Cronaca
Trapani – Quarantatre anni fa oggi a Valderice, in via Carollo, venne rinvenuta una Golf, col lunotto infranto, e steso tra i due sedili, con la testa reclinata sul bracciolo del lato passeggero, un corpo senza vita, un braccio disteso, a penzoloni, l’altro piegato sul torace. Un morto ammazzato, crivellato di colpi d’arma da fuoco sparati da diverse armi. Era un uomo, un magistrato, sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, era Gian Giacomo Ciaccio Montalto.
Uno dei 14 colpi d’arma da fuoco di diverso calibro, sparati all’indirizzo del magistrato colpisce l’orologio della vettura che, fermandosi all’1.12 attesterà l’ora dell’agguato. Sulla scena del delitto furono rinvenuti ben 23 bossoli. In una zona ad alta densità, con villette limitrofe distanti pochi metri l’una dall’altra, nessuno “sentirà”, né “si accorgerà” del cadavere del giudice, riverso tra il sedile di guida e quello del passeggero. Solo la mattina un contadino che passa da quella strada si accorge e da l’allarme.
Un nome, quello di Ciaccio Montalto per anni dimenticato da tutti. Fu un delitto di mafia quello del magistrato ma per anni nella città di Trapani c’è stato chi si è impegnato a far credere che Ciaccio Montalto era stato ucciso per altro, addirittura anche per motivazioni poco nobili. Anche in questo la “regia” della mafia.
Ma il movente del delitto sta anche in altro. Ciaccio Montalto fu ucciso quando era arrivato al cosidetto “terzo livello”, la pista che stava seguendo era quella dei soldi, dei beni, degli appartenenti a Cosa Nostra. Quando entrò in vigore alla fine del 1982 la legge Rognoni-La Torre sul sequestro e la confisca dei beni alla mafia, Gian Giacomo Ciaccio Montalto seguendo altri percorsi giudiziari era arrivato a mettere mani su alcuni beni mafiosi.
Fu ucciso e poi “mascariato” Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quel “Ciaccinu arrivau a stazione”, pronunciata da Agate che da Ciaccio Montalto era stato messo in riga in occasione di una indagine su pressioni subite da agenti penitenziari da parte di mafiosi detenuti, e che doveva essere la frase centrale per spiegare presto quell’omicidio, è rimasta sepolta per decenni.
La mafia di quegli anni è la stessa di quella di oggi, la mafia non spara più ma sa mascariare meglio di prima, sa inquinare per essersi oltremodo infiltrata nelle istituzioni, nell’impresa, nelle banche dove c’era già ai tempi di Ciaccio Montalto, che era andato a bussare alla porta di alcune di queste prendendosi e portandosi in ufficio gli assegni dei boss, i guadagni dei traffici di droga, delle raffinerie di eroina impiantate nel trapanese…degli appalti.
La mafia che uccise Ciaccio Montalto è la stessa che ha saputo proteggere Matteo Messina Denaro. La storia di Gian Giacomo Ciaccio Montalto è facile da raccontare, basta sfogliare le pagine delle indagini da lui dirette, l’inquinamento del golfo di Cofano, uno dei più bei paesaggi della Sicilia messo a rischio dagli scarichi illegali e anche dal tentativo di costruirvi negli anni ’70 una raffineria di petrolio sponsorizzata dalle famiglie mafiose locali, le inchieste sui soldi sporchi nelle banche, gli appalti truccati e le speculazioni edilizie, il “sacco” del Belice con la ricostruzione post terremoto, la droga e le raffinerie dell’eroina, i traffici di armi. Tutto questo era Cosa nostra, lo sapeva Gian Giacomo Ciaccio Montalto perchè conosceva la mafia non solo perchè leggeva le carte ma ne conosceva anche i protagonisti che vi facevano parte.
Oggi il patrimonio professionale di GianGiacomo Ciaccio Montalto è vivo più che mai e lo dicono le tante inchieste coordinate dalle Procure trapanesi, siciliane e della penisola. Il suo lavoro infatti non si è interrotto con il suo omicidio ma è continuato attraverso il lavoro di altri magistrati che hanno saputo portare avanti le sue idee innovative per l’epoca. Magistrati che hanno saputo guardare non solo sulle carte ma guardarsi attorno.
