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    Nomi da ricordare: Natale Mondo, prima infangato e poi ucciso dalla mafia
    Un essere umano è libero quando ha la possibilità di scegliere. Nella complessità del mondo in cui viviamo non a tutti è data questa possibilità. Al contrario, molti di coloro che possono scegliere, invece, spesso non lo fanno. E' un diritto. Ed è questo diritto che ha sempre esercitato nella sua vita Natale Mondo, palermitano, poliziotto. Venne assassinato dalla mafia a Palermo, il 14 gennaio 1988
    Redazione14 Gennaio 2026 - Cronaca
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  • Natale Mondo, poliziotto della Squadra Mobile di PalermoCronaca

    Natale Mondo era nato in una famiglia molto semplice il 21 ottobre del 1952 a Palermo, nel quartiere popolare dell’Arenella. E’ una borgata alle porte di Palermo, annessa alla città dopo l’espansione del secondo dopo guerra. Una borgata sorta e sviluppatasi soprattutto per la presenza della Tonnara Florio, con una costa di sabbia bianca finissima. Aveva sempre scelto nella sua vita da che parte stare: quella della giustizia e della difesa dei più deboli. Il suo sogno era sempre stato quello di indossare la divisa e a soli 20 anni si arruola in Polizia, è il 1972.
    La sua prima destinazione è Roma e il ritorno nella sua amata Sicilia: Siracusa e poi Trapani. E’ in questa città che avviene l’incontro che cambierà per sempre la sua vita, quello con il vice questore aggiunto Ninni Cassarà. Imparano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro, Cassarà si fida di Natale Mondo tanto da volerlo al suo fianco quando sarà chiamato a dirigere la squadra mobile di Palermo.

    Dopo 10 anni finalmente Natale ritorna nella sua città per mettere a frutto ciò che ha imparato in questi anni, per contribuire con la sua esperienza a liberare la sua Palermo dalla mafia. Una città di cui è profondamente innamorato, come lo è di sua moglie Rosalia e delle sua figlie, Dorotea e Loredana. Rosalia ha un negozio di giocattoli all’Arenella, il quartiere in cui Natale è tornato a vivere e costruisce lì la sua famiglia.
    La situazione della Squadra mobile di Palermo nel 1982 è difficilissima. Nel 1979 è stato ucciso Giorgio Boris Giuliano, che aveva dato un’importante svolta alle indagini di mafia, i poliziotti si sentono soli e abbandonati, cercando di sconfiggere un nemico che gode di silenzi e connivenze. Ad aprile di quell’anno è stato ucciso Pio La Torre, segretario regionale del PCI, insieme al suo uomo di fiducia Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo la strage di via Carini, in cui furono trucidati il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo.

    Ma è l’anno in cui arrivano a prestare il loro servizio alla squadra mobile due dirigenti che attuano una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della Questura: Beppe Montana e Ninni Cassarà. I due dirigenti si circonderanno solo di persone di estrema fiducia e Natale Mondo è una di queste e per i tre anni successivi si occuperà soltanto di indagini sulle cosche mafiose. I due dirigenti Montana e Cassarà hanno introdotto un nuovo modello investigativo, basato sulla frequentazione e conoscenza del territorio, in cui cercare i latitanti. Erano certi che un capomafia non poteva allontanarsi per troppo tempo dal suo territorio, perché così facendo avrebbe perso il suo potere.
    Sono tanti i successi raggiunti da questo gruppo di uomini e di donne con pochi mezzi e tanta intraprendenza; le giornate, e a volte persino le notti, scorrono tra gli inseguimenti su Alfette moribonde o auto private. Si pagano gli informatori di propria tasca, persino i computer scarseggiano. Il commissario Montana ha acquistato di tasca propria un binocolo da utilizzare nelle operazioni di ricerca dei latitanti. Ma l’operazione più importante condotta da questa squadra è quella che portava la firma di Cassarà, stretto collaboratore del pool antimafia di Giovanni Falcone, il “Rapporto dei 162”. Era stato ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e il Rapporto getta le basi per l’istruzione del Maxiprocesso.
    Un poliziotto con la P maiuscola, finito nel tritacarne delle infamie all’indomani dell’omicidio di Ninni Cassarà, verrà colpito dal sospetto di essere stato complice dei killer, quel giorno quando Cassarà, che era stato capo della Squadra Mobile a Trapani, venne ucciso nell’estate rovente del 1985 a Palermo, c’era anche lui, riuscì a schivare i colpi mortali, che colpirono oltre che Cassarà anche l’altro agente che lo accompagnava, Rosario Antiochia.

    Su Natale Mondo scattò una sorda campagna di diffamazione, sottotraccia. Aveva la colpa di essersi salvato, e su di lui si abbatté la calunnia d’aver fatto da talpa. Cassarà era chiuso da giorni in Questura, a indagare sull’omicidio mafioso del capo della sezione catturandi, Beppe Montana, e sulla morte misteriosa, in questura, del giovane Salvatore Marino, sospettato d’avere avuto un ruolo in quel delitto. Mondo, secondo il pm che l’accusò, avrebbe avvertito il commando di killer – 9 uomini armati di kalashnikov appostati da giorni in via Croce Rossa – che Cassarà si stava muovendo, stava tornando a casa.
    Mondo fu arrestato con 27 altre persone, insieme al clan guidato da un guardaspalle di Gerlando Alberti, e fu accusato anche di traffico di stupefacenti.
    In suo favore, intervennero le deposizioni della vedova del capo della Mobile, Laura Cassarà, e di altri colleghi: Mondo s’era infiltrato tra i clan dell’Arenella, il quartiere dove viveva e dove la moglie aveva un negozio, su ordine dello stesso Cassarà. A difendere l’agente, fu poi un amico d’infanzia di Cassarà, l’avvocato Sergio Monaco.
    Su Natale Mondo restò tuttavia lo stigma del sospetto. Smise di lavorare. Di tanto in tanto, ha raccontato il dirigente della sezione investigativa della Mobile di allora, Saverio Montalbano, passava dalla Questura a ritirare un sussidio. Pure Montalbano fu processato e assolto dall’accusa di favoreggiamento e falso ideologico: due suoi agenti, questa l’accusa, avevano continuato a frequentare il negozio di Mondo, all’Arenella, consentendo alla mafia di scoprire il suo doppio gioco.

    Non si può fare a meno di pensare che Natale Mondo sia stato ucciso, tre anni dopo l’assassinio di Cassarà e Antiochia, per avvalorare l’infamia che gli era stata abilmente cucita addosso: di esser lui la talpa. Ma la talpa c’era e aveva un altro nome e un altro volto.
    Mondo fu ucciso poco dopo l’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco: omicidio tardivo, anche in questo caso, quasi quattro anni dopo le accuse contro il sistema politico mafioso depositate in commissione antimafia e ripetute a Giovanni Falcone. I due omicidi non hanno un nesso diretto che li unisca, ma la regia di Cosa Nostra li accosterà, uno dopo l’altro, forse per confondere le acque. Il pm che aveva arrestato Natale Mondo, Domenico Signorino, si suiciderà il 3 dicembre del ’92, dopo le accuse di collusione con la mafia rivolte a lui e ad altri magistrati dai pentiti Drago e Mutolo.

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