• Italia
    Le cose non dette: il cinema maturo e irrisolto di Gabriele Muccino
    Appunti di un vecchio amante del cinema sul film più consapevole di Muccino
    Trapani Oggi30 Gennaio 2026 - Spettacolo
  • Condividi Facebook X WhatsApp Messenger
  • le cose non dette scena dal filmSpettacolo

    Spettacolo – Cinema
    Ci sono film che non si guardano soltanto: si riconoscono.
    Le cose non dette è uno di quelli. Perché mentre scorrono le immagini, senti che quel cinema lo conosci da anni. Sai già dove andrà, intuisci quando arriverà lo scontro, percepisci il dolore prima ancora che esploda. Eppure resti lì, seduto, a guardare. Come si fa con le persone di famiglia: le conosci a memoria, ma non smetti di ascoltarle.

    Questo film di Gabriele Muccino è, senza giri di parole, il suo cinema portato a maturazione. Non perché sia più pacato – non lo è affatto – ma perché finalmente sembra consapevole di sé. Muccino non scappa più dai suoi fantasmi: li mette tutti in scena, insieme, e li lascia parlare.

    Guarda il trailer alla fine dell’articolo

    C’è Carlo, professore universitario che vive del ricordo di un successo passato. Una figura che conosco bene: l’intellettuale che ha smesso di rischiare, ma non ha smesso di sentirsi speciale. Accanto a lui Elisa, giornalista stanca, svuotata, che non ha più parole da spendere. E poi gli amici, le mogli, i figli, le amanti. Tutti chiusi nello stesso spazio, come nel miglior cinema da camera, dove le pareti servono solo ad amplificare i silenzi.

    E Tangeri, che non è cartolina né esotismo, ma luogo di smarrimento, terra di mezzo. Come la linea sottile tra bene e male di cui parla il film. Quella linea che da giovani credi netta, e che col tempo scopri essere scivolosa, mobile, terribilmente umana.

    Da vecchio amante del cinema non posso non notare che qui Muccino non inventa nulla. Ritroviamo tutto:
    le urla, le crisi, i maschi irrisolti, le donne ferite e forti insieme, l’infantilismo che diventa tragedia. Ma la differenza sta nello sguardo. Non c’è più l’urgenza di spiegare, di giudicare. C’è piuttosto il bisogno di mostrare una generazione arrivata lunga, che ha perso tempo, occasioni, direzione.

    Stefano Accorsi è perfetto nel ruolo dell’uomo che non sa più chi è. Non grida per farsi sentire: grida perché non sa tacere. Miriam Leone ha uno sguardo che vale più di molti dialoghi, e chi ama il cinema sa che sono queste le cose che restano.

    Non è un film giovane.
    Non vuole esserlo.
    È un film che guarda indietro, come fanno quelli che hanno vissuto abbastanza da sapere che le vere fratture non sono mai spettacolari, ma lente, quotidiane, inevitabili.

    Forse non piacerà a tutti. Forse qualcuno dirà che Muccino è sempre lo stesso.
    Io, da vecchio amante del cinema, rispondo così: meglio un autore fedele alla propria voce che uno che la tradisce per moda.

    E quando si accendono le luci in sala, resta addosso quella sensazione antica:
    non tanto di aver visto un grande film, ma di aver guardato uno specchio.
    Ed è questo, in fondo, che il cinema ha sempre fatto.

    "® Riproduzione Riservata" - E’ vietata la copia anche parziale senza autorizzazione







  • Ricerca articoli

    Stai cercando un articolo passato?

    Puoi filtrare per data, autore o titolo.

    Cerca articoli →
  • Altre Notizie Spettacolo