Cronaca
Palermo – La corte d’appello di Palermo ha confermato la condanna a 14 anni per associazione mafiosa inflitta in primo grado a Rosalia Messina Denaro, sorella del boss Matteo Messina Denaro. I giudici non hanno però accolto l’appello del pm sulla contestazione alla donna del ruolo direttivo in Cosa nostra.
La Corte ha anche disposto la confisca del denaro sequestrato all’imputata, fatta eccezione per la argenteria di famiglia. L’accusa è stata rappresentata dai pg Umberto De Giglio e Carlo Marzella.
Cronaca
Enna – La Direzione Investigativa Antimafia ha eseguito un provvedimento di confisca di I° grado di beni per 1.200.000 euro circa, emesso dal Tribunale di Caltanissetta – Sezione Misure di Prevenzione nei confronti di un imprenditore di Enna, con precedenti per estorsione aggravata dal metodo mafioso, truffa, associazione a delinquere, ritenuto contiguo a “Cosa Nostra”.
Il provvedimento ablatorio odierno, trae origine da una proposta del Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, determinatasi al termine di un’attività investigativa finalizzata alla individuazione ed aggressione degli illeciti patrimoni riconducibili alle organizzazioni criminali o comunque a soggetti ad essa contigui, il cui tenore di vita risulti sproporzionato rispetto ai redditi e agli asset dichiarati.
In ragione della spiccata indole delinquenziale, desunta dai gravi trascorsi giudiziari e dalla sua abituale frequentazione di pregiudicati e mafiosi, il Tribunale – oltre alla misura patrimoniale – gli ha anche applicato la prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza, per la durata di anni tre.
Lo stesso imprenditore nel 2003 era stato condannato con sentenza divenuta irrevocabile alla reclusione di quasi 2 anni per il reato di estorsione in concorso commesso, per l’appunto, con l’aggravante del metodo mafioso ed il suo ruolo operativo si era concretizzato nell’estorcere denaro o recuperare crediti per conto terzi, avvalendosi della asserita vicinanza a “Cosa Nostra”.
Nel 2016 viene nuovamente segnalato per reati estorsivi, sempre con l’aggravante del metodo mafioso, rimarcando ancora di più la propria caratura di soggetto contiguo agli ambienti di cosa nostra ennese, dimostrando di fatto una profonda conoscenza delle gerarchie e del linguaggio mafioso, non solo nella provincia di Enna ma anche nel territorio siciliano, con specifico riferimento alle infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto imprenditoriale del settore edile.
Il destinatario del provvedimento di confisca si è reso responsabile di numerose altre fattispecie penali, per le quali ancora oggi è imputato, per reati contro il patrimonio mediante frode e soprattutto associazione a delinquere finalizzata alla commissione di molteplici reati tributari.
La confisca ha interessato l’intero capitale sociale ed i rispettivi beni strumentali di 1 società a responsabilità limitata operante nel settore edile e 1 ditta individuale operante nel settore agricolo, 3 fabbricati e 3 terreni, 3 autoveicoli e numerosi rapporti bancari intestati al proposto e/o al suo nucleo familiare, per un valore stimato in complessivi 1.200.000 euro circa.
L’odierno risultato si inserisce nell’ambito delle attività Istituzionali finalizzate all’aggressione delle illecite ricchezze acquisite e riconducibili, direttamente o indirettamente, a contesti delinquenziali agendo così a tutela e salvaguardia della parte sana del tessuto economico nazionale.
Cronaca
Natale Mondo era nato in una famiglia molto semplice il 21 ottobre del 1952 a Palermo, nel quartiere popolare dell’Arenella. E’ una borgata alle porte di Palermo, annessa alla città dopo l’espansione del secondo dopo guerra. Una borgata sorta e sviluppatasi soprattutto per la presenza della Tonnara Florio, con una costa di sabbia bianca finissima. Aveva sempre scelto nella sua vita da che parte stare: quella della giustizia e della difesa dei più deboli. Il suo sogno era sempre stato quello di indossare la divisa e a soli 20 anni si arruola in Polizia, è il 1972.
La sua prima destinazione è Roma e il ritorno nella sua amata Sicilia: Siracusa e poi Trapani. E’ in questa città che avviene l’incontro che cambierà per sempre la sua vita, quello con il vice questore aggiunto Ninni Cassarà. Imparano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro, Cassarà si fida di Natale Mondo tanto da volerlo al suo fianco quando sarà chiamato a dirigere la squadra mobile di Palermo.
