Economia
Economia – Ogni volta che l’economia entra in una fase critica, si parla di sorpresa e imprevedibilità.
Eppure, guardando ai cicli del passato, emerge un elemento costante: prima delle crisi, i segnali c’erano. Non sempre sono stati letti, o sono stati ignorati.
In oltre mezzo secolo di osservazione dei mercati e dell’economia reale, una cosa è rimasta costante: le crisi non sorprendono chi guarda i dati giusti, ma chi preferisce credere che “questa volta sia diverso”.
L’ho sentito dire negli anni Settanta, prima della crisi petrolifera. Negli anni Novanta, alla vigilia dello scoppio della bolla giapponese. Nel 2006, poco prima della grande crisi finanziaria globale. All’epoca – e lo ricordo bene – chi metteva in guardia veniva spesso liquidato come pessimista cronico. È una frase che ritorna, con puntualità quasi matematica, poco prima delle fasi più difficili.
Oggi, ancora una volta, la domanda non dovrebbe essere se arriverà una nuova crisi, ma quanto siamo disposti a ignorarne i segnali.
Ogni grande crisi sistemica degli ultimi decenni ha avuto un elemento comune: un’espansione del credito più rapida dell’economia reale. È accaduto negli Stati Uniti prima del 2008, quando il debito privato cresceva molto più dei redditi. È accaduto in Europa nei primi anni Duemila, prima della crisi dei debiti sovrani. È accaduto in Giappone negli anni Ottanta, con una bolla immobiliare e finanziaria alimentata dal credito facile. Non sono episodi isolati, ma un copione che si ripete.
Non è un caso che la Banca dei Regolamenti Internazionali utilizzi da anni il cosiddetto credit-to-GDP gap come indicatore anticipatore di fragilità finanziaria. Quando il credito corre troppo, il sistema diventa vulnerabile anche se, in superficie, tutto sembra funzionare. È proprio questa apparente normalità che, storicamente, inganna.
Un altro segnale ricorrente è l’aumento del costo del debito.
Negli anni Settanta furono i tassi elevati a mettere in difficoltà intere economie indebitate. Nel 2007–2008, l’aumento dei tassi fece esplodere mutui che sembravano sostenibili solo pochi anni prima. Non accadde da un giorno all’altro, e non accade mai così.
Anche oggi famiglie, imprese e Stati si sono abituati a condizioni monetarie molto accomodanti. Il ritorno a tassi più restrittivi non produce effetti immediati, ma agisce con ritardo, spesso nell’arco di uno o due anni. È in questo intervallo temporale che, per esperienza, iniziano a emergere le vere crepe.
Chi ha vissuto da vicino il 2008 ricorda bene che il punto di svolta non fu tanto il crollo dei mercati, quanto la chiusura dei rubinetti del credito. Quando le banche iniziano a prestare meno, l’economia reale rallenta rapidamente: investimenti rinviati, imprese in difficoltà, occupazione sotto pressione. È un passaggio che si è ripetuto più volte, anche in fasi meno eclatanti ma non per questo meno dannose.
Per questo l’irrigidimento degli standard di credito resta, ancora oggi, uno dei precursori più affidabili di una crisi economica.
Sul fronte macroeconomico, strumenti come i Composite Leading Indicators dell’OCSE non sono oracoli e non pretendono di esserlo. Hanno però un pregio che nel tempo ho imparato ad apprezzare: non raccontano storie, misurano tendenze. Quando questi indicatori iniziano a scendere sotto il loro trend per più mesi consecutivi, in passato hanno spesso anticipato fasi recessive. Non sempre una crisi profonda, ma quasi mai una semplice coincidenza.
Anche la curva dei rendimenti ha dato segnali importanti prima di molte recessioni. Detto questo, l’esperienza insegna che nessun indicatore va mai letto da solo. Le crisi nascono quasi sempre dalla convergenza di più fattori, non da un singolo dato isolato.
Nel caso italiano, esiste poi un elemento specifico che merita attenzione: la fine progressiva degli stimoli legati al PNRR dopo il 2026. La storia economica del Paese mostra che la rimozione di misure straordinarie, se non accompagnata da crescita strutturale, può portare a stagnazione o a nuove tensioni. Questo vale ovunque, ma si avverte di più nelle aree già fragili. Chi ha seguito certe stagioni anche nel Mezzogiorno sa bene di cosa si parla.
In economia, come nei mercati, il problema non è riconoscere una crisi quando è ormai evidente, ma arrivarci impreparati pur avendo avuto tempo per capirla. I segnali che oggi si osservano non sono nuovi, né sorprendenti. Sono gli stessi che hanno preceduto altre fasi difficili, in contesti diversi ma con dinamiche simili. Ignorarli non impedisce al ciclo di compiersi.
Serve solo a rendere più costoso l’impatto quando arriva.