Attualità
Trapani – L’ing. Giuseppe Laudicina, con una lunga esperienza nel settore delle risorse idriche, laureato in ingegneria idraulica al Politecnico di Milano, che ha ricoperto nel corso della sua attività diversi incarichi nel comparto idrico siciliano, interviene sulla vicenda che in questi mesi sta riguardando la rete di distribuzione idrica nel capoluogo, o meglio i guai che da mesi la riguardano. Laudicina, trapanese, è stato direttore dell’Acquedotto di Marsala e di Trapani, direttore generale dell’AMAP di Palermo e consulente di Siciliacque fa un lungo intervento sulla vicenda della distribuzione idrica a Trapani.
La relazione scritta dal’ing. Giuseppe Laudicina, è dettagliata ed articolata e rimanda il lettore ai primi anni ’90.
Tra il 1992 e il 1993 la rete idrica di Trapani Nord, da piazza Vittorio Emanuele fino al cimitero e a nord di via Fardella, fu rifatta da capo. I tubi scelti erano in polietilene: un materiale liscio, che non fa ruggine e non trattiene depositi, con un diametro utile che resta quello di partenza anche dopo molti anni. Una rete così fatta può durare dai 50 agli 80 anni. Quella di Trapani ne ha circa trentatré, ed oggi, per giustificare il perché da una parte dei rubinetti della città esce acqua che non più idonea al consumo umano, la si ritiene talmente vetusta da essere sostituita.
Ma è una storia già raccontata. Nel 2024, ad esempio, si diceva che non convenisse affidarsi ai pozzi di Bresciana perché la condotta che porta l’acqua in città era troppo datata. Poi, Trapani ha smesso di comprare acqua da società esterne e in quella condotta sono passati volumi maggiori. E da quel momento la condotta non ha più avuto cedimenti. Gli stessi tubi vecchi, a quanto pare, reggono benissimo quando serve che reggano. Ma torniamo alla rete idrica cittadina. La parte di Trapani Nord ha anche un vantaggio che gli esperti apprezzano più dei cittadini: è stata posata dopo la fogna; quindi, almeno quando fu costruita, la condotta dell’acqua non passava in nessun punto sotto quella dei liquami. Su quella rete sono installati anche gli apparecchi “Gallo”, ovvero dei collettori di distribuzione multiutenze utilizzato per collegare più utenze (fino a 6 o 12) a un’unica condotta principale, pensati per semplificare la manutenzione, le riparazioni e i nuovi allacci. Chi gestisce la rete dovrebbe conoscerli bene. Nel centro storico l’ordine è stato a volte l’inverso: in alcune strade la fogna è arrivata dopo e poteva finire sopra l’acquedotto. Anche lì però i tubi dell’acqua non sono antichi, perché sono stati sostituiti tra il 2004 e il 2006. Tra il 2006 e il 2009 la zona Fontanelle, tra via Tenente Alberti, via Marconi, via Cipponeri e lo scorrimento veloce, è stata divisa in distretti.
Il problema riguarda invece l’infrastruttura fognaria, la sua realizzazione risale più o meno agli anni Sessanta e fa defluire tutta acquatta mista: acqua piovana e acque nere, nello stesso condotto. Nelle vie toccate in questi lunghi mesi dalla contaminazione è stata realizzata con canalette in blocchi di tufo, coperte da pesanti lastre di pietra “misca”, un marmo trapanese usato anche per la Reggia di Caserta e per decenni ha funzionato bene, ma da una quindicina d’anni fatica molto ad espletare le funzioni affidatele. Il motivo principale non è l’età ma la pendenza. Quando fu costruita, la rete scaricava i liquami in mare senza alcun trattamento, lungo il litorale nord, dove oggi c’è la pista ciclabile. Le canalette scendono ancora verso quella costa. Successivamente e giustamente, la leggi sanitarie ed ecologiche hanno imposto la chiusura degli scarichi a mare e i liquami sono stati mandati, senza interventi di variazioni strutturali, all’impianto di sollevamento di via Ilio, sollevati presso l’impianto di sollevamento “acque nere e miste” di via Marsala per essere recapitate al depuratore consortile, (Trapani, Erice, Paceco), sulla provinciale per Marsala. All’epoca, prevedendone la necessità, vennero lasciate delle saracinesche, nella parte a valle di un paio di detti collettori fognari con l’intento che, durante eventi alluvionali che avrebbero messo in pericolo l’incolumità pubblica, ed allorquando i volumi di acque bianche avessero superato di cinque volte i volumi di acque nere, così come prescrive la legge, si potevano aprire per scaricare i volumi di acque miste direttamente a mare, abbassando i tiranti idrici sulle strade e mettendo in sicurezza le strutture cittadine, eliminando, congiuntamente al contemporaneo funzionamento di tutte le pompe allocate presso l’impianto di sollevamento “acque bianche” di via Tunisi, in breve tempo, il pericolo di incolumità pubblica.