Dopo 10 anni finalmente Natale ritorna nella sua città per mettere a frutto ciò che ha imparato in questi anni, per contribuire con la sua esperienza a liberare la sua Palermo dalla mafia. Una città di cui è profondamente innamorato, come lo è di sua moglie Rosalia e delle sua figlie, Dorotea e Loredana. Rosalia ha un negozio di giocattoli all’Arenella, il quartiere in cui Natale è tornato a vivere e costruisce lì la sua famiglia.
La situazione della Squadra mobile di Palermo nel 1982 è difficilissima. Nel 1979 è stato ucciso Giorgio Boris Giuliano, che aveva dato un’importante svolta alle indagini di mafia, i poliziotti si sentono soli e abbandonati, cercando di sconfiggere un nemico che gode di silenzi e connivenze. Ad aprile di quell’anno è stato ucciso Pio La Torre, segretario regionale del PCI, insieme al suo uomo di fiducia Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo la strage di via Carini, in cui furono trucidati il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo.
Ma è l’anno in cui arrivano a prestare il loro servizio alla squadra mobile due dirigenti che attuano una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della Questura: Beppe Montana e Ninni Cassarà. I due dirigenti si circonderanno solo di persone di estrema fiducia e Natale Mondo è una di queste e per i tre anni successivi si occuperà soltanto di indagini sulle cosche mafiose. I due dirigenti Montana e Cassarà hanno introdotto un nuovo modello investigativo, basato sulla frequentazione e conoscenza del territorio, in cui cercare i latitanti. Erano certi che un capomafia non poteva allontanarsi per troppo tempo dal suo territorio, perché così facendo avrebbe perso il suo potere.
Sono tanti i successi raggiunti da questo gruppo di uomini e di donne con pochi mezzi e tanta intraprendenza; le giornate, e a volte persino le notti, scorrono tra gli inseguimenti su Alfette moribonde o auto private. Si pagano gli informatori di propria tasca, persino i computer scarseggiano. Il commissario Montana ha acquistato di tasca propria un binocolo da utilizzare nelle operazioni di ricerca dei latitanti. Ma l’operazione più importante condotta da questa squadra è quella che portava la firma di Cassarà, stretto collaboratore del pool antimafia di Giovanni Falcone, il “Rapporto dei 162”. Era stato ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e il Rapporto getta le basi per l’istruzione del Maxiprocesso.
Un poliziotto con la P maiuscola, finito nel tritacarne delle infamie all’indomani dell’omicidio di Ninni Cassarà, verrà colpito dal sospetto di essere stato complice dei killer, quel giorno quando Cassarà, che era stato capo della Squadra Mobile a Trapani, venne ucciso nell’estate rovente del 1985 a Palermo, c’era anche lui, riuscì a schivare i colpi mortali, che colpirono oltre che Cassarà anche l’altro agente che lo accompagnava, Rosario Antiochia.
Su Natale Mondo scattò una sorda campagna di diffamazione, sottotraccia. Aveva la colpa di essersi salvato, e su di lui si abbatté la calunnia d’aver fatto da talpa. Cassarà era chiuso da giorni in Questura, a indagare sull’omicidio mafioso del capo della sezione catturandi, Beppe Montana, e sulla morte misteriosa, in questura, del giovane Salvatore Marino, sospettato d’avere avuto un ruolo in quel delitto. Mondo, secondo il pm che l’accusò, avrebbe avvertito il commando di killer – 9 uomini armati di kalashnikov appostati da giorni in via Croce Rossa – che Cassarà si stava muovendo, stava tornando a casa.
Mondo fu arrestato con 27 altre persone, insieme al clan guidato da un guardaspalle di Gerlando Alberti, e fu accusato anche di traffico di stupefacenti.
In suo favore, intervennero le deposizioni della vedova del capo della Mobile, Laura Cassarà, e di altri colleghi: Mondo s’era infiltrato tra i clan dell’Arenella, il quartiere dove viveva e dove la moglie aveva un negozio, su ordine dello stesso Cassarà. A difendere l’agente, fu poi un amico d’infanzia di Cassarà, l’avvocato Sergio Monaco.
