vedeva mafia ed eversione di destra unite nel loro piano di morte, un piano che serviva a certa politica. Giuseppe Peri era il capo della Squadra Mobile di Trapani, il suo nome oggi non viene ancora adeguatamente ricordato come merita. Scaricato dai suoi superiori, inascoltato dai magistrati, il suo rapporto finito in archivio, letto oggi sembra fotografare ancora l’attualità che si scorge scorrendo gli atti della Procura di Firenze sui mandanti esterni delle stragi del 1992 e 1993. Peri morirà di crepacuore, dentro un ufficio ricavato in un sottoscala della Questura di Palermo.
Cosa nostra che accetta di fare da service per delitti e stragi, in cambio chiede che in Sicilia occidentale i “cani” restino attaccati, niente indagini e inchieste clamorose. Questa parte dell’isola tra gli anni ’70 e ’90 è terra dove raffinare eroina, fare traffici di armi, concedere lasciapassare a servizi segreti , riempire polveriere di armi, permettere a Cosa nostra il controllo su banche ed economia, gestire gli appalti, trasformare le città con i sacchi urbanistici. Cossiga e Craxi sono i potenti presidenti del Consiglio di quegli anni, il primo si porta dentro segreti inconfessabili, l’altro viene a Palermo a festeggiare l’epopea del “Garofano”, mentre dentro Cosa nostra passa il messaggio di smetterla con il votare scudocrociato. Siamo alla vigilia della nascita di Forza Italia, guarda caso anche qui la radice è siciliana, da Marcello Dell’Utri ai fratelli Graviano, dai Messina Denaro al senatore D’Alì.
Una escalation criminale che ha un fine “mettere le mani sul Paese” e quindi ci sono personaggi scomodi dai quali liberarsi in fretta. Mattarella, Ciaccio Montalto, Carlo Palermo, Mauro Rostagno, gli unici che più o meno consapevolmente hanno in mano i fili di queste trame.
Trapani e i suoi segreti: Gladio, la loggia segreta Iside 2, la latitanza trentennale di Matteo Messina Denaro, quel tritolo che viene usato dall’attentato al Treno Rapido 904 del 24 dicembre 1984, all’attentato di Pizzolungo del 2 Aprile 1985, che doveva uccidere il pm Carlo Palermo e fece scempio di Barbara, Salvatore e Giuseppe, la famiglia Asta, dalla fallita strage dell’Addaura, primo attentato a Giovanni Falcone all’attentato che distrusse la casa dell’ex sindaco di Palermo Elda Pucci, dalla strage di Via D’Amelio a quelle del 1993. Tritolo potenziato con il sentex che i mafiosi trapanesi custodiscono gelosamente.
Mattarella guardava parecchio alla provincia di Trapani. Era interessato alle dinamiche politiche, aveva intuito che qui non era solo politica. Nel comitato provinciale della Dc sedevano i cugini Salvo, e nessuno aveva nulla da dire. E’ tra i primi che chiude le porte in faccia ad un rais del suo partito, Pino Giammarinaro, politico salemitano, e a Salemi comandano i Salvo. Ucciso Mattarella guarda caso Giammarinaro farà carriera a capo degli andreottiani trapanesi, fidatissimo del potente leader della corrente in Sicilia, Salvo Lima. E’ quella parte della Dc che non nasconde di parlare con la destra. E Cosa nostra ringrazia, perché è il tavolo dove siede sulla poltrona di comando.
Non ci sono realtà distinte. Mafia ed eversione di destra, Cosa nostra e politici destroidi, costituiscono un’unica entità, e questa alleanza dominerà gran parte del precedente secolo, e oggi non è scomparsa , è trasformata, ripulita, modernizzata c’è ancora, governa il Paese. Un Paese dove non servono più le armi per zittire i nemici, bastano un paio di leggi, scassare la giustizia e imbavagliare l’informazione, e il gioco è fatto.
Eppure tutto questo nel 1976 lo aveva scritto un poliziotto trapanese, Giuseppe Peri
Cronaca
Partanna – Niente funerali in forma pubblica per Rosario Scalia, 50 anni, deceduto nel carcere di Sulmona, il 24 dicembre scorso. Scalia, originario di Partanna, è ritenuto vicino alla consorteria mafiosa cosa nostra che opera in provincia di Trapani e condannato, a vent’anni di reclusione per omicidio commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione criminale.
