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    Ciclone Harry. La tragedia dei migranti morti in mare
    Potrebbero essere oltre mille i migranti morti
    Redazione7 Febbraio 2026 - Cronaca
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    Trapani – Il corpo senza vita e in avanzato stato di decomposizione di una donna verosimilmente migrante rinvenuto sull’isolotto della Colombaia a Trapani ci rimanda purtroppo ad una triste realtà sottaciuta in queste settimane di maltempo. Ci sono domande alle quale purtroppo nessuno potrà dare una risposta. Sicuramente ha una famiglia che attende sue notizie. Da dov’era partita questa donna e con chi si trovava quando è sopravvenuta la morte. La rotta potrebbe essere quella tunisina, ma con lei sono morte altre persone? Domande che rimarranno tali senza una risposta.

    Mentre prosegue la conta dei danni dopo il passaggio del ciclone Harry tra Sicilia, Calabria e Sardegna, così emerge una tragedia umanitaria che riguarda proprio i migranti. Coloro i quali proprio in quei giorni hanno deciso di mettersi per mare per raggiungere le coste siciliane. Sarebbero circa mille le persone partite dalla Libia e della Tunisia nei giorni del ciclone, e potrebbero essere morte nel mar Mediterraneo centrale nel corso della loro traversata verso l’Italia e Malta. Una ricostruzione che si basa sulle testimonianze dei familiari dei dispersi e sui racconti di alcuni superstiti recuperati in mare, incrociati con gli allarmi lanciati dai dispositivi di soccorso presenti sulle imbarcazioni.

    Nel 2025 le persone annegate furono complessivamente 1.340, in un solo mese nel 2026 il numero è già stato forse superato. Interessante la ricostruzione di Wired 

    Ecco cosa scrive Wired

    Il 24 gennaio il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, che si occupa di migrazioni e monitoraggio delle operazioni di soccorso nel mar Mediterraneo. In un post su X ha segnalato un dispaccio Sar, lanciato sulla rete InmarSAT dal Centro di coordinamento e soccorso Itmrcc della Guardia costiera italiana, relativo a otto imbarcazioni partite dalla città di Sfax, in Tunisia, e di cui si avevano perse le notizie. Nel messaggio di allerta erano raccolte anche informazioni sulle imbarcazioni, perlopiù in ferro ma anche un gommone, sulla data di partenza, avvenuta tra il 14 e il 21 gennaio, e sulle persone migranti a bordo, per un totale di 380.

    Nelle ore successive questo dispaccio si è arricchito di ulteriori informazioni. Il 24 gennaio la motonave Star ha soccorso in mare Ramadan Konte, un cittadino della Sierra Leone che si trovava in balia delle onde da circa 24 ore. L’uomo ha raccontato di essere partito con un barchino da Sfax assieme a un’altra cinquantina di persone e di essere l’unico sopravvissuto al naufragio, dove sono morti anche fratello, nipote e cognata.

    Il 26 gennaio l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha rilasciato un comunicato stampa dove si parlava del naufragio di diverse imbarcazioni negli ultimi giorni “con informazioni preliminari che suggeriscono che centinaia di persone potrebbero essere disperse in mare o si teme che siano morte. Le condizioni meteorologiche avverse hanno ostacolato significativamente le operazioni di ricerca e soccorso”.

    L’Oim ha reso conto di tre decessi segnalati da un’imbarcazione arrivata a Lampedusa, due gemelle e un uomo. Le persone a bordo hanno anche detto di essere partite con un’altra imbarcazione di cui si sono perse le tracce e l’Oim ha infine dato notizia, citando la Guardia costiera italiana, di un altro naufragio al largo di Tobruk, in Libia, con 51 persone coinvolte.

    “Mille persone disperse”

    Se queste sono le informazioni raccolte da un lato del Mediterraneo – quello di arrivo – anche dai territori di partenza sono arrivate notizie che vanno in direzione di una strage di persone migranti con pochi precedenti.

    Refugees in Lybia, un’organizzazione non governativa che include rifugiati, richiedenti asilo e migranti, ha incrociato i dati sulle partenze delle ultime settimane con le testimonianze di familiari e conoscenti delle persone disperse. Secondo l’ong, dal 15 gennaio in poi sarebbero partite diverse imbarcazioni dalle aree localmente chiamate chilometri 19, 21, 25, 27, 30, 31, 33, 35 e 38. Diverse persone che dovevano essere su quelle barche ma che sono state lasciate a terra perché non avevano denaro sufficiente per pagare la traversata hanno denunciato di non avere avuto più notizie di parenti e conoscenti che invece si erano imbarcati.

    “Dal chilometro 19 al 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30, sono partite sette imbarcazioni, dai chilometri 33 e 38 altri sette convogli”, denuncia Refugees in Lybia, che dà conto di un solo arrivo in Italia e di un unico ritorno a Sfax per le condizioni di navigazione difficili.

    Il silenzio della politica

    L’ong ha denunciato un numero di dispersi, probabilmente decessi, nell’ordine delle mille persone. Una stima confermata il 2 febbraio dall’organizzazione non governativa Mediterranea Saving Humans, secondo cui le numerose partenze nei difficili del ciclone Harry sarebbero state causate da una riduzione dei controlli lungo il litorale costiero da parte delle forze di polizia tunisine, impegnate in una serie di retate nei campi rifugiati situati più verso l’interno.

    Le autorità italiane e maltesi, così come quelle tunisine e libiche, non hanno rilasciato dichiarazioni a proposito dei naufragi.

    “Il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia”, ha denunciato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans.

    Ora la questione è finita nel parlamento italiano: il deputato del Partito democratico Matteo Orfini ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Il governo deve spiegare all’Aula perché non sono state attivate procedure di emergenza straordinarie e perché si è scelto di ignorare le grida di aiuto che arrivavano da quelle imbarcazioni già ore prima che il ciclone colpisse”, ha sottolineato. “Chi ha impedito i soccorsi e chi ha voltato le spalle a queste persone dovrà assumersi la piena responsabilità politica e morale di quello che è, a tutti gli effetti, uno dei più grandi naufragi della nostra storia recente”.

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