Su Natale Mondo restò tuttavia lo stigma del sospetto. Smise di lavorare. Di tanto in tanto, ha raccontato il dirigente della sezione investigativa della Mobile di allora, Saverio Montalbano, passava dalla Questura a ritirare un sussidio. Pure Montalbano fu processato e assolto dall’accusa di favoreggiamento e falso ideologico: due suoi agenti, questa l’accusa, avevano continuato a frequentare il negozio di Mondo, all’Arenella, consentendo alla mafia di scoprire il suo doppio gioco.
Non si può fare a meno di pensare che Natale Mondo sia stato ucciso, tre anni dopo l’assassinio di Cassarà e Antiochia, per avvalorare l’infamia che gli era stata abilmente cucita addosso: di esser lui la talpa. Ma la talpa c’era e aveva un altro nome e un altro volto.
Mondo fu ucciso poco dopo l’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco: omicidio tardivo, anche in questo caso, quasi quattro anni dopo le accuse contro il sistema politico mafioso depositate in commissione antimafia e ripetute a Giovanni Falcone. I due omicidi non hanno un nesso diretto che li unisca, ma la regia di Cosa Nostra li accosterà, uno dopo l’altro, forse per confondere le acque. Il pm che aveva arrestato Natale Mondo, Domenico Signorino, si suiciderà il 3 dicembre del ’92, dopo le accuse di collusione con la mafia rivolte a lui e ad altri magistrati dai pentiti Drago e Mutolo.
Milano – Sentenza per il primo filone del processo Hydra sull’alleanza tra mafie in Lombardia. Si tratta di coloro i quali i quali avevano scelto i rito abbreviato. Delle 146 persone finite alla sbarra, 78 imputati avevano scelto il rito abbreviato.
Confermato, l’impianto accusatorio.
La condanna più dura emessa dal gup Emanuele Mancini è stata a carico di Massimo Rosi per lui 16 anni di carcere. Rosi affiliato alla locale di Lonate Pozzolo è accusato di una serie di reati associativi, associazioni di tipo mafioso e traffico di droga per persone ritenute capi promotori. Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano, condannato a 14 anni come Bernardo Pace, 13 anni per Rosario Abilone, Antonio Grasso a 13 anni e 8 mesi. Condannato a 4 anni e sei mesiFrancesco Bellusci, noto anche come “Occhi celesti”.
L’inchiesta “Hydra” della Dda aveva al centro una presunta “alleanza” tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare “affari”, il cosiddetto “sistema mafioso lombardo”
Il giudice, che ha letto il dispositivo ieri, in tarda serata nell’aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, della Procura diretta da Marcello Viola, cioè l’associazione mafiosa “costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni” criminali”.
Dei quasi 80 imputati in abbreviato 18 sono stati assolti, nove hanno patteggiato. Mentre undici imputati sono stati prosciolti in udienza preliminare. Le assoluzioni sono state “per reati di intestazione fittizia, che fin dall’inizio ritenevamo non essere sussistenti”.
Cronaca
Custonaci – Di Rino Giacalone – Due nomi finiti nell’elenco dei condannati a morte di Cosa nostra. Tutti e due si chiamavano Giuseppe. Uccisi durante la mattanza decisa dai corleonesi, nell’attacco contro lo Stato. Sono passati 30 anni. I nomi. Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziario assassinato il 23 dicembre 1995. Aveva 30 anni. La sua morte doveva essere il “regalo di Natale” rivolto dai boss liberi a quelli detenuti al carcere duro del 41 bis. Giuseppe Di Matteo venne ucciso l’11 gennaio 1996, figlio di Santino, un ex boss, lo tennero sequestrato per 779 giorni per tentare di costringere il padre a ritrattare sulla sua collaborazione. Aveva 15 anni.
Ieri a Custonaci le loro storie si sono unite. Due giardini a loro dedicati, alla presenza di tanti giovanissimi studenti e con loro le autorità, a cominciare dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro e dalla presidente della commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Hanno accolto l’invito del sindaco, Fabrizio Fonte, fine storico e giornalista, uno che dell’impegno a favore della legalità e contro la mafia ne ha fatto ragione di vita senza attendere, come altri, di indossare la fascia tricolore da primo cittadino. Anzi quando un paio di anni addietro decise di candidarsi, i mafiosi, nel frattempo ascoltati da Dia e Carabinieri, si diedero parecchio da fare per tentare di non farlo eleggere.