Il Questore di Trapani ha disposto specifico divieto di svolgimento delle esequie in forma pubblica in virtù del quale è vietata ogni commemorazione od altra funzione religiosa che si svolga al di fuori del cimitero di Partanna dove la salma dell’uomo, è stata trasferita e tumulata. Tale tipologia di provvedimento ha la finalità di scongiurare che i funerali possano costituire il pretesto per manifestazioni di consenso più o meno esplicito verso l’organizzazione mafiosa.
Il corpo senza vita di Scalia era stato scoperto nella tarda serata del 24 dicembre dal personale dell’istituto di pena nel corso di ordinari servizi di controllo.
Dai primi accertamenti effettuati dai sanitari del 118, che sono intervenuti nel penitenziario dopo l’allarme lanciato dagli agenti, il decesso sarebbe riconducibile ad un arresto cardiocircolatorio.
Rosario Rosario Scalia era stato condannato a 20 anni di reclusione per il concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, avvenuto il 21 maggio 2009 all’interno del bar Mart Cafè di Partanna. Lombardo venne assassinato per aver rubato un furgone carico di merce appartenente al supermercato Despar, gestito da Domenico Scimonelli, considerato uomo d’onore e legato alla rete mafiosa vicina al defunto boss Matteo Messina Denaro. Secondo la ricostruzione dei giudici, Scalia avrebbe avuto il compito di monitorare e comunicare in tempo reale al mandante gli spostamenti della vittima, permettendo ai killer di intercettarla e assassinarla.
L’assassinio di Lombardo fu qualificato come omicidio di mafia, aggravato dall’aver agito per agevolare Cosa nostra.
Nel 2024 il Tribunale di Trapani – Misure di prevenzione aveva disposto la confisca di beni per circa 180 mila euro a carico di Scalia: immobili, terreni, conti correnti e compendi aziendali. Un provvedimento arrivato dopo un sequestro nel 2023 e motivato dalla pericolosità sociale qualificata dell’imprenditore, già condannato per un omicidio mafioso
Cronaca
Palermo – La borghesia mafiosa che cerca il dialogo con i clan, l’allarme sicurezza in città, il referendum sulla separazione delle carriere, le riforme del sistema processuale: a tracciare un quadro dello “stato di salute” della criminalità organizzata e della giustizia penale è il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia.
“Cosa nostra è in fibrillazione – dice il capo dei pm – non è certamente più quella Corleonese che abbiamo conosciuto, cosa che dipende innanzitutto dalla pressione, ormai trentennale, dello Stato. È però un’organizzazione che ha un importante substrato fatto di storia e di regole capace di sopravvivere al momento di crisi e che le consente di rimanere attrattiva per molti giovani, sia a Palermo che nelle province. Oggi Cosa nostra è orientata a fare ciò che ha sempre fatto: tornare a inserirsi nel mondo degli affari e dei ‘servizi’ verso quella parte di borghesia che li richiede, e guarda, appunto, a quella parte di società che è interessata a dialogare con la mafia”.
“Questa Cosa nostra diversa e più debole si fa i suoi affari e perde pezzi di controllo del territorio – spiega de Lucia – ci sono molti fattori in gioco, uno di questi è culturale. Ci sono dei gruppi di giovani che non sono legati all’organizzazione mafiosa e non sono neanche più controllati dall’organizzazione mafiosa. Sono in qualche misura allo sbando, vivono di idoli che non sono solo quelli tipici della mafia, vivono sopra le righe, girano armati. Un problema, questo sì, connesso in qualche modo indirettamente a Cosa Nostra che gestisce il traffico di armi. Ci sono fenomeni che vanno letti più in chiave socio-culturale che criminale e sono presenti in tutte le grandi metropoli”.
Critico, poi, il giudizio del procuratore di Palermo sulle ultime riforme in materia di sistema processuale penale.”La prima osservazione che viene da fare – dice – è che non c’è una idea organica di riforma del processo penale. Assistiamo a una serie di costosi e non coordinati interventi legislativi che si affastellano l’uno sull’altro e che rendono il processo penale italiano, che già non funzionava, ancora meno funzionante”.
Infine sul referendum sulla separazione delle carriere: “i cittadini vogliono un processo penale senza errori giudiziari e processi civili e penali che si concludano in tempi ragionevoli.
