Custonaci- Il carceriere del piccolo Giuseppe Di Matteo dovrà scontare ancora quattro anni e sette mesi di reclusione. I giudici: «La condotta carceraria non è indice di effettiva e sincera adesione all’opera di rieducazione».
Niente liberazione anticipata quindi per Giuseppe Costa, l’uomo che mise a disposizione la propria abitazione per tenere prigioniero il piccolo Giuseppe Di Matteo durante il sequestro culminato nel brutale assassinio del bambino. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa, confermando la revoca del beneficio e stabilendo che Costa dovrà scontare ancora quattro anni e sette mesi di reclusione.
Costa aveva ottenuto uno sconto di pena di 1.800 giorni, ma nei mesi scorsi il Tribunale di sorveglianza di Milano aveva disposto la revoca della liberazione anticipata. Alla base della decisione, il sostegno economico che l’uomo avrebbe continuato a ricevere dall’organizzazione mafiosa attraverso il boss Pietro Virga, anche per far fronte al pagamento delle spese processuali.
Una circostanza ritenuta incompatibile con un effettivo percorso di distacco dalla criminalità organizzata. Da qui il ricorso in Cassazione, che però non ha trovato accoglimento.
Nel 2017 Costa, allora 63enne, era uscito dal carcere per fine pena, dopo aver scontato vent’anni di reclusione. Era stato arrestato nel 1997 per il suo coinvolgimento in una delle pagine più feroci della storia di Cosa Nostra: il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo, il bambino di appena 13 anni rapito per costringere il padre Santino, diventato collaboratore di giustizia, a ritrattare le proprie dichiarazioni.
Fu Vito Mazzara, zio della moglie di Costa, a prendere gli accordi con Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca. Costa mise a disposizione la propria abitazione nella frazione di Purgatorio, trasformandola in un luogo di prigionia per il piccolo Giuseppe. Il bambino arrivò incappucciato, nascosto nel bagagliaio di un’auto, e venne rinchiuso in una cella costruita dallo stesso Costa.
L’immobile è stato successivamente sottoposto a sequestro. Il calvario di Giuseppe Di Matteo durò 779 giorni. Durante la prigionia il bambino fu trasferito anche nel Trapanese, prima di essere strangolato per ordine di Giovanni Brusca. Il suo corpo venne poi sciolto nell’acido per cancellare ogni traccia.
Per Costa la vicenda giudiziaria non si è conclusa con la scarcerazione del 2017. Nel 2021 è arrivato un nuovo arresto e nel 2023 una nuova condanna.
Nelle motivazioni della decisione, i giudici della Suprema Corte chiariscono che la buona condotta in carcere e la partecipazione alle attività trattamentali non sono sufficienti, da sole, a dimostrare un reale cambiamento.
«La condotta carceraria e la documentata partecipazione alle attività trattamentali, che hanno determinato la concessione del beneficio – scrivono i supremi giudici – e che di norma caratterizzano il percorso carcerario dei detenuti ristretti nei circuiti di Alta Sorveglianza, non possono essere considerati indice di effettiva e sincera adesione all’opera di rieducazione».
Secondo la Cassazione, tali comportamenti possono anche essere stati strumentali all’ottenimento della liberazione anticipata, senza rappresentare una reale evoluzione positiva della personalità del detenuto.
Respinta anche la richiesta della difesa di valutare separatamente i diversi periodi della condotta criminale di Costa. Per i giudici, infatti, non si è trattato di episodi isolati commessi occasionalmente durante la detenzione, ma di una perdurante appartenenza al sodalizio mafioso.
A dimostrarlo, secondo la Suprema Corte, è anche la «pressoché immediata operatività sul territorio ad intervenuta scarcerazione», proseguita persino durante il periodo in cui Costa era sottoposto alla libertà vigilata.
La decisione della Cassazione chiude così la strada al beneficio: per Giuseppe Costa restano da scontare quattro anni e sette mesi di carcere.