Due vittime di Cosa nostra che hanno uno stesso comune denominatore. La cosca dei Mazzara, fedelissima di Matteo Messina Denaro. A confermarlo anche le indagini della Squadra Mobile di Trapani all’epoca diretta dall’odierno questore di Catanzaro Giuseppe Linares. A Custonaci, nella frazione di Purgatorio, Giuseppe Di Matteo trascorse un paio di mesi di quell’i infernale sequestro. Uno dei carcerieri fu un piccolo boss del luogo, Giuseppe Costa, che dopo il carcere fece carriera diventando un capo, e adesso tornato in cella;.legato da parentela con Vito Mazzara, il killer di Giuseppe Montalto. I due luoghi dedicati a Di Matteo e Montalto sono a un tiro di schioppo dalle case dove per decenni indenni e riveriti abitavano i più potenti capi mafia di Custonaci.
Non c’era tanta gente ieri a questi momenti, c’è sempre un pezzo di società civile che si rende assente. E quella presente magari offre partecipazione non convinta. Ritenendo magari i momenti dedicati ai giovani e non tanto a loro stessi. Non a caso la presidente Colosimo ha alzato la voce e ha intimato “di smetterla con la complicità, c’è chi si circonda ancora oggi di una sacralità che non gli appartiene”. Ai più giovani ha detto che guardando a Di Matteo, “all’abominio del quale restò vittima, si può trovare il coraggio di alzare la testa e riprendere per mano quella vita tolta a Giuseppe”. Il presente non è privo di allarmi, “resiste una criminalità che ha cambiato volto” ha detto con lucidità il prefetto Daniela Lupo, mentre il sottosegretario Del Mastro non ha esitato nel pretendere il riconoscimento dell’azione di Governo, “dinanzi alla mafia bestiale e disumana non siamo arretrati di un passo nel mantenere regole severe come il 41 bis”.
Ieri c’erano Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, e la vedova di Giuseppe Montalto, Liliana Riccobene, testimone diretta dell’omicidio del marito. Fiduciosi con i giovani “sono intelligenti e sanno da che parte stare, come noi dalla parte dello Stato”, ma in loro l’amarezza per un ricordo che non è mai costante, e per Giuseppe Montalto non lo è stato nemmeno pochi giorni addietro in coincidenza del trentennale, un delitto dimenticato.
Custonaci cerca di mantenere accesa la fiammella della memoria. “La ricorrenza per il trentennale anniversario dal brutale assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo è stata, ancora una volta, un’occasione, da un lato, per fare memoria collettiva mentre, dall’altro, si è voluto rendere protagonisti i nostri ragazzi, che all’interno del nostro Santuario hanno manifestato il loro pensiero sulla mafia.- ci ha detto il sindaco Fabrizio Fonte – Una rivoluzione culturale è quella che occorre, infatti, alla nostra Terra di Sicilia per liberarci dal gioco di cosa nostra.
Anche l’intitolazione del parco giochi alla memoria dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto segue questo ragionamento- ha proseguito – Tenere la guardia alta è, pertanto, un obbligo morale ed etico a cui tutto noi siamo chiamati. Il rischio viceversa è quello di lasciare degli spazi di azione all’interno della nostra società alla mafia, che non aspetta altro che questo”.
Un ultima annotazione. Non abbiamo potuto non notare l’alta affluenza di politici della destra ieri a Custonaci, e poi il loro appartarsi al termine delle cerimonie sicuramente per discutere di loro cosucce, tipo elezioni prossime a Marsala, e forse anche altro, equilibri ed equilibrismi tra partiti e correnti. Tutto lecito per carità, anche finire a discutere sotto il tetto di una casa, per ripararsi dalla pioggia, che si è ritrovata con gli inattesi ospiti. Probabilmente potevano trovare un altro momento, ma si sa certuni si credono per davvero circondati da insindacabilità
Cronaca
Trapani – di Rino Giacalone – C’è un errore che ancora oggi si compie, quello di tenere distinti gli episodi che sono dentro la terribile stagione di stragi e delitti dagli anni ’70 sino al 1993. Ci sono i comuni denominatori, Cosa nostra innanzitutto, la politica che siede al tavolo con i mafiosi, con i loro rappresentanti, i colletti bianchi, una stagione segnata dal sostegno che la mafia garantisce alla Dc prima e al Psi dopo, da Andreotti a Craxi, la presenza della massoneria segreta e deviata che apre i suoi salotti ai vertici dei servizi segreti in mano a esponenti della destra, come il generale Vito Miceli, il giallo sui golpe, la presenza di Gladio, i traffici di armi, sulle stesse rotte si commercia la droga, le banche che riciclano il denaro.