La riforma costituzionale non consente affatto ai cittadini né di essere più sicuri da un punto di vista degli errori giudiziari, che continueranno a esserci, come è inevitabile che sia, né assicura rapidità al processo”. (fonte ANSA)
Cronaca
Milano – A Milano c’è un «contesto mafioso” simile a quello calabrese, «né più né meno della Calabria». Così i pm della Dda milanese Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno iniziato la loro requisitoria nel filone del rito abbreviato, a porte chiuse e nell’aula bunker, per quasi 80 imputati, nel maxi procedimento ‘Hydrà a carico di 146 persone, scaturito dalle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo.
Inchiesta su una presunta «alleanza» tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare «affari», ossia sul cosiddetto «sistema mafioso lombardo». Nella maxi udienza, tra i 146 imputati 77 hanno scelto l’abbreviato, 59 l’ordinario dell’udienza preliminare, mentre gli altri puntano a patteggiare. La requisitoria, con la ricostruzione delle indagini e gli elementi di prova sulle vari posizioni, andrà avanti oggi fino al pomeriggio e si concluderà con le richieste di condanna nella prossima udienza tra due giorni.
Mentre le difese parleranno il 17 e il 28 novembre, giorno in cui riprenderà pure il filone dell’udienza preliminare, sempre davanti al gup Emanuele Mancini. Tra coloro a giudizio in abbreviato ci sono Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, e Bernardo, Domenico e Michele Pace, che avrebbero fatto parte del mandamento della provincia di Trapani, con al vertice Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro. Parrino, invece, è in udienza preliminare.
Al procuratore Marcello Viola e alla pm Cerreti, tra l’altro, nei mesi scorsi era anche stata rafforzata la scorta per minacce ricevute legate a queste indagini. Indagini passate pure per una decisione del gip che bocciò gran parte degli arresti, poi però confermati da Riesame e Cassazione.
Nella scorsa udienza il giudice aveva accolto la richiesta della Dda di acquisire nel processo i sei interrogatori, più altri atti a riscontro, di William Alfonso Cerbo, detto «Scarface», il nuovo pentito del maxi procedimento. Sulla tranche ordinaria dell’udienza preliminare, invece, c’è una riserva del giudice sull’acquisizione degli atti. Cerbo ha confermato ai pm l’ipotesi accusatoria in sei verbali, tra settembre e ottobre, con dettagli pure sul suo ruolo di «collettore economico a Milano del clan Mazzei di Catania». Oltre ad affari di tutti i tipi per decine di milioni di euro – dai traffici di droga all’usura al recupero crediti alle estorsioni, fino ad investimenti con infiltrazioni illecite in aziende, cliniche e nel settore delle costruzioni – negli interrogatori di Cerbo, con tante parti omissate, ci sono anche contrasti tra clan, omicidi (si parla del caso di ‘lupara biancà del boss catanese Gaetano Cantarella) e di presunte talpe nelle forze dell’ordine. (fonte Ansa)
Cronaca
Messina – La Direzione Investigativa Antimafia di Messina, coordinata dalla Procura, sta procedendo all’esecuzione di decreti di sequestro, emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale peloritano, su richiesta della Dda, nei confronti di due fratelli già condannati per associazione mafiosa, per aver partecipato al mantenimento in vita del sodalizio mafioso promosso da Francesco Romeo ed organizzato da Vincenzo Romeo, appartenente a Cosa Nostra e collegato al clan Santapaola-Ercolano, già sottoposti a sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel Comune di Messina per 4 anni.
Il sequestro ha riguardato tre appartamenti e un box ubicati a Messina e provincia, nonché un esercizio commerciale in pieno centro cittadino, ricondotto ad uno dei due colpiti da misura, anche se formalmente intestato alla madre. Sequestrati rapporti finanziari, prevalentemente costituiti da buoni fruttiferi postali. Complessivamente sono state assicurate all’Erario, tra beni immobili, aziende commerciali e rapporti finanziari, valori per un importo pari ad un milione di euro.
Il provvedimento scaturisce da una proposta a firma congiunta del direttore della Dia e del procuratore distrettuale di Messina, a conclusione di complesse indagini economico finanziarie, da cui è emerso che i destinatari della misura, “durante il periodo di tempo in cui si erano resi responsabili di gravi delitti, avevano accumulato un patrimonio sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, frutto evidente delle remunerative attività illecite svolte”. In particolare, è stato giudizialmente accertato che i due hanno operato in stretta sinergia con un esponente di vertice del sodalizio mafioso, che li ha ampiamente favoriti, anche sfruttando il proprio carisma criminale, nella loro attività professionale nel campo della distribuzione dei farmaci.
