Cronaca
Palermo – Sopravvissuto alla Strage di Portella della Ginestra, Serafino Petta non raccontava solo una ferita della nostra storia: la custodiva. La trasformava in responsabilità. La consegnava ai nostri campisti, ai giovani che ascoltavano in silenzio la sua voce ferma, capace di attraversare il tempo e riportare tra noi i nomi e i volti dei caduti di Portella. Ogni volta che parlava, Portella non era più un luogo lontano: diventava un impegno presente. La sua memoria non era mai un esercizio del passato, ma un invito al futuro. Un invito a non voltarsi dall’altra parte. A scegliere la parte giusta. A credere che la giustizia non è un’utopia, ma un cammino che si costruisce insieme.
Oggi ci stringiamo alla sua famiglia e a chi gli ha voluto bene. E rinnoviamo una promessa: il suo testimone non lo lasceremo cadere. Lo porteremo avanti con rispetto, con gratitudine e con la stessa ostinata speranza che ha guidato la sua vita. Perché la memoria è un seme. E Serafino, con la sua voce e il suo coraggio, ne ha piantati tanti. Sta a noi farli crescere. Ciao Serafino. Continueremo il cammino.
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“Serafino Petta non si stancava mai di rievocare i suoi ricordi di quella drammatica e tragica giornata del 1° Maggio 1947 quando, bambino, insieme a tanti altri bambini figli dei poveri tra i più poveri, si recava a festeggiare a Portella della Ginestra. Raccontava della miseria e della fame, raccontava di famiglia di contadini che non possedevano nulla e aspiravano a poter coltivare un fazzoletto di terra per poter ricavare il minimo da cui sostenersi. Raccontava di come i poveri erano trattati con disprezzo e alterigia dai nobili, dal clero, dalla mafia, dai politici.
Reietti tra i reietti. E poi con una lucidità terrificante rievocava il ricordo degli spari, della gente che non capiva e si guardava attorno e vedeva altra gente cadere imbrattata di sangue. Il suo compagno di giochi a lui a fianco che si accascia a terra senza un grido e Serafino racconta che ha cercato di sollevarlo e capisce che è stato colpito da spari.
Ecco dopo tutti questi anni Serafino non riusciva a non commuoversi e a fare commuovere noi che lo ascoltavamo. e con la mano tremante ci indicava i punti dove la gente era ammassata e il punto da dove il bandito Giuliano e la sua banda sparava, dal monte la Pizzuta con raffiche di mitraglia e poi facendo con il braccio il segno di un arto indicava il punto esatto dove lui scappando si è nascosto dietro un terrapieno. Serafino Petta questa notte, nella sua piana degli Albanesi, lui che era un albanese degli Arbereshe giunti in Sicilia circa sei secoli fa , se n’è andato, ma non ci ha lasciati, perché il patrimonio di ricordi, emozioni, senso di disgusto contro le ingiustizie, la mafia e la corruzione ce lo rende vivo e accanto nel nostro tentativo di procedere nel percorso che lui ci ha indicato”.