Dalla strage dei due Carabinieri, Apuzzo e Falcetta, ammazzati 50 anni addietro nella loro casermetta di Alcamo Marina, al delitto del giornalista catanese Giuseppe Fava, il primo a dire della mafia che sedeva in Parlamento, dal delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella a quello del magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto, dalla strage di Pizzolungo all’assassinio di Mauro Rostagno, e poi le stragi di Capaci e Via D’Amelio, le bombe di Milano, Roma e Firenze.
Le vicende giudiziarie, i processi, con le assoluzioni che pesano più delle condanne, sono staccate, la storia ci dice altro. Trapani crocevia delle trame che stanno dentro tragici accadimenti.
Nel 1977 ci fu un poliziotto che mise nero su bianco quella strategia, che vedeva mafia ed eversione di destra unite nel loro piano di morte, un piano che serviva a certa politica. Giuseppe Peri era il capo della Squadra Mobile di Trapani, il suo nome oggi non viene ancora adeguatamente ricordato come merita. Scaricato dai suoi superiori, inascoltato dai magistrati, il suo rapporto finito in archivio, letto oggi sembra fotografare ancora l’attualità che si scorge scorrendo gli atti della Procura di Firenze sui mandanti esterni delle stragi del 1992 e 1993. Peri morirà di crepacuore, dentro un ufficio ricavato in un sottoscala della Questura di Palermo.
Cosa nostra che accetta di fare da service per delitti e stragi, in cambio chiede che in Sicilia occidentale i “cani” restino attaccati, niente indagini e inchieste clamorose. Questa parte dell’isola tra gli anni ’70 e ’90 è terra dove raffinare eroina, fare traffici di armi, concedere lasciapassare a servizi segreti , riempire polveriere di armi, permettere a Cosa nostra il controllo su banche ed economia, gestire gli appalti, trasformare le città con i sacchi urbanistici. Cossiga e Craxi sono i potenti presidenti del Consiglio di quegli anni, il primo si porta dentro segreti inconfessabili, l’altro viene a Palermo a festeggiare l’epopea del “Garofano”, mentre dentro Cosa nostra passa il messaggio di smetterla con il votare scudocrociato. Siamo alla vigilia della nascita di Forza Italia, guarda caso anche qui la radice è siciliana, da Marcello Dell’Utri ai fratelli Graviano, dai Messina Denaro al senatore D’Alì.
Una escalation criminale che ha un fine “mettere le mani sul Paese” e quindi ci sono personaggi scomodi dai quali liberarsi in fretta. Mattarella, Ciaccio Montalto, Carlo Palermo, Mauro Rostagno, gli unici che più o meno consapevolmente hanno in mano i fili di queste trame.
Trapani e i suoi segreti: Gladio, la loggia segreta Iside 2, la latitanza trentennale di Matteo Messina Denaro, quel tritolo che viene usato dall’attentato al Treno Rapido 904 del 24 dicembre 1984, all’attentato di Pizzolungo del 2 Aprile 1985, che doveva uccidere il pm Carlo Palermo e fece scempio di Barbara, Salvatore e Giuseppe, la famiglia Asta, dalla fallita strage dell’Addaura, primo attentato a Giovanni Falcone all’attentato che distrusse la casa dell’ex sindaco di Palermo Elda Pucci, dalla strage di Via D’Amelio a quelle del 1993. Tritolo potenziato con il sentex che i mafiosi trapanesi custodiscono gelosamente.
