CronacaMarsala – di Rino Giacalone – Il boss faceva il puparo e gestiva il traffico di droga, poi c’erano i “pupi”, i “picciotti”, non “punciuti”, che si occupavano dello spaccio, e che la sera imparavano a memoria il codice d’onore.
Parlando di “pupari” e “pupi” a Marsala è chiaro che quelli che ci piacciono li ammiriamo nel teatrino realizzato all’interno della sede dell’associazione “Finestre sul mondo”, che meritano di avere scritti fiumi d’inchiostro a proposito di come con la cultura e le arti è possibile contrastare Cosa nostra e il malaffare che gira intorno. Ma l’indagine antidroga condotta nelle ultime ore tra Marsala, Mazara del Vallo e Trapani, purtroppo ci porta a doverci interessare di ben altri pupari e pupi. I responsabili delle disgrazie di tanti giovani, indotti in qualche modo a far uso di droghe, hashish, cocaina, eroina, e altre modernità malefiche di questo mercato.

Tempo addietro qualcuno si scandalizzò e ci diede anche dei visionari quando abbiamo sostenuto come Cosa nostra in questa provincia si sta riorganizzando. L’indagine condotta tra il 2020 e il 2022 dalla Polizia in provincia di Trapani purtroppo ci ha dato ragione: Cosa nostra si sta rimettendo in piedi con il più antico degli affari, il traffico e lo spaccio di droga. Ma c’è di più, queste nuove leve dell’organizzazione la sera vanno a scuola, a casa dei boss, ad imparare i trucchi dell’uomo d’onore.
E così gli investigatori della Squadra Mobile di Trapani, che ancora una volta emerge per la propria efficienza, hanno seguito da vicino, con le telecamere nascoste, uno dei capi dell’organizzazione, tenere in mano dei “pizzini”. Il più classico dei sistemi di comunicazione di Cosa nostra usato anche dentro il clan di trafficanti e spacciatori sgominato con gli arresti della notte scorsa. Il “pizzino” una volta letto, richiuso, stracciato e bruciato, così che nessuno potesse leggerlo oltre al destinatario. Con tanto di accertamento che davvero quel foglietto fosse diventato cenere.
Sembra poco ma non è così. A guardare bene la scena si coglie perfettamente come Cosa nostra riesce a mantenere vivo il proprio sistema criminale. Quindi c’è chi fa da maestro, il boss che impartisce lezioni private. In effetti dentro questa indagine i boss ci sono davvero, scorrendo le pagine dell’ordinanza emerge quello di Francesco Raia, oramai da tempo conclamato quale reggente della famiglia mafiosa di Marsala. Quella cosca che Totò Riina negli anni ’80 aveva deciso di eliminare, per Totò u curtu i mafiosi marsalesi erano spine da eliminare, non avevano voluto organizzare l’omicidio a Marsala dell’allora procuratore Paolo Borsellino, pare che invece si stia rialzando. Marsala per ordine di Riina dovette cedere a Mazara la guida del mandamento, forse adesso, usciti di scena i mazaresi, come gli Agate, Bastone, i marsalesi potrebbero tornare a comandare. E quindi non vogliono sfigurare, e viene da pensare organizzano scuole serali per i nuovi picciotti.
Ma l’indagine ha tradito anche altro, sempre a proposito di comunicazioni dentro ai clan. Mai usare i modernissimi cellulari, iphone e similari, le inchieste nel tempo hanno fatto scoprire che essere collegati alla rete internet può far male. Non alla salute, ma all’organizzazione. E così nel corso dell’ultima indagine e dalle perquisizioni eseguite contestualmente agli arresti, ai poliziotti non è sfuggito il fatto che i cellulari in uso agli indagati erano di quelli vecchiotti, i cellulari se non di prima ma certamente di seconda generazione.
Troppo raffinati negli accorgimenti, per confondere i clan con dei semplici trafficanti e spacciatori di droga. Dietro i loro comportamenti si nasconde altro, per l’appunto l’organizzazione mafiosa che poco a poco tenta di rimettersi in piedi.
Droga e mafia. Ma anche droga, mafia ed armi. Durante il blitz sono state sequestrate pistole, quasi tutte con la matricola cancellata, nascosta o eliminata del tutto.
Droga e armi che talvolta viaggiavano da un punto all’altro con le cassette della frutta, o nascosti dentro auto e autocarri. Durante le indagini uno dei principali arresti fu compiuto dalla Squadra Mobile proprio a Trapani. Qui finì incastrato un fornitore calabrese con il suo carico di cocaina, due chili, proveniente dalla Locride. Doveva finire nascosto tra l’ortofrutta di un commerciante locale, per poi forse prendere la via verso i pusher locali e marsalesi. Un grande dinamismo criminale, le piazze di spaccio gestite secondo il modello di “Gomorra”, per via anche del pervicace controllo esercitato dai capi, mafiosi nel Dna, e che dallo spaccio incassavano fondi per rinvigorire la cassaforte di Cosa nostra.
Così è se vi pare!