Così ci troviamo oggi, ma anche ieri, una rete fognaria costretta a lavorare in contropendenza. È ovvio e logico che una fognatura in queste condizioni, per altro abbastanza note, non può funzionare perfettamente e che necessita di una programmata e continua manutenzione, dove è necessario l’utilizzazione di mezzi idonei come gli autoespurgo che, come detto dovrebbero intervenire costantemente, specialmente in periodi di poca o nulla piovosità che favorisce una possibile solidificazione dei reflui trasportati. Anche nei casi di massima urgenza, laddove si evidenziano casi di interferenze tra sistema fognario e sistema idrico, l’immediato intervento, per evitare il peggio, è quello di utilizzare gli autoespurgo, subito per abbassare la pressione che si è istaurata nei condotti fognari, spesso per maggiore quantità di sostanze solide, ripeto peggiore nei mesi di scarse piogge, successivamente sollevare le botole e o ad occhio o con mezzi specifici, oggi in dotazione agli autoespurgo ( telecamere teleguidate), localizzare dove possono esserci interconnessione con la rete idrica, facilmente riscontrabile perché in quei punti, in fognatura , la fase liquida è di gran lunga maggiore della fase solida, quindi intervenire per le dovute riparazioni; non è da trascurare con la conseguente facilità di potere risalire alla causa della perdita, agevolando l’eventuale richiesta risarcitoria nei confronti degli eventuali responsabili delle manomissioni.
Le stesse precauzioni dovrebbero essere prese nei periodi che, statisticamente precedono eventi di forte intensità in modo di far trovare le condotte fognarie libere di residui solidi, che ne restringono la sezione, in modo da far defluire velocemente anche le quantità d’acqua piovane e far funzionare in modo eccellente le caditoie la cui funzionalità è indispensabile, anche se nelle precipitazioni di tipo alluvionali possono rigurgitare, per lo smaltimento delle precipitazione di breve intensità, che poi sono, per fortuna, la gran maggioranza delle manifestazioni meteoriche che si presentano nella nostra Città.
Bisognerebbe ricordarsi, sempre, che una fogna piena, come le perdite delle condotte idriche cittadine, sono sempre il maggior pericolo di contaminazione delle fonti idriche cittadine. Mantenere tutto questo programma certamente costa e molto, per un gestore come un Ente Locale, ed a tale proposito sarebbe utile sapere che tipo di manutenzione, e quanto si è speso per la gestione manutentiva delle nostre sottoreti cittadine negli ultimi quindici anni. Ma questo dato non è pubblico. Non ancora.
In questa storia, di responsabilità di contaminazione di ordinanze di vario tipo, che è surreale nel 2026 in un paese civile, tanto quanto sapere che da mesi e mesi, un bel pezzo della città deve ricorrere da sola, ad altre fonti di approvvigionamento idro-potabile, finendo per pagare due volte l’acqua; c’è qualcosa che non torna. Ed è la parte lasciata fuori da comunicati, relazioni, progetti, etc.… Negli ultimi mesi, con i fondi del PNRR, le strade di Trapani sono state scavate di continuo per ammodernare la rete elettrica e per la posa della fibra ottica. Molti di quegli scavi sono stati fatti con escavatori a catenaria o a ruota dentata, riconosciuti da tutti come i mezzi più disastrosi per le sottoreti cittadine, che aprono in fretta trincee strette e poco profonde e distruggono tutto quello che trovano sotto. Alla fine, il Comune ne ha vietata l’operatività in città con un’ordinanza, bastava non autorizzarli fin dall’inizio.
La prova che la modalità dell’esecuzione di questi lavori possa avere provocato tale situazione sta nel confronto tra due zone. Nel centro storico i sottoservizi sono più fragili e i lavori dello stesso tipo, sono stati realizzati da mezzi tradizionali, l’acqua è rimasta pulita, tranne il caso di via Custonaci, risolto in fretta. Nella Trapani nuova, dove le ruote dentate sono passate, la contaminazione c’è stata, certamente dovrebbe essere dimostrato, ma quando un escavatore tocca una tubazione fa un foro, anche se la sfiora, e la perdita è immediatamente visibile, mentre quando la condotta viene sfiorata da una ruota dentata, si fessura e la fuoriuscita dell’acqua si manifesta con ritardo, specialmente da noi dove l’acqua viene aspirata dai motorini e a giorni alterni.
Per la verità è da aggiungere che anche i lavori eseguiti con gli escavatori, se non perfettamente eseguiti e controllati possono combinare guai, specialmente quando si ha premura nell’ultimazione dei lavori. Negli anni in cui i lavori stradali erano più rari, certo non era bello perché non vi erano investimenti produttivi, nessun Sindaco si è trovato costretto a dover firmare tante ordinanze sul divieto dell’acqua per il consumo umano. Si parla già di rifare da zero sia la rete idrica che quella fognaria, come se fosse l’unica soluzione possibile; certamente rifare la fogna aiuterebbe molto, è ovvio, prima però bisogna far tornare l’acqua potabile nelle case dei cittadini; le opere strutturali, se servono davvero, vengono dopo, e sui cantieri in Città serviranno controlli più attenti di quelli operati nel passato recente.
Stando così le cose, se il problema è l’infrastruttura, le responsabilità pubbliche sono attenuate e ai cittadini non resta altro che una lunga e costosa attesa, con la promessa che prima possibile si ritornerà alla normalità.