Mattarella guardava parecchio alla provincia di Trapani. Era interessato alle dinamiche politiche, aveva intuito che qui non era solo politica. Nel comitato provinciale della Dc sedevano i cugini Salvo, e nessuno aveva nulla da dire. E’ tra i primi che chiude le porte in faccia ad un rais del suo partito, Pino Giammarinaro, politico salemitano, e a Salemi comandano i Salvo. Ucciso Mattarella guarda caso Giammarinaro farà carriera a capo degli andreottiani trapanesi, fidatissimo del potente leader della corrente in Sicilia, Salvo Lima. E’ quella parte della Dc che non nasconde di parlare con la destra. E Cosa nostra ringrazia, perché è il tavolo dove siede sulla poltrona di comando.
Non ci sono realtà distinte. Mafia ed eversione di destra, Cosa nostra e politici destroidi, costituiscono un’unica entità, e questa alleanza dominerà gran parte del precedente secolo, e oggi non è scomparsa , è trasformata, ripulita, modernizzata c’è ancora, governa il Paese. Un Paese dove non servono più le armi per zittire i nemici, bastano un paio di leggi, scassare la giustizia e imbavagliare l’informazione, e il gioco è fatto.
Eppure tutto questo nel 1976 lo aveva scritto un poliziotto trapanese, Giuseppe Peri
Cronaca
Partanna – Niente funerali in forma pubblica per Rosario Scalia, 50 anni, deceduto nel carcere di Sulmona, il 24 dicembre scorso. Scalia, originario di Partanna, è ritenuto vicino alla consorteria mafiosa cosa nostra che opera in provincia di Trapani e condannato, a vent’anni di reclusione per omicidio commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione criminale.
Il Questore di Trapani ha disposto specifico divieto di svolgimento delle esequie in forma pubblica in virtù del quale è vietata ogni commemorazione od altra funzione religiosa che si svolga al di fuori del cimitero di Partanna dove la salma dell’uomo, è stata trasferita e tumulata. Tale tipologia di provvedimento ha la finalità di scongiurare che i funerali possano costituire il pretesto per manifestazioni di consenso più o meno esplicito verso l’organizzazione mafiosa.
Il corpo senza vita di Scalia era stato scoperto nella tarda serata del 24 dicembre dal personale dell’istituto di pena nel corso di ordinari servizi di controllo.
Dai primi accertamenti effettuati dai sanitari del 118, che sono intervenuti nel penitenziario dopo l’allarme lanciato dagli agenti, il decesso sarebbe riconducibile ad un arresto cardiocircolatorio.
Rosario Rosario Scalia era stato condannato a 20 anni di reclusione per il concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, avvenuto il 21 maggio 2009 all’interno del bar Mart Cafè di Partanna. Lombardo venne assassinato per aver rubato un furgone carico di merce appartenente al supermercato Despar, gestito da Domenico Scimonelli, considerato uomo d’onore e legato alla rete mafiosa vicina al defunto boss Matteo Messina Denaro. Secondo la ricostruzione dei giudici, Scalia avrebbe avuto il compito di monitorare e comunicare in tempo reale al mandante gli spostamenti della vittima, permettendo ai killer di intercettarla e assassinarla.
L’assassinio di Lombardo fu qualificato come omicidio di mafia, aggravato dall’aver agito per agevolare Cosa nostra.
Nel 2024 il Tribunale di Trapani – Misure di prevenzione aveva disposto la confisca di beni per circa 180 mila euro a carico di Scalia: immobili, terreni, conti correnti e compendi aziendali. Un provvedimento arrivato dopo un sequestro nel 2023 e motivato dalla pericolosità sociale qualificata dell’imprenditore, già condannato per un omicidio mafioso
Cronaca
Palermo – La borghesia mafiosa che cerca il dialogo con i clan, l’allarme sicurezza in città, il referendum sulla separazione delle carriere, le riforme del sistema processuale: a tracciare un quadro dello “stato di salute” della criminalità organizzata e della giustizia penale è il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia.
“Cosa nostra è in fibrillazione – dice il capo dei pm – non è certamente più quella Corleonese che abbiamo conosciuto, cosa che dipende innanzitutto dalla pressione, ormai trentennale, dello Stato. È però un’organizzazione che ha un importante substrato fatto di storia e di regole capace di sopravvivere al momento di crisi e che le consente di rimanere attrattiva per molti giovani, sia a Palermo che nelle province. Oggi Cosa nostra è orientata a fare ciò che ha sempre fatto: tornare a inserirsi nel mondo degli affari e dei ‘servizi’ verso quella parte di borghesia che li richiede, e guarda, appunto, a quella parte di società che è interessata a dialogare con la mafia”.