Cronaca
Castellammare del Golfo – di Rino Giacalone – Era stato l’unico dei condannati, nel troncone ordinario del processo “Cutrara” sulla mafia castellammarese, a ricorrere in Cassazione, ma da mercoledì scorso la sua condanna è definitiva.
Ancora una condanna per associazione mafiosa, 24 anni divenuti 30 in prosecuzione con un’altra condanna. Francesco Domingo, conclamato capo mafia di Castellammare del Golfo, fu arrestato il 16 giugno del 2020 dai Carabinieri di Trapani nell’ambito della cosiddetta operazione antimafia “Cutrara”.
Tra le sue mani affari tra mafia e politica, e controllo del territorio, nulla poteva sfuggire alla sua gestione. E secondo quanto emerso dalle indagini prima e dal processo dopo, questo avveniva grazie anche ad una sorte di rispetto che comunemente di lui in città ne faceva quasi un intoccabile e una persona alla quale non poter dire di no.
Una società nel suo complesso se non collusa, avrebbe permesso a don Ciccio “Tempesta” di godere di un certo ruolo cittadino, quello peggiore. Una parte della comunità però si è ribellata e attraverso alcune associazioni si è costituita parte civile nel processo, adesso don Ciccio Tempesta dovrà pure occuparsi dei risarcimenti. Intanto nei mesi scorsi ha anche subito un sequestro di beni.
Nel luglio del 2022 i giudici d’appello lo hanno condannato assieme a Antonino Rosario Di Stefano e Salvatore Labita, questi ultimi non hanno però appellato le condanne, rispettivamente 3 anni il primo e 22 mesi il secondo, molto inferiori rispetto a quella di don Ciccio Tempesta. I due si sono occupati di togliere di mezzo delle microspie in un locale usato da Domingo per degli incontri.
L’operazione “Cutrara” scattò nell’estate 2020, Domingo da poco era tornato libero dopo una precedente lunga condanna e in assenza di capi si era lui stesso nominato boss di Castellammare del Golfo. Per lui tanti “assabinirica”, e tanti sarebbero andati a busare alla sua porta a chiedere favori e aiuti. Oppure accadeva che lui stesso si presentava alla porta di chi a suo dire “sgarrava”.
A suo carico anche i rapporti con Cosa nostra americana e la famiglia dei Bonanno, che aggiornavano il capo mafia di Castellammare delle dinamiche e degli equilibri di Cosa Nostra oltreoceano.
Il suo ruolo nella consorteria mafiosa è desumibile già da quanto processualmente accertato nel 2002: Domingo aveva anche curato l’organizzazione di un incontro tra Gaspare Spatuzza e Matteo Messina Denaro, entrambi latitanti, nel corso del quale erano state assunte decisioni sulla custodia delle armi a disposizione delle famiglie mafiose trapanesi.
Cronaca
Milano – Ha deciso di pentirsi e di collaborare con la giustizia William Alfonso Cerbo, uno dei vertici del clan catanese dei Mazzei, e ha confermato in più verbali delle ultime settimane l’esistenza, ricostruita dalle indagini della Dda di Milano e dei carabinieri del Nucleo investigativo, di «un’alleanza» tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, che sarebbe stata attiva tra Milano e Varese per fare “affari» e con legami anche col mandamento di Castelvetrano (Trapani), quello di Matteo Messina Denaro.
La novità è emersa nella maxi udienza del procedimento “Hydra» di stamani a carico di 146 persone, davanti al gup Emanuele Mancini, nel corso della quale, come preannunciato, il procuratore Marcello Viola e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato atti di nuove indagini integrative, tra cui appunto i verbali del nuovo pentito Cerbo e riscontri con intercettazioni.
William Alfonso Cerbo, detto Scarface è nato a Catania il 19 agosto 1982 ed è ritenuto organico al clan catanese capeggiato da Santo Mazzei e di fatto ai vertici del consorzio mafioso lombardo con ruoli direttivi. Cerbo, “inserito nei gangli dei Mazzei ‘carcagnusi’”, inoltre erediterà lo scettro di comando dell’ala catanese dopo la lupara bianca che ha colpito il boss Gaetano Cantarella.
La scelta di collaborare di William Cerbo, per quel che risulta, è legata in particolare a questioni familiari e alla presenza di figli piccoli. Da settimane ormai il boss ha lasciato il suo appartamento vicino a Citylife per trasferirsi in una località protetta.
