
Milano – Era dai tempi del maxi processo contro Cosa Nostra a Palermo che non si assisteva a tali enormi richieste di condanna in un processo per mafia, si tratta di una delle pronunce storicamente più importanti in merito agli affari delle mafie nel nord Italia. Gli arrestati dell’operazione antimafia “Hydra” portata a termine dai carabinieri coordinati dalla Procura di Milano, che ha accertato un patto scellerato tra le più grosse organizzazioni criminali in Lombardia: Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, sono 140.
La Dda di Milano, avrebbe documentato una serie reati tra cui rapine, truffe, riciclaggio, intestazioni fittizie, false fatturazioni per operazioni inesistenti, cessioni di falsi crediti d’imposta ed estorsioni e traffico di droga. Nell’ottobre 2023 il gip Tommaso Perna aveva respinto 140 richieste di arresti per i 153 indagati e aveva disposto il carcere solo per undici persone accusate di diversi reati eliminando l’accusa di associazione mafiosa.
La Procura di Milano ha infatti chiesto condanne per circa 570 anni di carcere e la confisca di beni per oltre 479mila euro nei confronti di 75 imputati (tre le richieste di assoluzione), che hanno fatto ricorso al processo abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare Emanuele Mancini. I pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane sostengono l’esistenza in Lombardia di un presunto patto tra le tre principali organizzazioni criminali del Paese (mafia, ‘ndrangheta e camorra).
Le richieste di condanne maggiori sono state formulate per Giuseppe Fidanzati, Filippo Crea e Massimo Rosi (20 anni di carcere). Il primo, arrestato lo scorso gennaio nella sua casa milanese, è definito il “narcos” di Cosa Nostra e si trova ora nel carcere di Voghera. Figlio del superboss dell’Arenella Gaetano Fidanzati, avrebbe preso parte a diversi meeting in terra meneghina nella cornice del patto mafioso tra le tre mafie in Lombardia.
Con lui c’era anche Errante Parrino, cugino di Matteo Messina Denaro: Fidanzati è stato inquadrato come il punto di tramite tra il sistema mafioso lombardo e la nota famiglia di Castelvetrano. Crea sarebbe invece un esponente di spicco della cosca calabrese Iamonte, che avrebbe operato a Milano e nel suo hinterland nell’ambito delle false fatturazioni, somministrazione dipendenti e cambio cash. Massimo Rosi è invece considerato il reggente del locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Sono stati inoltre chiesti 18 anni di carcere per Bernardo Pace, Giacomo Cristello e Giuseppe Pizzata, 16 anni per Rosario Abilone e Sergio Sanseverino e Antonio Grasso, 14 per Domenico Pace, 12 per Giuseppe Romeo e Daniela Sangalli.
Ma questo è solo un pezzo del procedimento complessivo. Altri 59 imputati hanno infatti optato per il rito ordinario: il giudice dovrà decidere se rinviarli o meno a giudizio, aprendo dunque la strada all’eventuale dibattimento. 11 imputati, invece, mirano a patteggiare.
Una forte spinta all’indagine è stata data dalla collaborazione con la giustizia di William Alfonso Cerbo, noto come “Scarface”, appartenente al clan catanese dei “Carcagnusi” e ritenuto uno dei vertici del sistema mafioso lombardo. Confermando l’esistenza e l’operatività del “Consorzio” delle tre mafie, Cerbo ha raccontato che esso sarebbe stato «creato nel 2019» al fine di «gestire il tesoro e gli affari di Matteo Messina Denaro». Cerbo ha partecipato personalmente al primo summit del Consorzio monitorato dalle forze dell’ordine, il 3 giugno 2020 al ristorante Sardinia di Inveruno. All’incontro – uno dei venti poi documentati – erano presenti anche Vincenzo Senese, figlio del boss della camorra romana Michele Senese, Gioacchino Amico e Giancarlo Vestiti, manager di vertice della nuova “Mafia Spa”