“Questa Cosa nostra diversa e più debole si fa i suoi affari e perde pezzi di controllo del territorio – spiega de Lucia – ci sono molti fattori in gioco, uno di questi è culturale. Ci sono dei gruppi di giovani che non sono legati all’organizzazione mafiosa e non sono neanche più controllati dall’organizzazione mafiosa. Sono in qualche misura allo sbando, vivono di idoli che non sono solo quelli tipici della mafia, vivono sopra le righe, girano armati. Un problema, questo sì, connesso in qualche modo indirettamente a Cosa Nostra che gestisce il traffico di armi. Ci sono fenomeni che vanno letti più in chiave socio-culturale che criminale e sono presenti in tutte le grandi metropoli”.
Critico, poi, il giudizio del procuratore di Palermo sulle ultime riforme in materia di sistema processuale penale.”La prima osservazione che viene da fare – dice – è che non c’è una idea organica di riforma del processo penale. Assistiamo a una serie di costosi e non coordinati interventi legislativi che si affastellano l’uno sull’altro e che rendono il processo penale italiano, che già non funzionava, ancora meno funzionante”.
Infine sul referendum sulla separazione delle carriere: “i cittadini vogliono un processo penale senza errori giudiziari e processi civili e penali che si concludano in tempi ragionevoli.
La riforma costituzionale non consente affatto ai cittadini né di essere più sicuri da un punto di vista degli errori giudiziari, che continueranno a esserci, come è inevitabile che sia, né assicura rapidità al processo”. (fonte ANSA)
Cronaca
Milano – A Milano c’è un «contesto mafioso” simile a quello calabrese, «né più né meno della Calabria». Così i pm della Dda milanese Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno iniziato la loro requisitoria nel filone del rito abbreviato, a porte chiuse e nell’aula bunker, per quasi 80 imputati, nel maxi procedimento ‘Hydrà a carico di 146 persone, scaturito dalle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo.
Inchiesta su una presunta «alleanza» tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare «affari», ossia sul cosiddetto «sistema mafioso lombardo». Nella maxi udienza, tra i 146 imputati 77 hanno scelto l’abbreviato, 59 l’ordinario dell’udienza preliminare, mentre gli altri puntano a patteggiare. La requisitoria, con la ricostruzione delle indagini e gli elementi di prova sulle vari posizioni, andrà avanti oggi fino al pomeriggio e si concluderà con le richieste di condanna nella prossima udienza tra due giorni.
Mentre le difese parleranno il 17 e il 28 novembre, giorno in cui riprenderà pure il filone dell’udienza preliminare, sempre davanti al gup Emanuele Mancini. Tra coloro a giudizio in abbreviato ci sono Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, e Bernardo, Domenico e Michele Pace, che avrebbero fatto parte del mandamento della provincia di Trapani, con al vertice Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro. Parrino, invece, è in udienza preliminare.
Al procuratore Marcello Viola e alla pm Cerreti, tra l’altro, nei mesi scorsi era anche stata rafforzata la scorta per minacce ricevute legate a queste indagini. Indagini passate pure per una decisione del gip che bocciò gran parte degli arresti, poi però confermati da Riesame e Cassazione.
Nella scorsa udienza il giudice aveva accolto la richiesta della Dda di acquisire nel processo i sei interrogatori, più altri atti a riscontro, di William Alfonso Cerbo, detto «Scarface», il nuovo pentito del maxi procedimento. Sulla tranche ordinaria dell’udienza preliminare, invece, c’è una riserva del giudice sull’acquisizione degli atti. Cerbo ha confermato ai pm l’ipotesi accusatoria in sei verbali, tra settembre e ottobre, con dettagli pure sul suo ruolo di «collettore economico a Milano del clan Mazzei di Catania». Oltre ad affari di tutti i tipi per decine di milioni di euro – dai traffici di droga all’usura al recupero crediti alle estorsioni, fino ad investimenti con infiltrazioni illecite in aziende, cliniche e nel settore delle costruzioni – negli interrogatori di Cerbo, con tante parti omissate, ci sono anche contrasti tra clan, omicidi (si parla del caso di ‘lupara biancà del boss catanese Gaetano Cantarella) e di presunte talpe nelle forze dell’ordine. (fonte Ansa)