Le indagini, passate anche per una decisione del gip che bocciò gran parte degli arresti poi però confermati da Riesame e Cassazione, hanno documentato un presunto «sistema mafioso lombardo», ossia una ipotizzata «alleanza» tra «appartenenti» a Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, all’ombra di Messina Denaro, morto nel settembre 2023 e che era stato arrestato a gennaio dopo oltre 30 anni di latitanza.
Tra gli imputati del maxi procedimento, infatti, figura Paolo Aurelio Errante Parrino, parente del boss. A Viola e Cerreti, tra l’altro, nei mesi scorsi era anche stata rafforzata la scorta per minacce ricevute legate a queste indagini.
Cronaca
Palermo – Polizia di Stato, Squadra Mobile e personale della S.I.S.C.O. su delega della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo – ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Giuseppe Frangiamore, 53 anni e Giovanni Montoro, di 35 anni.
I sono gravemente indiziati di essere responsabili di tre tentativi di estorsione aggravata dal metodo mafioso in danno di altrettante attività imprenditoriali attive nel territorio storicamente controllato dalle famiglie che compongono il mandamento mafioso della “Noce”.
Il provvedimento restrittivo accoglie gli esiti delle attività investigative scaturite a seguito delle denunce presentate dalle vittime le quali, grazie al loro contributo, unitamente alle attività tecniche e d’indagine conseguenziali ad esse, hanno consentito di compendiare i gravi indizi di colpevolezza ed acquisire solidi elementi probatori dai quali emerge chiaramente la pressione ed il controllo del territorio esercitato – in pieno stile mafioso – dai destinatari della misura cautelare in occasione delle richieste estorsive in danno degli imprenditori della zona. Alcuni dei denuncianti sono assistiti dal Movimento “Addio Pizzo”.
L’indagine – i cui fatti-reato, scoperti e documentati, si sono susseguiti con diverse condotte tra maggio e giugno 2025 – ha fatto emergere un interesse ancora concreto ed attuale di Cosa nostra verso la pratica del “pizzo”, soprattutto in alcune zone della città, come nel caso di specie la Noce, molto popolate da piccole imprese.
Nel formulare le richieste estorsive non sono mancati i riferimenti alla destinazione delle somme all’organizzazione criminale Cosa nostra e, in uno dei casi denunciati, al fine di aggravare e rendere ulteriormente concrete le minacce, gli indagati si sarebbero spinti fino a lanciare un bidone contenente materiale infiammabile nei pressi del perimetro esterno di uno degli obiettivi oggetto di richiesta estorsiva.
Il provvedimento, emesso dal Gip di Palermo sulla base delle risultanze investigative condotte dalla Polizia e coordinate dalla Dda di Palermo, si basano sui gravi indizi di colpevolezza, significando che le piene responsabilità penali per i fatti indicati saranno accertate in sede di giudizio e definite solo dopo l’emissione di eventuali sentenze passate in giudicato, in ossequio al principio costituzionale della presunzione di innocenza
Cronaca
Milano – Delirante intervista quella rilasciata a Lo Sperone podcast da Giuseppe Salvatore Riina, il figlio del capo di Cosa nostra, Totò Riina. Dopo aver scontato una condanna a 8 anni per associazione mafiosa, Riina jr. non sembra mostrare segni di ravvedimento o critiche verso la sua famiglia. Anzi, continua a difendere la figura del padre e a promuovere la narrazione di Cosa Nostra come una «vittima di un sistema più grande». «Non ha ucciso il piccolo Di Matteo, è stato arrestato perché dava fastidio». E partono gli applausi
«Mio padre non ha mai ordinato l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Giovanni Falcone, quando l’hanno ammazzato, non dava più fastidio alla mafia o a Totò Riina, ma ad altri dietro le quinte». E ancora- «L’antimafia è un carrozzone composto da gente che ha bisogno di stare sotto i riflettori e a dimostrarlo sono i casi della giudice Silvana Saguto e dell’imprenditore Antonello Montante, finti e antimafiosi di facciata».
Nel corso dell’intervista riferendosi sempre alla figura del padre ha poi ribadito – «Non mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue, è stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia». Lo stesso non ha esitato a lodarlo. «Era un uomo con la U maiuscola. Una persona che ha sempre combattuto il sistema. Un uomo serio e onesto. Non l’ho mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue. È stato arrestato perché dava fastidio, così come a un certo punto hanno dato fastidio Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, perché erano malati e non servivano più in quello stato a quelli che detenevano veramente il denaro della mafia».
