Cronaca
Valle del Belice (Trapani) – Nella Valle del Belice era una domenica di gennaio fredda e pungente … Sono le 13.29 del 14 gennaio 1968. Passano tre quarti d’ora, alle 14.15, si replica, sesto grado scala Mercalli. Ore 16.48, ancora una nuova scossa, settimo grado Mercalli. Inizia il dramma. Le case di tutta la Valle percorsa dai tremori, diventano inagibili, la gente scappa via. Il buio prende il sopravvento e con esso la paura. La paura di non rivedere il nuovo giorno. Inizia così la notte più lunga. Il dramma in queste ore riguarda solo il Belice. Calatafimi, Vita, Salemi, Gibellina, Salaparuta, Santa Ninfa, Partanna, Poggioreale, Montevago, Menfi, Chiusa Sclafani, Sciacca, Camporeale, Santa Margherita del Belice, Castelvetrano. Sono tre le province interessate dal disastro di quelle ore, quella di Trapani, Agrigento e Palermo.
Il terrore che ha preso quella gente sembra non interessi a nessuno. E’ da allora che questa gente è abituata a non aspettare gli altri, a sbracciarsi e a darsi da fare. Alcuni fanno ritorno nelle case, chi per prendere qualcosa, altri per restarci. Per sempre.
Sono le 3.01 è la fine. Onde sismiche di magnitudo 6.0 e con effetti nell’epicentro del nono grado Mercalli sconquassano violentemente la Valle. Il Belice è cancellato. Il sisma si avverte financo a Pantelleria.
Le prime colonne di soccorsi che giungeranno quando la giornata di lunedì si appresta al nuovo imbrunire troveranno le stradine stravolte, bloccate dalle frane. Nella vecchia Poggioreale non ci sono più le allegre voci a circondarmi ed abbracciarmi. A distanza di anni da quel terremoto si possono ancora sentire i pianti, le donne che si disperano, gli uomini che a mani nude scavano tra le macerie sperando di potere riabbracciare i genitori, le mogli, i figli. C’è il rumore assordante dei muri che si sgretolano come quando la neve si scioglie al sole e svanisce, mentre la terra continua a tremare. Sono notte fredde che accolgono quei disperati. I morti viventi vagano al buio cercando riparo sicuro da quella tragedia. Le vedo quelle persone che ancora smarrite si danno una mano. Scavano, scavano vorticosamente nel tentativo disperato di cogliere anche un piccolo anelito di vita. Le vedo, infreddolite, gli occhi smarriti, come chi ha avuto rubata l’anima. I soccorsi tardano ad arrivare. Le notizie sono confuse, molti centri rimangono isolati a causa di frane e smottamenti delle strade e sono raggiungibili solo in elicottero. I pochi volontari che in quelle prime ore giungono nei paesi colpiti, sono costretti a fare ore di marcia a piedi. La terra trema ancora per altre 32 volte.
Il terremoto del Belice mise drammaticamente a nudo lo stato di arretratezza in cui versava questa parte della Sicilia così come fece emergere tutte le difficoltà della macchina dei soccorsi a gestire l’emergenza e gli interventi in favore della popolazione. La ricostruzione del Belice fu lunga e problematica e segnò pesantemente la storia italiana, decenni marchiati da appalti, proclami, stanziamenti, malaffare, indagini e arresti. Riassume bene il sentimento del tempo, una frase scritta sui muri dei ruderi durante la ricostruzione: “La burocrazia uccide più del terremoto”.