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    Ciaccio Montalto un «uomo dal candido coraggio»
    Oggi l'anniversario del suo omicidio
    Laura Spanò25 Gennaio 2026 - Cronaca
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    Trapani – Quarantatre anni fa oggi a Valderice, in via Carollo, venne rinvenuta una Golf, col lunotto infranto, e steso tra i due sedili, con la testa reclinata sul bracciolo del lato passeggero, un corpo senza vita, un braccio disteso, a penzoloni, l’altro piegato sul torace. Un morto ammazzato, crivellato di colpi d’arma da fuoco sparati da diverse armi. Era un uomo, un magistrato, sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, era Gian Giacomo Ciaccio Montalto.

    Il gruppo di fuoco

    Uno dei 14 colpi d’arma da fuoco di diverso calibro, sparati all’indirizzo del magistrato colpisce l’orologio della vettura che, fermandosi all’1.12 attesterà l’ora dell’agguato. Sulla scena del delitto furono rinvenuti ben 23 bossoli. In una zona ad alta densità, con villette limitrofe distanti pochi metri l’una dall’altra, nessuno “sentirà”, né “si accorgerà” del cadavere del giudice, riverso tra il sedile di guida e quello del passeggero. Solo la mattina un contadino che passa da quella strada si accorge e da l’allarme.

    Un nome, quello di Ciaccio Montalto per anni dimenticato da tutti. Fu un delitto di mafia quello del magistrato ma per anni nella città di Trapani c’è stato chi si è impegnato a far credere che Ciaccio Montalto era stato ucciso per altro, addirittura anche per motivazioni poco nobili. Anche in questo la “regia” della mafia.

    Gli anni, metà del 1980, erano quelli in cui in giro a Trapani si andava sostenendo che la mafia non esisteva, e invece Ciaccio Montalto era uno di quelli che ne aveva registrato la presenza. Da magistrato capì subito la scalata a Trapani degli uomini di Riina, colse le infiltrazioni della mafia nelle istituzioni, perché la mafia era riuscita ad introdursi nello Stato per diventare essa stessa Stato.
    Gian Giacomo Ciaccio Montalto quando fu ammazzato era in procinto di trasferirsi alla Procura di Firenze, successive indagini hanno dimostrato come in Toscana la cupola, e quella trapanese aveva già i suoi uomini, non solo “picciotti” ma anche “colletti bianchi”; professionisti, uomini di banca, imprenditori. Ciaccio Montalto è stato ammazzato per avere toccato direttamente il clan Riina. Fu suo uno dei primi provvedimenti di arresto che colpirono Gaetano Riina, detto “u nano”, fratello del più celebre “Totò u curtu”. Ciaccio Montalto aveva scoperto gli interessi in Toscana della mafia cortonese e trapanese insieme.

    Il movente del delitto

    Ma il movente del delitto sta anche in altro. Ciaccio Montalto fu ucciso quando era arrivato al cosidetto “terzo livello”, la pista che stava seguendo era quella dei soldi, dei beni,  degli appartenenti a Cosa Nostra. Quando entrò in vigore alla fine del 1982 la legge Rognoni-La Torre sul sequestro e la confisca dei beni alla mafia, Gian Giacomo Ciaccio Montalto seguendo altri percorsi giudiziari era arrivato a mettere mani su alcuni beni mafiosi.

    Fu ucciso e poi “mascariato” Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quel “Ciaccinu arrivau a stazione”, pronunciata da Agate che da Ciaccio Montalto era stato messo in riga in occasione di una indagine su pressioni subite da agenti penitenziari da parte di mafiosi detenuti, e che doveva essere la frase centrale per spiegare presto quell’omicidio, è rimasta sepolta per decenni.

    La mafia di quegli anni la stessa che ha protetto Matteo Messina Denaro

    La mafia di quegli anni è la stessa di quella di oggi, la mafia non spara più ma sa mascariare meglio di prima, sa inquinare per essersi oltremodo infiltrata nelle istituzioni, nell’impresa, nelle banche dove c’era già ai tempi di Ciaccio Montalto, che era andato a bussare alla porta di alcune di queste prendendosi e portandosi in ufficio gli assegni dei boss, i guadagni dei traffici di droga, delle raffinerie di eroina impiantate nel trapanese…degli appalti.

    La mafia che uccise Ciaccio Montalto è la stessa che ha saputo proteggere Matteo Messina Denaro. La storia di Gian Giacomo Ciaccio Montalto è facile da raccontare, basta sfogliare le pagine delle indagini da lui dirette, l’inquinamento del golfo di Cofano, uno dei più bei paesaggi della Sicilia messo a rischio dagli scarichi illegali e anche dal tentativo di costruirvi negli anni ’70 una raffineria di petrolio sponsorizzata dalle famiglie mafiose locali, le inchieste sui soldi sporchi nelle banche, gli appalti truccati e le speculazioni edilizie, il “sacco” del Belice con la ricostruzione post terremoto, la droga e le raffinerie dell’eroina, i traffici di armi. Tutto questo era Cosa nostra, lo sapeva Gian Giacomo Ciaccio Montalto perchè conosceva la mafia non solo perchè leggeva le carte ma ne conosceva anche i protagonisti che vi facevano parte.

    Un patrimonio professionale mai disperso

    Oggi il patrimonio professionale di GianGiacomo Ciaccio Montalto è vivo più che mai e lo dicono le tante inchieste coordinate dalle Procure trapanesi, siciliane e della penisola. Il suo lavoro infatti non si è interrotto con il suo omicidio ma è continuato attraverso il lavoro di altri magistrati che hanno saputo portare avanti le sue idee innovative per l’epoca. Magistrati che hanno saputo guardare non solo sulle carte ma guardarsi attorno.

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