Giuseppe Salvatore Riina si paragona ai bambini che vivono a Gaza «Perché come i piccoli palestinesi, da bambino ho vissuto sempre cose fossi in perenne emergenza. Anche se, quando dovevamo scappare da un rifugio all’altro con papà, per me era come una festa perché conoscevo posti nuovi e gente nuova. D’altra parte non mi è stato mai proibito di uscire di casa. Sono pure nato nella clinica Noto, la più famosa di Palermo, col nome e cognome di mio padre. E tutti lo sapevano».
Giuseppe Salvatore Riina sostiene: «Mi chiedono continuamente dove si trova il “tesoro” di mio padre. Io so solo che lo hanno arrestato quando avevo 14 anni e non parlava con me di queste cose. Quando l’hanno preso ero in sala giochi con mio fratello. Negli anni hanno fatto tanti sequestri a mio padre. Se chiedete all’intelligenza artificiale, sommerà almeno un miliardo di euro. Ma io non ne so nulla ed è inutile che me lo continuino a chiedere».
Nella stessa sala giochi Giuseppe Salvatore Riina si trovava il 23 maggio 1992, «Dove ho saputo della morte di Giovanni Falcone. I pentiti raccontano che lo ha fatto ammazzare mio padre per vendetta. Ma così dicono loro. C’era altra gente dietro. E ad ammazzare Giovanni Falcone, così come il piccolo Giuseppe di Matteo, in pratica è stato solo Giovanni Brusca, che poi è diventato pentito. Non mio padre Totò Riina». «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano due magistrati che sapevano cosa volevano e volevano lavorare. Nessuno dopo Falcone ha più utilizzato il suo metodo di indagine basato sul “seguire i soldi”»,
Giuseppe Salvatore Riina ha anticipato che presto uscirà un suo secondo libro, dove racconterà vil suo punto di vista sugli ultimi anni del mondo della mafia e dell’antimafia.
«Non sentivamo il bisogno di ascoltare le opinioni del figlio di Totò Riina, convinto di spiegarci che uomo buono era suo padre. Non offenda la nostra terra. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano. Mi chiedo che tipo di informazione sia quella che cerca di accreditare verità che sono state sconfessate dai tribunali in nome del popolo italiano».
Cronaca
Trapani – La città di Trapani si prepara a ricordare l’anniversario dell’omicidio del giudice Alberto Giacomelli. La cerimonia si terra nella piazzetta nei pressi del Tribunale alle 9,30.
Il delitto è il primo di due omicidi che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno una Trapani sonnolenta. Il giudice (in pensione) Alberto Giacomelli venne ucciso a Locogrande, nella via Falconara, esattamente 37 anni fa, il 14 settembre del 1988. I mafiosi cercavano un giudice da ammazzare, così raccontò qualche pentito, un giudice da ammazzare.
Quel giudice da uccidere fu Giacomelli. A dare l’ordine Totò Riina, che si ricordò di Giacomelli e di una confisca firmata dal giudice nel gennaio del 1985 (quando Giacomelli presiedeva la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani). Una confisca a danno di Gaetano Riina, fratello di Totò, al quale venne tolta una casa di Mazara del Vallo, dove i Riina si erano da tempo trasferiti, accolti da Mariano Agate, boss di Mazara e da dn Ciccio Messina Denaro, boss di Castelverrano e capo della commissione provinciale.
Alberto Giacomelli quel 14 settembre del 1988 risultò per i sicari mafiosi un obiettivo agevole da colpire, era in pensione, di solito si muoveva da solo, e stava molto in campagna.
Tra i primi ad arrivare sul luogo del delitto fu il procuratore di Marsala Paolo Borsellino, c’era una guerra di mafia in corso. Ma qualcuno portò le indagini altrove, su quel giudice Cosa nostra usò la strategia del mascariamento cosa che sa fare benissimo, ma in realtà la verità era a portata di mano.
La «strategia» mafiosa contro Giacomelli non si consumò solo col delitto, partì pure la delegittimazione, che nei fatti di mafia secondo un preciso rituale è una costante, colpa di una società dove è facile fare attecchire le fandonie e che è attenta a ciò che è pruriginoso, e così si cominciarono a raccontare episodi, scoperte infondate, come la gestione di terreni e di soldi da parte del giudice, quasi che alla fine il colpevole della sua morte fosse stato lui stesso, e poi quando proprio non se ne potè fare a meno venne fatto saltare fuori un (falso) pentito che portò gli inquirenti a prendersela con una banda di balordi. Bugie solo bugie.
La morte di quel giudice perbene fu avvolta dall’oblio