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Trapani – Nel giorno della sua memoria liturgica, il beato Rosario Livatino ci ricorda che la legge non è soltanto un insieme di regole, ma una responsabilità verso ogni persona. A Trapani, la sua testimonianza si intreccia con la conclusione del Giubileo straordinario della chiesa di San Pietro, tra fede, memoria e speranza.
«Siamo abituati a pensare che o si è buoni o si è giusti. In Rosario Livatino non esiste questa opposizione».
Le parole di Alessandra Camassa, presidente del Tribunale di Trapani (che potrete ascoltare nel video che troverete nel nostro Sito), restituiscono tutta la forza della testimonianza del beato Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, la cui vita continua a parlare alle coscienze di chi crede nella giustizia e di chi è chiamato ogni giorno a esercitarla.
Nel giorno della sua memoria liturgica, il 29 ottobre, il suo esempio ci invita a superare una falsa contrapposizione: quella tra il rigore della legge e la sensibilità del cuore. Perché essere giusti non significa rinunciare alla compassione, così come essere buoni non significa essere indulgenti con il male. Significa, piuttosto, riconoscere nella legge uno strumento per proteggere la dignità umana, difendere i più deboli e custodire il bene comune.
È questo il senso più profondo della vita di Livatino: un uomo che ha esercitato la magistratura come una missione, senza separare la propria fede dalla responsabilità professionale e senza cercare scorciatoie di fronte al dovere. La sua testimonianza resta un richiamo esigente per la società e, in modo particolare, per chi amministra la giustizia: applicare le regole con fermezza, senza mai dimenticare l’umanità delle persone.
La riflessione sulla figura di Livatino si inserisce oggi in una giornata particolarmente significativa per la comunità trapanese. Nella chiesa di San Pietro, la più antica della città secondo la tradizione storica, si conclude infatti il Giubileo straordinario celebrato in occasione dei novecento anni dalla fondazione della parrocchia e dei trecento anni dalla solenne Dedicazione dell’edificio sacro, avvenuta il 29 ottobre 1726.
Proprio davanti all’altare dedicato al beato Livatino è stata raccolta la testimonianza di Alessandra Camassa, in un video che invita a riscoprire il valore di una giustizia capace di tenere insieme responsabilità, coscienza e rispetto della persona.
La giornata conclusiva prevede alle 18.15 la celebrazione dei Vespri solenni e alle 19 l’Eucaristia presieduta dal vescovo Pietro Maria Fragnelli, durante la quale è previsto anche il rito di accoglienza dell’amministratore parrocchiale, don Antonino Castelli. La serata si concluderà alle 20.30 con un momento di fraternità.
La celebrazione rappresenta anche l’occasione per accogliere il dono dell’indulgenza plenaria previsto per la conclusione del Giubileo, secondo le condizioni stabilite dalla Chiesa.
«La conclusione del Giubileo straordinario non segna un punto di arrivo, ma di ripartenza», sottolinea don Antonino Castelli. «Ci ricorda che custodire un edificio non basta; dobbiamo continuare a edificare la comunità, affinché sia sempre più una casa accogliente, un luogo di preghiera e un segno della presenza di Cristo».
Parole che vanno oltre la conservazione di un patrimonio storico e artistico. Perché una chiesa vive davvero quando le sue pietre diventano accoglienza, quando la memoria si trasforma in responsabilità e quando la fede si traduce in gesti concreti di solidarietà.
Durante l’anno giubilare, la comunità ha riscoperto le proprie radici attraverso convegni, mostre, concerti, incontri pastorali e presentazioni di libri. Tra gli appuntamenti, anche un approfondimento dedicato a Rosario Livatino, al quale è consacrato un altare nella stessa chiesa che sorge nei pressi del Tribunale.
Un percorso che ha restituito centralità alla storia di San Pietro, le cui origini risalirebbero all’epoca paleocristiana e la cui ricostruzione viene tradizionalmente collegata al conte Ruggero d’Altavilla nel 1076. Nei secoli, l’edificio ha attraversato ampliamenti e restauri, fino alla consacrazione del 29 ottobre 1726.
Nel giorno dedicato al magistrato beato, la storia della chiesa di San Pietro e la sua rinnovata vita comunitaria si incontrano così con una testimonianza che continua a interrogare il presente.
Rosario Livatino ricorda che il diritto non può ridursi a un esercizio burocratico e che la giustizia non è autentica se perde di vista la persona. La sua fede non lo allontanò dal mondo: lo rese consapevole della responsabilità di ogni scelta, della necessità di servire la verità e del prezzo che talvolta comporta restare fedeli al proprio dovere.
In una società spesso divisa tra il desiderio di punire e quello di comprendere, il suo esempio indica una strada più impegnativa: essere rigorosi senza essere disumani, essere misericordiosi senza tradire la giustizia.
È qui che le regole ritrovano il loro significato più alto. Non nel diventare meno esigenti, ma nel servire la dignità di ogni essere umano.
E forse è proprio questo il messaggio che, oggi, unisce la memoria di Rosario Livatino alla conclusione del Giubileo di San Pietro: le pietre costruiscono gli edifici, ma sono le coscienze a costruire una comunità. E la giustizia, quando non dimentica l’amore, può diventare una delle forme più alte di servizio all’uomo.